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    Home » Articoli » L’UE di fronte agli imperialismi di Pechino, Mosca e Washington
    Europa e Alpi

    L’UE di fronte agli imperialismi di Pechino, Mosca e Washington

    Jean-Pierre DarnisJean-Pierre Darnis31 Gennaio 2026
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    laymont, le siège de la Commission UE à Bruxeles (c) Public domain Public domainpictures
    laymont, le siège de la Commission UE à Bruxeles (c) Public domain Public domainpictures
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    Questo sabato guardiamo all’Europa, con questo articolo di Jean-Pierre Darnis sull’UE e gli imperialismi: le Alpi, come il resto del grande continente, ne sono già colpite: cerchiamo di seguire anche gli aspetti più ampi, dall’economia alla sicurezza-difesa che riguardano le nostre Alpi, e abbiamo già scritto alcuni articoli al riguardo.

    ***

    La Cina continua la sua ascesa, la Russia sta conducendo una guerra sanguinosa sul territorio europeo e gli Stati Uniti di Donald Trump mostrano apertamente il loro disprezzo nei confronti dell’Unione Europea. Eppure, quest’ultima offre una notevole capacità di resistenza, che conferisce una forza specifica al suo modello democratico.

    Nel contesto internazionale attuale, le analisi che descrivono un trionfo dell’imperialismo di cui l’Europa sarebbe fatalmente vittima stanno avendo grande successo. La guerra in Ucraina e le operazioni lampo di Donald Trump avrebbero consacrato il ritorno della forza come perno delle relazioni internazionali, uno strumento di cui l’Unione europea (UE) sarebbe priva. L’UE si troverebbe di fronte a un dilemma: o diventa anch’essa una potenza, oppure è destinata a scomparire.

    Questa rappresentazione si basa su una lettura classica delle relazioni internazionali che descrive la realtà del mondo come uno stato di anarchia interstatale. Tuttavia, questa proiezione realistica, spesso criticata perché suscettibile di generare effetti negativi, è talvolta estesa al punto da proclamare l’inutilità fondamentale di un’UE in declino che dovrebbe scomparire per lasciare spazio agli Stati-nazione in grado di schierarsi – una descrizione che si ritrova nella recente Strategia di difesa nazionale americana, in cui l’UE è spesso denigrata.

    È tuttavia opportuno mettere in discussione questi diversi elementi.

    Valutare correttamente i pericoli cinesi e russi

    Questa visione cupa, che sembra constatare fatalisticamente che la forza ha definitivamente prevalso sul diritto, ha come primo difetto quello di alimentare la propaganda di coloro che ritengono che l’esistenza dell’Unione europea non abbia molto senso a causa della sua presunta impotenza. Tali affermazioni erano già state espresse ripetutamente dal potere russo; ora lo sono anche da quello statunitense.

    Occorre poi tornare sull’attuale rappresentazione di un mondo dominato dalle potenze imperialiste. Gli Stati Uniti, la Cina e la Russia sarebbero i tre Stati imperiali che cercano di stabilire sfere di potere, una visione geografica portatrice di un determinismo negativo per l’Europa. Tuttavia, è necessario sottolineare le differenze fondamentali che esistono tra queste diverse entità.

    La Cina appare concentrata soprattutto sugli aspetti economici e tecnologici del potere, che le consentono di mantenere i guadagni che ricava dagli scambi globali. Si tratta certamente di una ricerca di massimizzazione dei propri interessi, ma la cui portata e finalità rimangono oggetto di discussione tra gli specialisti. Da un punto di vista europeo, il rapporto con Pechino è certamente problematico, ma sembra gestibile con gli strumenti classici dell’Unione.

    Giustamente diffidente nei confronti di un regime politico cinese totalitario che esprime apertamente il suo neoimperialismo, l’UE ha finora seguito gli Stati Uniti sulla via di una politica di contenimento. L’attuale ciclo di allontanamento transatlantico potrebbe mettere parzialmente in discussione questa agenda, mentre gli europei devono ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti.

    Il caso russo è diverso

    Il caso russo è diverso: qui abbiamo una chiara manifestazione di imperialismo militare classico in cui una visione storica e ideologica sottende le velleità di conquista territoriale. Nonostante le loro debolezze e un sistema istituzionale poco efficace nell’uso della forza, gli europei non hanno mancato di sostenere lo sforzo militare ucraino, al di là della condanna politica dell’aggressione russa. L’Ucraina, che lotta per mantenere un destino autonomo ed europeo, è riuscita a contenere l’esercito russo.

    L’imperialismo del Cremlino può continuare ad alimentare conflitti e richiedere ulteriori sforzi in termini di riarmo o addirittura di combattimenti, tanto più se viene meno la garanzia di sicurezza americana, ma è anche molto chiaro che gli europei non vogliono passare sotto il controllo della Russia e non intendono cedere territori. Si tratta quindi di un problema importante e doloroso, ma la cui analisi rimane chiara: l’Unione europea non è un ventre molle che può essere conquistato dalle armate del Cremlino.

    La visione dell’imperialismo cinese e dell’imperialismo russo come fattori che potrebbero atomizzare l’UE deve quindi essere relativizzata. Non si tratta di negare la realtà dei pericoli e delle sfide legati a questi due contesti, ma di ricordare che l’Unione rimane in grado di gestirli.

    Il caso specifico dell’amministrazione Trump

    Il terzo imperialismo, quello degli Stati Uniti, appare più problematico. Innanzitutto, le velleità di annessione della Groenlandia costituiscono uno scenario originale di conquista territoriale a scapito dell’UE, minacciando la sovranità della Danimarca. Più in generale, il deterioramento del rispetto del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti mette potenzialmente in discussione l’alleanza transatlantica, che si basava sull’accettazione dell’egemonia americana da parte degli europei in cambio non solo della protezione militare incarnata dalla NATO, ma anche di un consenso sulla difesa dei valori di libertà.

