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Home » Articoli » Ötzï, l’uomo venuto da tutto /1
Racconti

Ötzï, l’uomo venuto da tutto /1

Jacques MartinetJacques Martinet10 Luglio 2026
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(c) Khizara Nalgieva Nos Alpes
(c) Khizara Nalgieva Nos Alpes

Inizia un racconto ambientato 5.300 anni fa sulle tracce di Ötzi, la mummia del Similaun, con la figura del viandante venuto «dal tutto» e richiami a scoperte e reperti reali /1


5300 anni fa Il tempo sembra essersi fermato. Le temperature si abbassano e le stagioni si somigliano sempre di più.

L’estate è prossima ma i ghiacciai ricoprono gran parte delle montagne, i boschi sono grigi e il canto degli uccelli è timido. Racchiuso in uno spiazzo di terra circondato dalla foresta sorge un villaggio di uomini composto da poco più di una ventina di case in paglia e argilla, poste non molto distanti una dall’altra. Vivono qui una quarantina di individui, coltivano il campo sottostante con legumi e cereali, allevano qualche bestia e nel villaggio la vita si ripete da centinaia di anni. L’unica novità, oltre al freddo glaciale dell’ultimo periodo, è stata l’arrivo di uno straniero, battezzato “l’uomo venuto dal tutto”. In un’Umanità ormai sedentaria lui ha girovagato per tutta la sua lunga esistenza e a testimoniarlo è il suo corpo e la conoscenza che porta con sé.

È partito dal cuore della penisola italiana attraversando numerosi villaggi, da ognuno ha preso e lasciato, a volte viveri, altre oggetti, persino una parte di sé. Era giovane, appena partito dalla vecchia casa, sapeva a malapena accendere un fuoco ma ad ogni passo imparava. Arrivò in un grande villaggio lungo le coste, e qui apprese l’arte della lavorazione del metallo rosso, il Rame. Lo cercavano senza sosta, poi lo fondevano e lo raffreddavano in appositi stampi; una volta freddo, lo martellavano e lo trasformavano in utensili, asce o coltelli.

Si fermò a lungo in quel villaggio. Conobbe una donna, come in ogni altro che aveva attraversato d’altronde, ma lei era diversa. Allevava le bestie del padre da poco deceduto, e quando lui tornava dal lavoro gli puliva le mani rosse e la sera cantava, la sua voce era così dolce che l’uomo non fece mai un incubo in quelle notti. Una strana sensazione si stava impossessando di lui, un desiderio non di una donna ma di lei. Anche se era appena partito, anche se voleva vedere tutto pensò di fermarsi lì a lavorare il metallo rosso, a farsi pulire le mani per poi addormentarsi sentendola cantare, così per sempre.

Fu un toro a farlo ripartire. Un vecchio toro testardo ereditato dal padre che la ragazza accudiva tutti i giorni nonostante non fosse più in grado di trainare nemmeno se stesso. Lui le propose più volte di farne carne da macello, per lei invece la natura doveva fare il suo corso. Ma la natura è imprevedibile. I tuoni e i lampi spaventavano a morte la bestia e un giorno, nel bel mezzo di un temporale, lei corse fuori per mettere al riparo i panni e in quel momento passò il toro indemoniato. Nel togliere la vita al piccolo corpo di quella donna calpestandolo, anche una bestia vecchia e testarda come quel toro provò vergogna.

L’uomo dopo averlo macellato e dato in pasto a tutto il villaggio riprese il cammino ma prima si fermò a fissare il mare, asciugandosi le lacrime, e quando capì che queste sarebbero state inarrestabili per molto tempo le lasciò scorrere sul viso. Aveva visto morire il fratello e qualche anno dopo il padre, nello stesso strato d’erba che utilizzavano come letto. Ad andarsene è solo il corpo, lo spirito vive in chi resta. Era stata la mamma a dirglielo prima che si mettesse in cammino.

E anche quella volta, dopo aver mischiato le sue lacrime con il mare, si è rimesso in viaggio, con una vita in più da portare con sé. Ha passato pianure senza alberi, seguito rive di fiumi in piena, oltrepassato colline e montagne fermandosi di tanto in tanto. In un villaggio costruito su rocce bianche ha conosciuto persone così vecchie da chiedersi se valesse la pena trasformarsi fino a quel punto per vivere più a lungo. Antichi rimedi venivano tramandati da secoli, come l’arte dei segni. Il corpo viene segnato con legni appuntiti, seguendo le fasce del dolore fino a lacerare la pelle ma rilassando muscoli e articolazioni, coprono poi le ferite con del carbone nero che lascia segni indelebili. Più la pratica viene eseguita e più diventa visibile sul corpo come un marchio da nascondere al nemico perché mostra debolezza ma infonde forza.

Nel villaggio successivo, costruito su un prato senza fine, ha arato la terra e coltivato ogni tipo di legume e ortaggio, imparando a rispettare i ritmi della natura. Nei tanti giorni trascorsi a vagare nei boschi ha imparato a distinguere i funghi, quelli velenosi da quelli buoni e gustosi, quelli adatti per appiccare un fuoco da quelli ottimi come rimedio terapeutico.

È invecchiato in quei boschi ma nelle notti più fredde la sua fiamma non si è mai spenta. Per nutrirsi si è costruito un arco più alto di lui, prende dalla natura solo il necessario per mantenere il suo corpo. Mentre per nutrire lo spirito non ha riguardo alcuno per il creato, apprezza ogni tramonto fino a che il Sole non è scomparso del tutto, insegue ogni odore con l’istinto di un bambino e se è un fiore lo ghermisce, se è un legno lo intaglia e lo lavora e se è un soffice prato si sdraia sopra annullando ogni pensiero.

E dopo aver vissuto a lungo e visto altrettanto è giunto nel villaggio stretto in mezzo alle montagne e per la seconda volta in decine di anni di cammino ha deciso di fermarsi, quello sarebbe stato un bel posto per morire o per vivere ancora.

TUTTO IL RACCONTO : Ötzï, l’uomo venuto da tutto

TUTTI I RACCONTI DI JACQUES MARTINET

Featured Ötzï l'uomo venuto da tutto
Jacques martinet
Jacques Martinet

Ha studiato al Dams a Torino e poi all’Alma Mater a Bologna. Nel 2022 un tirocinio lo ha portato a Roma, a lavorare inizialmente nella produzione della serie Suburræterna e poi in altre produzioni cinematografiche. Appassionato di letteratura e sceneggiatura ha pubblicato il suo primo racconto sul sito Racconti nella rete dell'associazione LuccAutori.

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