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    Home » Articoli » Innocenzo Manzetti, e l’automa a cui dar la parola (1)
    Racconti

    Innocenzo Manzetti, e l’automa a cui dar la parola (1)

    Jacques MartinetJacques Martinet4 Gennaio 2026
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    Innocenzo Manzetti e l'automa, illustrazione (c) Nos Alpes AI
    Innocenzo Manzetti e l'automa, illustrazione (c) Nos Alpes AI
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    Aosta 1865

    Una fredda nebbia avvolge la città di Aosta e scivola lenta tra le strette vie, fino ad espandersi sulla grande piazza principale. Il Municipio che da anni ormai è vigilante della città quella notte è cieco.

    La locanda della piazza centrale ha appena chiuso i battenti, due uomini ben vestiti sono da poco usciti e si dirigono verso i bui vicoli della cittadina. Il silenzio della notte viene interrotto solo di tanto il tanto dal sibilare del vento e dal bisbiglio dei due che parlano un inglese aristocratico. Stretti, l’uno accanto all’altro, avanzano a fatica fino a raggiungere una lunga via, chiusa tra il gelo degli orti e una schiera di case. Una dolce melodia di flauto si spande nell’aria cruda.

    • It is he (è lui) – bisbiglia l’uomo più anziano.

    Una raffica gelida e improvvisa proveniente dagli orti li schiaccia contro le mura delle case. Il flauto e il suo esecutore sono sempre più vicini e i due uomini hanno gli occhi sbarrati e sono abbandonati al buio. Seguono la musica.

    • Signori? Che fate là fuori?! C’è un vento triste e freddo, salite.

    L’uomo più giovane alza la testa a fatica, riuscendo a scorgere una sagoma affacciata da una finestra sopra di loro che indica un piccolo portone. Il flauto continua la sua melodia. La mano del giovane inglese afferra la maniglia del portone, ma come per magia la porta si apre dopo un sonoro clack. Entrano e il flauto tace.

    I due uomini appesantiti e impacciati dai numerosi strati di vestiti si ritrovano in un ingresso stretto e buio. I loro piedi incespicano nelle migliaia di oggetti che si trovano in quella che più che una stanza di una dimora sembra il magazzino di un fabbro.

    La luce filtra appena da una porta posta in cima alle scale e nella stanza si trovano accatastati i più strani oggetti che una mente umana possa concepire. Al centro di un grande tavolo spicca una sorta di ombrello fatto di latta, tutto intorno si intravedono tubi in legno, tubi in metallo, tubi in bronzo, e fili, fili ovunque, di ogni dimensione, di qualsiasi forma e spessore. Una grossa ruota è appoggiata contro un muro e, sparsi nei luoghi più improbabili, fogli di carta, disegni e appunti. Una voce accogliente indirizza al piano superiore la coppia di visitatori persi a contemplare un disordine affascinante, ingegnoso.

    Una volta arrivati al piano superiore la stessa melodia di flauto che hanno udito poco prima nella bufera si ripresenta. C’è qualcosa di anormale in quella musica, sembra suonata da un musicista senz’anima. Ma come i loro occhi scorgono l’esecutore tutto si spiega nella meraviglia.

    Le sue braccia ricordano quelle di un essere umano, ma mancano di spalle e sono di un verde spento. Ha le dita tozze e lunghe che si muovono con una certa eleganza sul flauto traverso. Le gambe sono in ferro e sulle cosce ha due specie di piccole campane. Parte della faccia è vuota e ricorda la testa di un uomo, solo perché una sagoma fatta di fili in ferro ne riprende la forma. Ogni tanto muove gli occhi all’unisono, occhi morti in avorio, incastrati in una cavità ferrea. Di fronte ai due visitatori inglesi non c’è un esecutore comune, ma l’automa di Manzetti.

    I due uomini applaudono entusiasti e si scambiano un’occhiata complice.

    Dall’angolo della stanza una tenda si scosta lasciando intravedere un piccolo harmonium dal quale partono altri migliaia di cavi verso l’automa. Un uomo minuto nell’aspetto si fa avanti, ha una barba bionda folta e al contrario dell’automa un viso ben definito in ogni suo tratto, la fronte alta come i migliori pensatori, gli occhi vispi e incavati dall’aria simpatica.

    • Benvenuti cari ospiti, purtroppo questa sera il violinista ha un piccolo problema alla schiena e non ha potuto inchinarsi…
    • Sorry, parlare noi inglese.
    • Siete inglesi?! È fantastico! [Inglese] Conosco un po’ la vostra lingua. Sono stato nella vostra terra… che maleducato, cari ospiti, scusate. Io sono Innocenzo, Innocenzo Manzetti e lui è il mio automa e non ha ancora un nome. Come vi dicevo, non ha potuto fare il suo inchino stasera, un piccolo infortunio che ripareremo presto.
    • Siamo noi a doverci inchinare a lui, signore. E a voi, noi vi conosciamo, siete famoso anche dalle nostre parti, noi siamo di Edimburgo, Scozia. – La parlata dell’ospite più anziano è calma e tranquilla e lascia trasparire una grande ammirazione per Manzetti.
    • Grazie signore, lui è molto più famoso di me, ma purtroppo non è ancora finito. – Manzetti guarda il suo automa con dolcezza.
    • Mi sembra perfetto – Commenta l’ospite più giovane avvicinandosi all’automa guardandone i marchingegni fino a toccarli.
    • Alex! – Lo sgrida il padre. – Scusate è uno curioso mio figlio.
    • Padre e figlio, due distinti signori scozzesi nella gelida nebbia valdostana. Cosa vi porta da queste parti?

    L’uomo più anziano tentenna, si guarda intorno e poi elude la domanda.

    • Avete detto che è senza nome. Come mai?
    • Vede per molti è già finito il mio automa, come per suo figlio. Manca però la parte che più di ogni altra mi ha tolto il sonno in questi anni, la più complessa e fondamentale: la parola. Ecco quando parlerà, e vi assicuro signori che un giorno lo farà, allora sarà lui stesso a dirmi il suo nome.
    • E come potrà parlare? Come pensate di trasmettere in lui la parola.
    • Trasmettere… voi due signori mi sembrate gente del settore dell’ingegno. Non è vero? Ecco è proprio la trasmissione il punto, ho notato sin da quando ero ragazzo la possibilità di poter trasmettere la parola. L’ho fatto più e più volte, all’inizio per divertimento e poi è nata l’intuizione. Sapete però, quando diventa un lavoro, quando si deve fare i seri, finisce che ci si annoia – Manzetti se la ride ma i suoi ospiti sembrano invece molto concentrati.
    • Ci siete già riuscito?! – Commenta il figlio esaltato.

    Oh sì, davanti a un professore di fisica. Tanti e tanti anni fa.

    TUTTO IL RACCONTO SU INNOCENZO MANZETTI, di Jacques Martinet

    TUTTI I RACCONTI DI JACQUES MARTINET SU NOS ALPES

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    Featured Innocenzo Manzetti - di Jacques Martinet top
    Jacques martinet
    Jacques Martinet

    Ha studiato al Dams a Torino e poi all’Alma Mater a Bologna. Nel 2022 un tirocinio lo ha portato a Roma, a lavorare inizialmente nella produzione della serie Suburræterna e poi in altre produzioni cinematografiche. Appassionato di letteratura e sceneggiatura ha pubblicato il suo primo racconto sul sito Racconti nella rete dell'associazione LuccAutori.

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