    L’adozione della logica della potenza da parte della seconda presidenza Trump rompe questo tacito accordo. Gli europei devono ora gestire una fase delicata, quella del disaccoppiamento dagli Stati Uniti, evitando che degeneri in un conflitto. In altre parole, il rapporto tra Unione Europea e Stati Uniti, se ridotto a un semplice calcolo di interessi di tipo realistico, perde una dimensione essenziale, quella di una convergenza politica e ideologica che, dalla Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776, costituiva il fondamento del rapporto, una base necessaria per gli scambi di beni e servizi, in particolare per i dati.

    L’amministrazione Trump commette l’errore di credere che la supremazia derivasse dal potere, sia esso militare, economico o tecnologico. In realtà, l’alleanza è molto più produttiva del dominio e questa rottura porterà probabilmente a un indebolimento dell’attrattiva, e quindi del potere, americano, il che potrebbe inoltre aumentare le tensioni interne ed esterne. Basti pensare, ad esempio, alle potenziali conseguenze di un calo dell’immigrazione altamente qualificata su un’economia americana basata essenzialmente sulla capacità di innovazione tecnologica.

    L’Arlésienne dell’Europa potenza

    Una delle caratteristiche principali dell’UE è la sua solidità: le crisi hanno dimostrato che l’UE è in grado non solo di resistere a un contesto negativo (crisi finanziarie, Covid), ma anche di rafforzarsi.

    L’UE è un sistema istituzionale complesso, spesso difficile da comprendere. Questo sistema misto, al tempo stesso intergovernativo e federale, dimostra una notevole resistenza perché è il risultato di una serie di compromessi che, una volta adottati, rimangono radicati nella vita politica europea.

    È quindi particolarmente difficile smantellare ciò che è stato realizzato all’interno dell’Unione, come dimostra la Brexit. Inoltre, il complesso modello istituzionale dell’Unione – il processo democratico misto tra Parlamento, Consiglio e Commissione – rafforza le istituzioni, il che costituisce anche una fonte di resistenza alle pressioni esterne.

    L’UE costruita come una non-potenza

    L’UE si è costruita come una non-potenza, una creazione politica che ha posto al centro del suo progetto l’espansione dei mercati e la crescita: le funzioni militari sono state gelosamente conservate dagli Stati membri sin dall’inizio dell’integrazione. Questo rifiuto di un’Europa potente riflette una delle caratteristiche fondamentali dell’Unione, quella di essere nata come entità politica di rimedio che permette di voltare pagina rispetto ai conflitti intraeuropei molto sanguinosi, obiettivo ormai raggiunto.

    Oggi è quindi opportuno non dimenticarlo quando si chiede un rafforzamento di una serie di istituzioni che non sono state programmate per questo. Le diverse sovranità nazionali esprimono tradizioni divergenti in termini di impiego delle forze armate: appare quindi politicamente difficile creare un esercito europeo, mentre le coalizioni a geometria variabile, già esistenti nel caso del potenziale dispositivo di garanzia della sicurezza dell’Ucraina o quando si tratta di inviare soldati in Groenlandia a sostegno della Danimarca, consentono di prevedere un potenziamento degli apparati militari a livello europeo, il che dimostra chiaramente che gli Stati membri non sono privi di strumenti.

    Anche in questo caso, è opportuno non applicare una lettura semplicistica della potenza europea, secondo cui l’impossibilità di organizzare un monopolio collettivo unico della forza a livello europeo significherebbe la fine dell’Unione stessa. L’Unione sta dimostrando che, quando è costretta da pressioni esterne, trova le risorse comuni per resistere.

    L’Unione europea illustra il paradosso di una crescita istituzionale che non può essere compresa seguendo i criteri classici degli Stati e che trae la sua forza da un processo originale di espansione territoriale (i diversi allargamenti) e di creazione di sovranità europee che rafforzano quelle nazionali, il tutto al servizio di un compromesso socialdemocratico che rimane un modello.

    L’UE, polo di attrazione di fronte agli imperialismi?

    Esiste quindi una sottovalutazione intrinseca dell’Unione, una rappresentazione di debolezza che è amplificata dalle descrizioni troppo geopolitiche del globo. L’UE non è debole, anche se non è una potenza, e costituisce un notevole compromesso tra sovranità democratica e progresso.

    Il contesto globale attuale rimane comunque particolarmente difficile e minaccioso, tanto più che il gioco internazionale è turbato dalle azioni drastiche della presidenza americana. Durante il recente forum di Davos, il primo ministro canadese Mark Carney ha evocato una visione di un polo democratico in grado di resistere agli imperi. È certamente in questa scia di associazione con paesi come il Regno Unito e il Canada che deve inserirsi la strategia di resistenza di un’Unione che può avere l’ambizione necessaria per rimanere organizzata attorno allo Stato di diritto, di fronte ai pericoli imperialisti. Questo deve essere un fattore non solo di competitività, ma anche di speranza per coloro che, ad esempio negli Stati Uniti, lottano per il mantenimento della democrazia.

    Questo articolo è ripubblicato da The Conversation, ma anche con il gentile consenso dell’autore.

    –>The Conversation

    Cet article est republié à partir de The Conversation sous licence Creative Commons..

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    Jean-Pierre Darnis

    Professore universitario, Direttore del Master in Relazioni italo-francesi, Université Côte d’Azur, Ricercatore associato presso la Fondation pour la Recherche Stratégique (FRS, Parigi), Professore e membro del CISS presso l'Università LUISS di Roma, Université Côte d’Azur

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