Jacques Martinet ci propone un nuovo racconto in quattro parti, dal titolo “Il templare”.
1289 D.C.
Sotto un albero esile e spoglio, un uomo con una pala accatasta la terra come meglio può, per coprire la bara del fratello. Un vecchio prete intona il Pater Noster. Sei ragazzi, tutti maschi dai dieci anni in su, assistono in silenzio con le teste chine.
Il più piccolo, almeno per statura, si arrampica sulla duna di terra e con fatica infilza una croce nel terreno.
La loro è l’ultima casa del piccolo villaggio di Prarayer, a quasi duemila metri d’altitudine, e l’inverno è alle porte. La cena quella sera è silenziosa.
Il figlio più grande del defunto ogni tanto scambia uno sguardo teso con lo zio che sembra nascondere qualcosa.
«Almo, tu hai capito la messa del prete in Latino?» chiede spezzando il silenzio il fratello più grande.
Almo si sente interpellato, stava fissando la sua minestra risicata e pensava. Ha 18 anni ma il viso di un bambino, braccia e gambe esili, caratteristica di tutta la famiglia e quella sera ha lo sguardo triste, come tutti.
«Sì…» Risponde Almo con il cucchiaio tra le labbra mentre risucchia piano piano la minestra.
«Tu sei l’unico a sapere il Latino, noi sappiamo solo il Patois.»
Tranne il fratello maggiore tutti hanno la testa china nel piatto.
«E come pregavi, ti ricordi quanto pregavi?» continua il maggiore. «Hai passato lunghi periodi in chiesa a Valpelline, sembrava quella la tua strada, poi hai deciso di tornare.»
«Non era la mia strada.» Almo torna a mangiare la sua minestra.
«E ti ricordi quanto ti piacevano le spade in legno che ti faceva papà?»
«Non questa sera», commenta lo zio toccando il braccio del nipote maggiore.
Un silenzio prossimo a essere spezzato aleggia sul tavolo quadrato, dove ammassata la famiglia consuma un pasto destinato ad essere ricordato. Almo posa il cucchiaio e guarda il fratello aspettando che vuoti il sacco.
«Non hai mai pensato di diventare un Cavaliere del Tempio, un Templare?!»
«Chi sono i Cavalieri del Tempio?» commenta Almo.
«In Chiesa non c’è più posto ha detto il prete, ma un ragazzo di una famiglia di giù si è unito ai Templari.»
Almo pensa guardando lo zio e il fratello nei cui occhi scorrono vergogna e disperazione.
«Una famiglia di giù hai detto, ti sembriamo una famiglia di giù? Siamo gente di montagna noi, abbiamo le bestie a cui pensare, e devo imparare il mestiere da te, dallo zio.»
«La terra non basta per tutti qui…»
Almo risponde alle parole del fratello con un lungo silenzio, cerca lo sguardo dell’altro più piccolo, dei cugini, di suo zio ma i loro occhi sono tutti rifugiati nei piatti mezzi vuoti.
«Almo! Io posso insegnarti ad essere un buon pastore e se Dio mi assiste un buon uomo e così farò per i tuoi fratelli. E posso dirti che noi staremo qui, giorno e notte prendendoci cura di bestie che non sono nostre, abitando un terreno che non ci appartiene e sapendo cosa aspettarci dal futuro.» Lo zio parla con un filo di voce e rivolge lo sguardo fuori dalla finestra, verso la tomba del fratello. «Una vita che non conosci, è questa la tua possibilità.»
Nessuno riesce a parlare per diversi minuti e poi uno dei tanti pensieri di Almo viene fuori.
«Cosa devo fare, come si diventa un Templare?»
Lo zio e il fratello maggiore si guardano e i loro occhi non hanno risposte.
«Non penso che lo sappia nemmeno il vecchio prete, ha detto che sono dei cavalieri con la divisa bianca e una croce rossa sul petto, e che proteggono i pellegrini. Mettiti in viaggio e forse saranno loro a trovare te.»
Almo passa la notte a girarsi nella branda e a pensare. Sono tutti lì nell’unica stanza della casa, attorno alla piccola stufa che prova invano a scaldarli. “Una vita che non conosci”. Le parole dello zio rimbombano nella sua testa per tutta la notte.
La mattina si sveglia prima dell’alba senza far rumore, non ha le forze di dire addio alla sua famiglia. Mette in un sacco alcuni vestiti, un piccolo gufo di legno fatto dal padre e un sasso affilato. Cos’altro può servirgli per una vita intera?
Attraversa i prati dei pascoli di Prarayer ancora bagnati dalla rugiada, guarda le montagne attorno a lui pensando che più fosse andato giù verso valle, più le avrebbe viste piccole e distanti.
«Almo! Almo!»
Il fratello maggiore lo raggiunge di corsa, con le lacrime agli occhi lo abbraccia e gli lascia un piccolo sacco in stoffa con qualche moneta.
Cammina per ore e ore senza mai fermarsi, per fortuna i suoi averi non pesano molto, sono i pensieri il suo fardello più grande. Cosa farà adesso? E dove troverà i Templari?
Il fato è sempre amico di un buon pellegrino. Una locanda accogliente si fa largo sul suo cammino.
Non aveva mai visto così tanta gente tutta insieme in un solo posto. Si siede al bancone, cercando di non dare troppo nell’occhio e osservando ogni cosa per la prima volta.
«Tutto?» Domanda il locandiere parlando attraverso i folti baffi.
«Tutto?» chiede confuso Almo.
«Stufato, pane e vino. Se no al posto del vino posso darti l’acqua. Tutto costa 1 soldo Viennese.»
Almo tira fuori dalla tasca il sacchetto con le monete e le guarda confuso, non ha idea di che monete siano.
«Quelli sembrano viennesi», dice il locandiere guardandolo storto.
Almo porge una moneta impolverata al commerciante che la esamina con attenzione.
«Allora tutto, con il vino!», dice con decisione Almo.
Lo ha bevuto solo una volta in vita sua, non perché mancasse in casa, ma a nessuno dei suoi piaceva particolarmente. A lui quel giorno piace e lo beve di buon gusto assaporandolo assieme allo stufato come uno dei tanti uomini in quella locanda che cercano calore, tregua o riparo.
Tra di loro, Almo nota tre cavalieri, con tanto di armatura, spada e uno stemma: uno scudo bianco con una banda rossa nella parte superiore e un’altra nera in diagonale. Non sembra la stessa descrizione fatta dal fratello delle divise dei Cavalieri del Tempio ma Almo non ha dubbi: sono tre cavalieri e saranno sicuramente dei Templari.








