Nel cuore del Vallese, a una quindicina di chilometri da Martigny, dove il Rodano scorre impetuoso in una stretta gola tra due pareti di roccia, l’Abbazia di Saint-Maurice d’Agaune non si limita a vantare i suoi 1500 anni di storia.
Fondato nel 515 e occupato senza interruzioni, questo sito è un bellissimo osservatorio delle dinamiche europee. È allo stesso tempo baluardo geografico, santuario spirituale e palcoscenico del patrimonio culturale. E ci costringe, in modo discreto ma sicuro, a interrogarci sul nostro rapporto con i confini, l’identità e la perennità.
La stretta di Agaune: una geopolitica a imbuto

Qui la topografia impone la sua legge. La gola di Saint-Maurice funge da imbuto naturale che canalizza i flussi di traffico tra il nord Europa e la penisola italiana attraverso i passi del Gran San Bernardo e del Sempione. Questa configurazione non è neutra. Trasforma le Alpi da una presunta barriera a un filtro strategico. Un luogo dove si passa, ma soprattutto dove si viene visti.
Storicamente, questo passaggio è stato utilizzato per il controllo doganale e militare, in particolare in epoca romana. Ma la fondazione dell’abbazia ne ha cambiato la logica. Il sito è passato da una funzione di chiusura – il chiavistello – a una funzione di controllo – la tappa. Inserendosi nella Via Francigena, l’abbazia ha istituzionalizzato l’ospitalità. Ricorda così che i flussi migratori non sono un’anomalia contemporanea. Sono una costante storica che le società organizzano, regolano e raccontano.
Questa prospettiva a volte disturba, perché ribalta un’idea radicata: il passaggio non è solo una minaccia. Può diventare una risorsa territoriale. Ieri vi si incontravano pellegrini, mercanti e messaggeri. Oggi vi si incontrano turisti, camion, pendolari transfrontalieri.
E a volte altri percorsi sono più silenziosi, più fragili, più discussi.
La valle è sempre la stessa, ma gli sguardi cambiano.
Maurizio il Tebano: l’alterità alla base dell’Europa
L’identità del luogo si basa su un paradosso politico tanto potente quanto discreto. Il patrono dell’abbazia, e per estensione una figura importante dell’immaginario alpino, è san Maurizio, un ufficiale originario di Tebe, in Egitto.
Il santo, capo della legione tebana, rifiutò di prendere misure punitive contro i cristiani e per questo motivo fu decapitato intorno all’anno 286 vicino ad Augane, oggi Saint-Maurice.
In altre parole, un’alterità africana si trova al vertice di una gerarchia simbolica europea, fino a diventare un punto di riferimento per eserciti e poteri.

Duomo di Magdeburgo, 1250 circa (c) Public domain Rabanus Flavus Wikimedia Commons
Questo dettaglio non è irrilevante. Agisce come una crepa nelle narrazioni semplificate. Ricorda che l’Europa non si è costruita solo attraverso la chiusura o l’omogeneità. Si è anche strutturata attraverso integrazioni successive, circolazioni, appropriazioni. A Saint-Maurice, la memoria fondatrice non cancella l’altrove. Lo pone al centro. E lo trasforma in un punto di coesione.
L’influenza dell’abbazia si è estesa oltre gli attuali confini elvetici, toccando lo spazio alpino svizzero, italiano e francese, in particolare sotto l’ombra politica della Casa di Savoia. Il sacro ha svolto un ruolo di diplomazia lenta. Una forma di linguaggio comune, prima degli Stati moderni. Questa constatazione solleva una questione contemporanea: se l’identità alpina è stata a lungo transfrontaliera per necessità, perché a volte diventa frontiera per riflesso?
La stratigrafia del Martolet: un’architettura della resilienza
Il patrimonio di Saint-Maurice non è un’eredità immutabile. È un accumulo di ricostruzioni, a volte forzate, spesso necessarie. Il sito archeologico del Martolet rivela una sovrapposizione di chiese dal IV al XVII secolo. Qui la storia si legge per strati. E ogni strato racconta una continuità, ma anche una riparazione.

Perché la rupe domina. Protegge tanto quanto minaccia. Le frane hanno segnato il sito. Hanno distrutto. Hanno costretto a ricostruire. In questo paesaggio, costruire non significa dominare la montagna. Significa convivere con essa. Accettare i vincoli. Cercare la durata in un ambiente instabile. Una logica che, in fondo, assomiglia a quella di molte società alpine.
Il tetto di protezione contemporaneo, sospeso sopra i resti, incarna questa filosofia: non si nega più il rischio, lo si integra. Non si lotta più solo contro la roccia, si impara a conviverci.
La perennità non sta quindi nell’immutabilità della pietra, ma nella perseveranza del progetto. E questo cambiamento architettonico diventa una metafora: nelle Alpi, durare significa adattarsi.
Dal tesoro alla birreria: la pratica del patrimonio
Anche l’economia dell’abbazia è cambiata nel corso dei secoli. Il Tesoro di Saint-Maurice, famoso per i suoi oggetti di oreficeria e le sue donazioni prestigiose, testimonia un modello antico: quello della legittimità politica attraverso il sacro. Donare all’abbazia significava iscrivere il proprio nome nella storia. Significava trasformare la fede in visibilità. E la memoria in potere.
Oggi l’abbazia deve mantenere un patrimonio immenso. Lo fa diventando anche un attore culturale. Museo, tesoro, basilica, sito archeologico, ma anche visite guidate e mediazione: il luogo racconta se stesso, si trasmette, si mette in esperienza. Conferenze, eventi, percorsi di scoperta: il monumento non è più solo un’eredità. Diventa un’interfaccia tra storia e società, tra ricerca e pubblico.

È in questa logica che si inserisce la Brasserie monastique, la birreria. Isolando un lievito su una pergamena del 1319, i canonici trasformano un archivio silenzioso in un prodotto vivo. La birra diventa così più di un ricordo: uno strumento di finanziamento, un gesto di ospitalità, un modo per portare il passato nella vita quotidiana. E questo pone una domanda fondamentale: un patrimonio sopravvive grazie alla pura conservazione o perché continua a essere praticato, condiviso, reinventato?
La guardiana del tempo
L’Abbazia di Saint-Maurice d’Agaune rimane una custode indispensabile per comprendere l’Europa. Grazie alla sua posizione di crocevia, dimostra che i flussi umani – ieri pellegrini, oggi migranti, turisti o lavoratori – sono un motore costante delle civiltà.
Le Alpi non sono una periferia. Sono un centro di regolazione. Un luogo dove da secoli si negoziano i rapporti tra l’uomo, il suo ambiente e l’altro.
In questo passaggio, la montagna costringe a passare. Ma costringe anche a guardare. Rivela le nostre scelte. Le nostre paure. Le nostre storie collettive. E forse una semplice verità: il confine non è mai solo una linea su una mappa.
Nelle Alpi, è uno spazio vissuto. Uno spazio attraversato. Uno spazio conteso. E a volte, uno spazio di accoglienza.
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