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Home » Articoli » L’Italia, quarto esportatore mondiale. Esiste un modello italiano?
Economia

L’Italia, quarto esportatore mondiale. Esiste un modello italiano?

Serge BesangerSerge Besanger20 Gennaio 2025
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Italia esportatore mondiale - Italie puissance exportatrice (c) Nos Alpes
Italia esportatore mondiale - Italie puissance exportatrice (c) Nos Alpes

In pochi anni l’Italia è diventata il quarto esportatore mondiale. Ora si colloca dietro la Germania e davanti alla Corea del Sud. Per rendersi conto di quanta strada sia stata fatta, ricordiamo che nel 2014 era ancora al settimo posto. Esiste un miracolo italiano? Quali lezioni possiamo trarne?


La Francia ha un deficit commerciale allarmante, che si prevede raggiungerà gli 80 miliardi di euro entro il 2024. Nel frattempo, il saldo commerciale complessivo dell’Italia è cresciuto di 51 miliardi di euro in vent’anni, sollevando la questione di un possibile “modello italiano di esportazione”.

Tuttavia, l’esito non era scontato. Per molto tempo l’Italia è stata un importatore netto e solo di recente il Paese ha trasformato la sua economia in un modello di efficienza nelle esportazioni. Nel 2022, l’Italia ha registrato un surplus commerciale di 86 miliardi di euro, esclusi i prodotti energetici, più del doppio rispetto ai 40 miliardi di euro del 2021.

Il successo dell’Italia si basa sulla sua specializzazione in settori di nicchia, in particolare l’elettromeccanica, che ha generato un surplus di 50 miliardi di euro nel 2021, mentre la Francia ha registrato un deficit di 17,3 miliardi di euro in questo settore. Anche l’industria della moda italiana ha registrato un surplus commerciale di 33 miliardi di euro nel 2021. L’industria del legno e dei mobili ha contribuito con 8,2 miliardi di euro al surplus commerciale.

Tutti questi prodotti, spesso legati a una forza lavoro altamente qualificata e a un elevato valore aggiunto, beneficiano di una forte crescita della domanda internazionale.

Il ruolo delle PMI a conduzione familiare

L’Italia si basa su una fitta rete di PMI a conduzione familiare, spesso raggruppate in distretti industriali regionali, per promuovere la flessibilità, l’innovazione e la produzione di qualità a costi competitivi. Queste aziende rappresentano l’83% delle PMI italiane, contro il 48% della Francia, a testimonianza di una tradizione di imprenditorialità familiare più radicata in Italia.

L’esempio italiano dimostra che le imprese familiari sono in grado di sfruttare meglio i vantaggi a lungo termine dell’internazionalizzazione e di ottenere un accesso più duraturo ai mercati esteri. In Italia, circa l’80% delle imprese familiari viene trasmesso all’interno della famiglia, garantendo la continuità generazionale e la sostenibilità delle operazioni internazionali.

Al di qua delle Alpi, invece, solo il 22% delle imprese familiari viene trasmesso all’interno della famiglia, con conseguenti discontinuità – e persino fallimenti – quando si tratta di esportare.

Italia: un sistema fiscale competitivo a livello mondiale

La tassazione italiana sul trasferimento dei beni aziendali è considerata una delle più competitive in Europa. In Italia, l’imposta di successione e donazione ha un’aliquota di base compresa tra il 4% e l’8%, a seconda del grado di parentela tra il donatore e il beneficiario. A titolo di confronto, in Francia l’imposta di successione raggiunge il 45% per gli eredi diretti e può essere ancora più elevata per gli eredi lontani o non imparentati.

Inoltre, le autorità fiscali italiane ammettono una franchigia di 1.000.000 euro per gli eredi diretti (coniugi e figli). Ciò significa che i beni aziendali di questo valore vengono trasmessi in esenzione d’imposta. Al di sopra di questo importo, l’Italia dispone di fondazioni e holding di famiglia che consentono di ottimizzare il trasferimento.

