In italia, il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. La consultazione confermativa è stata indetta perché la legge di revisione costituzionale approvata il 30 ottobre 2025 non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi in Parlamento.
Ciò ha consentito la richiesta di referendum confermativo, a cui è seguita una raccolta di firme, che ha superato la soglia minima prevista. La legge è quindi sottoposta al voto degli elettori.
Perché si vota: il meccanismo del referendum confermativo
Il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione interviene nel procedimento di revisione costituzionale, e la legge di riforma della giustizia riguarda appunto alcuni articoli della Costituzione italiana.
Dopo una doppia approvazione parlamentare, se nella seconda votazione non si raggiunge la maggioranza qualificata dei due terzi, la legge può essere sottoposta a referendum su richiesta di parlamentari, elettori o consigli regionali.
Nel caso in questione, la riforma della giustizia è stata approvata a maggioranza assoluta ma non qualificata. Questo ha aperto la possibilità – poi esercitata – di chiedere il voto popolare confermativo. Il referendum non richiede un quorum: conta solo la maggioranza dei voti validi.
Dopo l’approvazione della legge, il 30 ottobre 2025, si è costituito un “Comitato società civile per il No” che ha riunito varie associazioni e rappresentanti, con la presidenza di Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio Bachelet, ucciso nel 1980 dalle Brigate rosse quando era vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura. La raccolta firme è iniziata e a metà gennaio aveva superato le 500 mila previste come soglia. Il loro deposito e validazione ha comportato l’indizione del referendum.
La situazione attuale: come funziona oggi la magistratura
Nell’assetto vigente, la magistratura italiana è un ordine unitario, autonomo e indipendente. Giudici (magistrati giudicanti) e pubblici ministeri (magistrati requirenti) appartengono allo stesso corpo e condividono lo stesso organo di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura.
All’interno di questo sistema, i magistrati si distinguono solo per funzioni e non per carriera: nel corso della loro vita professionale possono passare da funzioni giudicanti a requirenti e viceversa. Le decisioni su assunzioni, trasferimenti, promozioni e disciplina sono attribuite al Consiglio superiore della magistratura.
Il sistema disciplinare è interno alla magistratura stessa e non affidato a un organo separato. Questa configurazione è uno degli elementi centrali modificati dalla riforma sottoposta a referendum.
Nell’Italia pre-fascista le carriere erano formalmente distinte ma permeabili, con frequenti passaggi tra funzioni. Durante il fascismo prevalse invece un modello accentrato, con forte controllo del governo sulla magistratura e sostanziale unità delle carriere.
Con la Costituente si affermò un modello opposto: una magistratura unitaria e indipendente dal potere esecutivo, con giudici e pubblici ministeri appartenenti allo stesso ordine. Il punto chiave riguardava appunto i pubblici ministeri, per fare in modo che conservassero un’indipendenza dal potere politico e dal governo, anche come superamento dell’epoca fascista. Il dibattito in Costituente fu importante al riguardo.
Dibattito pubblico e contesto
Il tema è tornato al centro del dibattito pubblico dagli anni Novanta, in particolare con i governi guidati da Silvio Berlusconi e in anni di tensioni tra potere giudiziario e governo, anche sulla scia dell’epoca di Mani pulite (1992-1993), che produsse tra l’altro la scomparsa dei partiti tradizionali del dopoguerra. La separazione delle carriere veniva indicata come garanzia di equilibrio tra accusa e difesa, ma la proposta si inseriva in un dibattito teso su casi specifici e inchieste che hanno interessato per anni la classe politica – Berlusconi ma anche altri esponenti – anche nei differenti ambienti politici, al centro, a destra e a sinistra.
La stessa Magistratura ha avuto un’evoluzione con gli anni. Il ricambio generazionale intorno agli anni Sessanta e Settanta, con la sostituzione di personale che era stato in servizio anche in epoca fascista, insieme al cambiamento di temi e clima politico, nonché per la nuova legislazione, ha introdotto temi e azioni relativamente nuovi. Si è andati dall’ambiente alla protezione del consumatore e del cittadino, dalla sanità allo sviluppo economico sociale.
La magistratura ha attraversato momenti gravi e di esposizione diretta, come con il terrorismo, il contrasto alla mafia e alla criminalità organizzata, con caduti tra le sue fila (tra cui i molti da citare si possono ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992 in Sicilia, Bruno Caccia a Torino nel 1983, il giovane giudice Rosario Livatino ad Agrigento nel 1990, Francesco Coco nel 1976, primo di una serie uccisi dalla Brigate rosse).
