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    Home » Articoli » Sant’Orso, ammantato di seta, riluce ad Aosta
    Nos Alpes alla scoperta…

    Sant’Orso, ammantato di seta, riluce ad Aosta

    Anna Maria ColomboAnna Maria Colombo9 Novembre 2024
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    La Cattedrale e la chiesa di Sant'Orso ad Aosta - La Cathédrale et l'église de Saint Ours à Aoste (c) Anna Maria Colombo Nos Alpes
    La Cattedrale e la chiesa di Sant'Orso ad Aosta - La Cathédrale et l'église de Saint Ours à Aoste (c) Anna Maria Colombo Nos Alpes
    « FLEURAGE DE VELOURS » PER SANT’ORSO. Antichi e preziosi paramenti liturgici nelle chiese della Valle d’Aosta
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    Per gli abitanti di Aosta e dell’intera valle, sant’Orso è una figura nota. In compagnia di san Pietro è titolare della chiesa collegiata del capoluogo regionale e porta il suo nome la fiera che dal medioevo ad oggi affolla ogni anno, alla fine del mese di gennaio, il centro di Aosta. Eppure questa notorietà, sorretta da una sempre viva devozione, è andata consolidandosi su una biografia del santo quanto mai scarna di notizie precise. Perfino l’epoca in cui è vissuto resta incerta, tra il V e l’VIII secolo.

    Un santo semplice e umile

    Il poco che si conosce sulla vita del santo proviene da testi agiografici di parecchi secoli successivi.  Orso sarebbe stato l’umile custode di una chiesa situata fuori dalle mura di Aosta, dedicata a san Pietro. L’edificio, probabilmente del V secolo, costituirebbe il nucleo più antico della collegiata dei Santi Pietro e Orso.

    La vita del santo trascorre dunque nell’impegno a compiere con diligenza il proprio lavoro, nell’assidua preghiera e nel fervore dell’aiuto ai poveri, agli ammalati e agli afflitti. Coltiva l’orto e la vite intorno alla sua casupola e i miracoli che compie sono semplici, consoni alla sua persona: arresta le acque che minacciano la chiesa di cui è responsabile, fa ritrovare a uno scudiero il cavallo perduto, incanta gli uccelli, che smettono il volo per posarsi ad ascoltarlo.

    Come tutti i più poveri possiamo immaginarlo coperto di tessuto grossolano e ruvido, neppure tinto, all’incirca tela di sacco e, nei lunghi inverni riparato da pelli di animale. Ma il sentimento popolare, che gli artisti ben sanno captare, volle conferirgli la dignità di alto ecclesiastico. Con le vesti sacre   (in origine policrome) e il bastone da priore appare raffigurato nel paliotto ligneo del Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama a Torino (inv. 1063/L), datato al secondo quarto del XIV secolo e appartenente in origine all’altare maggiore della collegiata dei Santi Pietro e Orso, smantellato alla fine del Quattrocento.

    Particolare della figura di sant’Orso nel paliotto ligneo appartenente in origine alla Collegiata / Foto Anna Maria Colombo Nos Alpes
    Particolare della figura di sant’Orso nel paliotto ligneo appartenente in origine alla Collegiata / Foto Anna Maria Colombo Nos Alpes

    Sant’Orso ammantato di seta

    Il modo di vestire del popolare santo resta all’incirca lo stesso sino al sopraggiungere delSettecento quando un pittore, che non si firma, introduce un elemento di novità. Attingendo al patrimonio di paramenti liturgici usati dal clero locale – custoditi negli armadi delle sacrestie e indossati durante le funzioni solenni – il pittore raffigura sant’Orso con indosso un piviale a “fleurage de velours”. In italiano detto “velluto giardino”, è il più magnifico, nonché costoso, fra i tessuti barocchi.

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    Piviale in “velluto giardino” conservato nel museo della Cattedrale (c) Foto Anna Maria Colombo Nos Alpes

    Uno di questi piviali è esposto nel museo della Cattedrale di Aosta, polo di fede, storia ed arte non meno considerevole della Collegiata. Disteso entro una vetrina, vediamo come l’ampiezza del manto sia il risultato dell’unione di più pezze di tessuto e apprezziamo in quale modo, nel suo insieme, il disegno si sviluppi. Invece è perduto il colore originario del paramento: luce e polvere danneggiano irrimediabilmente i tessuti di seta, che ingialliscono e perdono consistenza, arrivando persino a polverizzarsi.

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    L’impoverimento dei colori nel piviale e nel dipinto ad olio / Foto Anna Maria Colombo Nos Alpes
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    Il dipinto restaurato

    Pressappoco lo stesso mutamento dei colori impoveriva il dipinto raffigurante sant’Orso, conservato presso la Collegiata. Ma a differenza dei tessuti, i dipinti possono recuperare il loro aspetto originario. Sottoposto di recente ad un accurato restauro la figura dell’umile sant’Orso ora riluce di colori. 

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    Il dipinto raffigurante sant’Orso dopo il restauro/ Foto Anna Maria Colombo Nos Alpes

    Acquistato dalle élite laiche ed ecclesiastiche, il “velluto giardino” costituisce la produzione più pregiata della seconda parte del XVII secolo, per la quale divenne famosa la manifattura serica genovese. La sua caratteristica consiste nel fatto che il disegno – a motivo floreale, di grandi dimensioni e multicolore – risulta rilevato rispetto al fondo bianco.

    La fabbricazione, riservata a maestranze altamente specializzate, richiedeva filati di pura seta, tinti con coloranti naturali, oltre che laminette argentate usate nel fondo, allo scopo d’incrementare la lucentezza del tessuto.  Nel dipinto il piviale, trattenuto sul petto da una fibbia-gioiello con un castone, è ribordato da un gallone dorato e foderato in seta rossa. Il manto cade in pesanti pieghe e scopre un candido camice stretto da un cingolo.

    Al numero di paramenti in “velluto giardino” conservati nei due principali luoghi di culto di Aosta e nella chiesa parrocchiale di Saint-Étienne vanno aggiunti gli esemplari delle chiese di altre località (Cogne, Perloz, Valpelline, Villeneuve).

    Tale concentrazione rende il patrimonio tessile d’uso liturgico della Valle d’Aosta un caso unico.

    LEGGI ANCHE: Una madonnina di montagna vestita da gran dama, a Usseglio

    rubrica con il sostegno di

    Consorzio Turistico Val D'ayas Monterosa

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    Anna Maria Colombo

    Anna Maria Colombo ha insegnato Storia dell’Arte Alpina all’Università di Torino e tenuto seminari e partecipato a progetti di studio e restauro sui tessuti antichi per varie istituzioni, fra cui l’Università Pontificia Giovanni Paolo II a Cracovia. Ha scritto per Allemandi, Interlinea, Priuli e Verlucca, Silvana Editrice ed altri. Tiene una rubrica sulla letteratura di montagna per Coumboscuro, periodico della minoranza provenzale in Italia.

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