A poche centinaia di metri dalla costa di Varazze, a circa 50 metri di profondità, il mare ligure conserva una traccia insolita della storia del Novecento italiano, le carcasse di un migliaio di auto ivi abbandonate. Distribuito tra sabbia e sedimenti, i veicoli vi risiedono dall’inizio degli Anni Settanta a seguito e causa di una delle più gravi emergenze ambientali del dopoguerra, l’alluvione che colpì Genova e la sua provincia nell’ottobre del 1970.
L’alluvione
Tra il 7 e l’8 ottobre del 1970, precipitazioni eccezionalmente intense concentrate in poche ore generarono accumuli che in alcune zone superarono i livelli medi di un intero anno. La combinazione tra piogge torrenziali, la conformazione dei bacini liguri e le mareggiate in atto impedirono il regolare deflusso delle acque verso il mare, aggravando gli effetti delle esondazioni.
Interi quartieri di Genova e numerosi comuni della provincia subirono danni ingenti a edifici, infrastrutture e reti di servizio, segnando uno dei momenti più drammatici della storia recente della regione. Oltre alle vittime e agli sfollati, l’evento lascia dietro di sé una quantità enorme di beni distrutti, tra cui migliaia di automobili trascinate o sommerse dalla piena di acqua e fango.
Le auto sommerse di Varazze
I veicoli, oramai inutilizzabili, iniziarono dunque ad accumularsi rapidamente nelle strade e nei depositi improvvisati, creando una problematica logistica a sommarsi alla già grave problematica ambientale in corso. In assenza delle attuali normative e con l’urgenza di liberare la città dai detriti, dunque, le autorità individuarono una soluzione che a oggi appare difficilmente concepibile, ovverosia l’inabissamento dei mezzi in mare aperto.
Le auto furono dunque sottoposte a una bonifica essenziale, con la rimozione di carburanti e lubrificanti, quindi caricate su chiatte e trasportate al largo della costa savonese, tra Punta dell’Olmo e l’area antistante Varazze. Qui esse furono lasciate affondare deliberatamente, dando vita a un caso che ancora oggi fa discutere per via dei criteri adottati nell’emergenza e le trasformazioni avvenute nella sensibilità ambientale.
Dal rottame al relitto
Il tempo e la salsedine hanno profondamente modificato l’aspetto delle auto sommerse di Varazze, oramai un insieme di strutture metalliche prive di funzione, che si estendono sul fondale come un cimitero industriale sommerso. Le lamiere corrose e i telai deformati sono attualmente per larga parte ricoperti da sabbia e concrezioni marine, ciò che di fatto rende estremamente difficoltoso riconoscerne i modelli originari.
Secondo le testimonianze di pescatori e subacquei, tuttavia, quelle stesse carcasse hanno assunto nel tempo un ruolo imprevisto, divenendo supporto per alghe, molluschi e colonie marine. L’area, che offrirebbe peraltro rifugio a numerose specie ittiche, si è così convertita in una sorta di barriera artificiale, integrata nel paesaggio sottomarino e capace di ospitare biodiversità.
Nonostante tale evoluzione naturale, la presenza delle vetture continua a sollevare interrogativi poiché, anche a scapito dell’avvenuta bonifica, esse potrebbero ancora contenere materiali potenzialmente inquinanti come metalli pesanti e residui plastici. Secondo gli esperti, però, qualsivoglia ipotesi di recupero comporterebbe costi elevati e il rischio di alterare un equilibrio consolidato sul fondale.
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