Economia

La svizzera Lindt si fa piemontese e rivendica la paternità del Giandujotto

Cioccolato, dolci, dessert

Il gruppo di Zurigo Lindt & Sprüngli si è opposto al disciplinare studiato dalla Città di Torino, rivendicando l’origine del cioccolatino in seno alla Caffarel, da questo acquisita nel 1997.

È una guerra più dolce che mai quella che oppone il Piemonte alla Svizzera, ambedue intenzionate a rivendicare la creazione di uno dei cioccolatini più conosciuti e amati, il Giandujotto. Nonostante il lungo impegno nel riconoscimento dell’Igp portato avanti sin dal 2017 da un insieme di produttori di Torino e dintorni, il gruppo svizzero Lindt & Sprüngli si è scagliato contro il disciplinare presentato al ministero dell’Agricoltura attribuendosi in toto la paternità del prodotto.

Le polemiche

Le polemiche attorno al Giandujotto sono sorte durante il convegno “Il cioccolato delle meraviglie: salute, benessere e felicità”, organizzato nell’ambito della rassegna annuale “CioccolaTò” dedicata al dessert per antonomasia. Qui il segretario del Comitato del Giandujotto di Torino Igp, Antonio Borra, ha reso noto che la causa principale dei ritardi nell’ottenimenti della preziosa certificazione europea sono di fatto le proteste mosse da Lindt & Sprüngli.

Secondo il gruppo svizzero, difatti, la nascita del cioccolatino risalirebbe al periodo di Carnevale del 1865 e sarebbe da accordare alla Caffarel, azienda storica originaria di Luserna San Giovanni da questo acquisita nel 1997. Il marchio di Zurigo ha inoltre avanzato una serie di richieste di modifica alla ricetta della pralina, tra cui l’aggiunta del latte ai soli tre ingredienti che la compongono, ovverosia nocciola, zucchero e massa di cacao.

Di qui l’appello di Borra alla Città di Torino e alla Regione Piemonte affinché ambedue si impegnino a creare nuove sinergie capaci di facilitare il progetto dell’Igp, una spinta fondamentale in un mercato che a oggi vale circa 200 milioni di euro l’anno.

L’Igp Gianduiotto di Torino

La richiesta di donare al Giandujotto torinese l’Indicazione geografica protetta proviene da una cerchia ristretta di aziende cioccolatiere, tra cui nomi nazionalmente noti quali Domori, Ferrero, Pastiglie Leone e Venchi e cioccolatieri quali Guido Castagna, Guido Gobino e Giorgio e Bruna Peyrano. Lo scopo ultimo è migliorare la riconoscibilità del dolce nonché evitare pretese o modificazioni da parte di ditte straniere.

Il consorzio di produttori così composto, affiancato dalla Camera di Commercio, ha stilato una bozza di ricetta che sintetizzasse tutte le innumerevoli varianti raccontate e applicate nella tradizione. L’ingrediente di base per la preparazione è la pasta di nocciola Piemonte Igp in purezza, che deve arrivare a coprire dal 30% al 45% del prodotto finale. Banditi vanillina ed edulcoranti, viene stabilito che il solo dolcificante adatto è lo zucchero semolato, un inserimento volto a evitare l’escamotage di mescolare cioccolato fondente e nocciole per una miscela similare ma non identica all’originale.

Al Gianduiotto di Torino Igp, che potrà essere creato nonostante il suo nome anche a Cuneo e Asti, dovrà poi essere data o a mano o tramite stampi una forma precisa a “givò” dal dialetto piemontese “mozzicone di sigaro”; il peso di ciascun cioccolatino, incartato con un foglio di alluminio accoppiato nella zona individuata nel disciplinare, non dovrà allontanarsi dalla soglia stabilita tra i 4 e i 18 grammi.

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