Il piano politico
Nel contempo, in una lunga fase, si sono formate aree di pensiero al suo interno, con relative correnti (tra cui “magistratura democratica”, “magistratura indipendente”). Malgrado un funzionamento relativamente costante del sistema giudiziario, pur nei suoi limiti, un dibattito anche teso si è svolto nelle diverse epoche sull’anticorruzione, sulla debolezza dell’organizzazione degli uffici o sulla lunghezza dei processi, sui processi non conclusi (per un certo periodo il sistema giudiziario di Roma era detto il “porto delle nebbie“). Si è parlato molto di inchieste rimaste aperte (su attentati o disastri), su assoluzioni o condanne considerate o parse ingiuste nel dibattito pubblico e attraverso i media. Inoltre diversi magistrati hanno assunto un ruolo pubblico, anche di grande visibilità.
Inoltre, non contano soltanto i contenuti della riforma, ma anche gli schieramenti politici. La riforma viene della maggioranza e dal governo di destra di Giorgia Meloni, ma ha raccolto voto e consenso anche in alcune aree laiche e del centro. Al momento della sua approvazione, a fine ottobre 2025 le forze politiche di maggioranza presentarono la riforma come un omaggio in memoria di Silvio Berlusconi, mettendola in diretta relazione con la sua eredità politica.
La parte politica dell’attuale opposizione, ma soprattutto aree della società civile che arrivano anche in ambienti di centro-destra e destra, comprese ampie aree della magistratura, si sono schierate per il NO alla legge e alla riforma, e quindi al referendum. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri, pur essendo all’origine della riforma, ha mantenuto un atteggiamento di diretto sostegno alla legge e al SI, ma ha sempre affermato che un esito negativo non avrà impatto sul suo governo.
I sondaggi inizialmente davano vincente il SI, ma nelle settimane il vantaggio sul NO si è progressivamente ridotto, anche per alcune iniziative o dichiarazioni di esponenti politici dell’area del SI, rilanciate dai media.
Che cosa cambia con la riforma
La legge costituzionale oggetto del referendum introduce una revisione dell’ordinamento giurisdizionale, intervenendo su più articoli della Costituzione.
Il cambiamento principale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Le due figure non apparterrebbero più allo stesso percorso professionale, ma a due carriere distinte e non interscambiabili.
Parallelamente, si istituiscono due distinti Consigli superiori della magistratura: uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. Entrambi sono presieduti dal Presidente della Repubblica e composti in parte da magistrati e in parte da membri laici, selezionati anche tramite sorteggio. La procedura sarà stabilita in dettaglio con una legge ordinaria. Tale approccio costituisce una novità, ed è inteso contrastare la formazione di gruppi di orientamento politico all’interno della magistratura o comunque a non farli esprimere negli organi di autogoverno dei giudici.
Un altro elemento centrale è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, un organo autonomo che assume la competenza sui procedimenti disciplinari dei magistrati, sottraendola ai Consigli superiori. La Corte sarebbe composta da quindici membri tra magistrati e giuristi con elevata esperienza.
La riforma introduce inoltre modifiche puntuali agli articoli costituzionali coinvolti, adeguando le norme sulla funzione giurisdizionale, sull’organizzazione del Consiglio superiore e sul ruolo del Ministro della giustizia.
Il quesito: cosa viene chiesto agli elettori
Il quesito referendario chiede agli elettori se approvano il testo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.
In termini semplificati, il voto riguarda l’accettazione o il rigetto dell’intero impianto della riforma: separazione delle carriere, doppio Csm e nuova disciplina dei procedimenti disciplinari. Non sono possibili modifiche parziali: il referendum è confermativo sull’intero testo.
Chi vota e come si vota
Sono chiamati al voto oltre 51 milioni di elettori, inclusi più di 5,4 milioni di italiani residenti all’estero.
In Italia si vota nei seggi ordinari e speciali, mentre all’estero è previsto il voto per corrispondenza per gli iscritti all’Aire (Associazione degli italiani residenti all’estero, è un elenco di natura pubblica) e per i temporaneamente residenti fuori dal paese, con possibilità di optare per il voto in Italia.
Le operazioni si svolgono domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo 2026. Lo scrutinio avviene immediatamente dopo la chiusura delle urne e include anche i voti provenienti dall’estero.
Se prevalgono i voti favorevoli, senza quorum minimo e dunque indipendentemente dal numero dei votanti, la legge costituzionale ottiene la promulgazione ed entra in vigore, avviando il processo di attuazione della riforma. Se prevalgono i voti contrari, la legge non viene promulgata e l’assetto attuale della magistratura resta invariato.
LEGGI ANCHE:
Comunali 2026 in Francia: nuovi interlocutori per la cooperazione frontaliera