Come ha sottolineato un recente articolo di Le Monde, il modello familiare è “virtuoso” da questo punto di vista, perché permette di ancorare le aziende al territorio e di gestirle a lungo termine senza compromettere la sovranità economica del Paese.

Investimenti nell’innovazione ampiamente finanziati dal settore privato

L’Italia riesce a innovare più della Francia nonostante spenda meno in R&S, puntando su settori in crescita come il design industriale e l’elettromeccanica. A differenza della Francia, dove la ricerca è in gran parte pubblica attraverso il CNRS, l’Italia privilegia le innovazioni a breve termine e ad alto rendimento finanziate dal settore privato. Le aziende collaborano a livello regionale, incoraggiando l’agilità, mentre il sistema fiscale italiano favorisce l’imprenditorialità, in particolare con una detrazione fiscale del 50% per gli investitori in PMI innovative. Anche i minori contributi previdenziali rendono l’Italia più attraente per i datori di lavoro.

Di fronte ai vincoli di bilancio e alla necessità di aumentare la competitività, l’Italia ha intrapreso riforme volte a ridurre il costo del lavoro e a migliorare la propria competitività sui mercati esterni. Inoltre, il basso livello di imposte sulla produzione in Italia (2,2% del PIL, rispetto al 4,7% della Francia, secondo Fipeco) è un forte incentivo per le aziende a rifornirsi da subappaltatori stabiliti oltralpe, in particolare nei settori delle apparecchiature elettriche e della moda.

Formazione più adatta alle imprese esportatrici

L’Italia privilegia gli Istituti Tecnici e Professionali per formare i giovani direttamente alle professioni industriali. Entro il 2024/2025, quasi il 44% degli studenti delle scuole secondarie sarà iscritto a queste scuole, a testimonianza di un approccio educativo adattato anche alle esigenze delle aziende esportatrici, rispetto al 27,6% della Francia.

L’Italia fa un uso maggiore dell’apprendistato e dei tirocini in azienda nei suoi programmi di formazione, consentendo una rapida transizione verso l’occupazione e rafforzando la competitività delle sue imprese esportatrici. Altrove in Europa, i datori di lavoro sono spesso costretti a investire in formazione aggiuntiva, ritardando l’integrazione dei dipendenti e aumentando i costi.

Una strategia del “Made in Italy” efficace e ben difesa

L’Italia sta promuovendo attivamente il suo marchio “Made in Italy” attraverso campagne di marketing globali, una maggiore partecipazione alle fiere internazionali e la lotta alla contraffazione. Infine, SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero), l’agenzia italiana di assicurazione dei crediti all’esportazione, ha sostenuto progetti di esportazione per un valore di oltre 55 miliardi di euro entro il 2023. A titolo di paragone, Bpifrance, attraverso la sua controllata Bpifrance Assurance Export, ha annunciato che nel 2023 avrà stanziato 22 miliardi di euro, appena il 40% del livello italiano.

Questo maggiore sostegno alle esportazioni offre un significativo vantaggio competitivo. Le aziende italiane beneficiano di migliori condizioni di finanziamento e assicurazione per i loro progetti all’estero e sono meglio posizionate per conquistare quote di mercato in settori strategici.

L’Italia combina tradizione, innovazione e sostegno finanziario attivo da parte dello Stato per rafforzare la propria competitività sulla scena internazionale. Sebbene questo modello non sia privo di sfide – l’invecchiamento demografico e la dipendenza da alcuni mercati – offre al vicino transalpino, la Francia, alcuni spunti per ridurre il proprio deficit commerciale e sostenere meglio i propri esportatori.

LEGGI ANCHE: Rilancio della competività, dicono le tre “Confindustria” di Italia, Francia e Germania

Articolo uscito su The Conversation in Creative Commons. Leggi l’originale.


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Serge Besanger

Professore presso la Scuola internazionale di commercio ESCE, Centro di ricerca INSEEC U, Scuola internazionale di commercio ESCE

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