A corredo del racconto su Innocenzo Manzetti, Jacques Martinet ci propone un inquadramento storico e anche umano del contesto della vicenda. Altre notizie e approfondimenti, per chi sarà interessato, si trovano in Manzetti. L’inventore del telefono. di Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti (edizioni La Vallée, 2012).
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Quest’anno corre il duecentesimo anniversario dalla nascita di Innocenzo Manzetti. Nato ad Aosta nel 1826, i suoi lavori e le sue invenzioni stupiscono ancora oggi chiunque vi si imbatta.
Se chiediamo a un motore di ricerca o persino alla dibattuta intelligenza artificiale chi è l’inventore del telefono, la risposta è quasi sempre la stessa: Alexander Graham Bell, che fu il primo a brevettarlo nel 1876.
Il contributo a questa scoperta è stato però riconosciuto anche ad altri. Antonio Meucci è uno di questi: sia la storia, sia i tribunali gli hanno attribuito parte dei meriti, senza però riconoscergli un compenso economico. Johann Philipp Reis, altro grande inventore, tedesco, costruì già nel 1861 un apparecchio in grado di trasmettere segnali elettrici. Ma sicuramente anche Innocenzo Manzetti è ricordato come uno dei padri del telefono.
Non vogliamo stabilire chi e perché abbia il merito assoluto di tale invenzione. Forse, come per tutte le grandi rivoluzioni, non può esserci un solo artefice: è l’insieme, la memoria collettiva, il vero motore dell’evoluzione.
Per le grandi idee servono grandi menti e i nomi sopracitati certamente lo furono. Tutti, a loro modo, ebbero una grande intuizione nello stesso momento della nostra storia – chi poco prima e chi poco dopo – e provarono a svilupparla, ma non tutti avevano le capacità tecniche o economiche per sviluppare l’invenzione. Era tempo che l’uomo imparasse a comunicare a distanza, e così nacque il telefono.
Il tempo. È quella l’unica certezza. Gli esperimenti sul telefono di Manzetti sono infatti antecedenti a quelli di chi oggi gode del merito di aver brevettato l’invenzione. Il primo esperimento telefonico è stato fatto dal valdostano nel 1864, con un apparecchio semplice e funzionante, come dicono le testimonianze. Nel primo prototipo del telefono di Meucci, antecedente a quello manzettiano, molto più rudimentale, chi parlava doveva tenere stretta tra i denti una barretta per trasmettere l’impulso elettrico.
Ma il genio valdostano non ha mai brevettato l’idea, forse perché era solo una delle sue tante invenzioni, o perché aveva già brevettato il macchinario per la pasta, con un grande impegno economico e senza però ottenere il ritorno sperato. Bell aveva le conoscenze e i finanziamenti adeguati per finanziare qualsiasi grande idea.
Nell’ultima parte del racconto si svela che i due visitatori misteriosi sono Bell padre e figlio. Ogni atto e ogni dialogo sono pura fantasia, ma in realtà quell’incontro non è del tutto improbabile. La notizia del telefono di Manzetti aveva fatto il giro del mondo, arrivando persino oltreoceano, pubblicata su un quotidiano italiano stampato a New York.
Sempre nel 1865, pochi mesi dopo l’invenzione, alcuni inglesi giunsero ad Aosta con l’intento di conoscere l’inventore di quell’apparecchio rivoluzionario: il telefono.
Alexander Graham Bell dopo aver brevettato l’idea e aver chiamato il suo apparecchio telefono, invia un suo emissario ad Aosta, a casa del genio valdostano ormai morto, per prelevare tutte le carte relative al telefono di Manzetti.
Il biglietto da visita inserito nel racconto non è casuale, il geometra aostano una volta scoperto il brevetto di Bell disse di averlo incontrato quel tale, si era presentato alla sua porta facendo molte domande sulla sua invenzione e aveva anche lasciato un biglietto da visita.
L’automa e le altre invenzioni
Manzetti inizia a costruire il suo automa nel 1840, all’età di 14 anni. Ha modificato e perfezionato il suo funzionamento per la maggior parte della sua vita e nel 1865 l’automa era in grado di eseguire qualsiasi brano di musica. Per quanto fosse agli occhi degli altri sbalorditivo e perfetto, per Manzetti il suo automa ancora non aveva voce. Quell’amico, che si era creato da bambino e con il quale era cresciuto, non gli ha mai parlato.
È nel tentativo di dar voce al suo amico che Manzetti è arrivato a costruire un esemplare di telefono, nel 1865.
Costruì inoltre una macchina idrovora per svuotare le miniere di Ollomont, nel 1864 fece anche sfrecciare in via Guido Rey , ad Aosta, una vettura stradale con motore a vapore a combustione interna, nella prima metà degli anni 60 dell’Ottocento un prototipo di automobile, con quattro posti a sedere, si muoveva per il centro di Aosta. Karl Benz brevettò l’automobile solo nel 1886.
Manzetti migliorò il funzionamento del velocipede creato nel 1838 da Kirkpatrick Macmillian, realizzando un velocipede a tre ruote e tre posti, che poteva raggiungere la velocità media di 10 km/h. Per divertire le sue figlie costruì un pappagallo volante, che veniva caricato girando una levetta come un carillon e poi si alzava in volo, starnazzava e dopo aver volato per due o tre minuti si posava su una mensola.
Stiamo parlando di un genio. Un genio che non si accontentava mai, che amava seguire le sue idee e il suo istinto, anche se magari a volte non lo portava mai a una conclusione o a veri ritorni economici.
Manzetti morì all’età di 51 anni, in una situazione economica piuttosto precaria. Da sempre cagionevole di salute, negli ultimi anni dovette anche assistere alla morte delle due figlie. Morì in miseria, nel dolore e senza essersi visto riconoscere il suo genio come avrebbe dovuto.
L’automa si può ancora ammirare oggi al Centro Saint-Bénin di Aosta. Dopo la morte di Innocenzo, il fratello Luigi Manzetti esibì l’automa al pubblico in diverse occasioni, persino a Parigi, ma non riuscì a far funzionare a lungo il sofisticato meccanismo. Non ci sono testimonianze che attestino il fatto che il l’automa abbia mai parlato.
Il robot suonatore non suona il suo flauto da oltre 150 anni, mentre il suo creatore fa ancora parlare di sé.
TUTTO IL RACCONTO SU INNOCENZO MANZETTI, di Jacques Martinet











