Aosta 1843
Un caldo anomalo soffoca la città. È più di un mese che non cade una goccia d’acqua in quell’estate afosa, i verdi prati si ingialliscono e diventano il palcoscenico ideale dove i ragazzi possono dare sfogo alle loro fantasie. Sul grande prato dietro la chiesa di Sant’Orso decine di bambini guardano in direzione di una vecchia cascina malridotta, le loro facce sono incuriosite e allo stesso tempo spaventate. Un ragazzone di non più di 14 anni, dalla corporatura robusta, avanza deciso verso la cascina. Alcuni bambini non hanno il coraggio di guardare, altri commentano a bassa voce con il vicino. Un piccoletto leggermente in disparte sembra l’unico divertito.
Il ragazzone arriva davanti alla cascina, esita, poi trova il coraggio e apre la porta. All’interno i raggi di sole che filtrano dai buchi sul soffitto lasciano intravedere una stanza vuota e malmessa. Al centro solo una sedia. Seduto composto e appoggiato allo schienale un burattino guarda dritto in direzione del ragazzo. Al posto della testa c’è un teschio, a conferirgli un aspetto deforme e maligno. Sulle piccole gambe è poggiato un cappello a cilindro con strani fili che gli penzolano attorno.
Senza riuscire a provare nient’altro che stupore e paura, il ragazzone paralizzato si sente dire dal teschio:
- Che fai là!
Esce dalla vecchia cascina con una rapidità che il vento creato dal suo moto avrebbe potuto abbattere quei quattro legni, dentro i quali era racchiusa un’ingegnosa stregoneria.
- Ha parlato! Ha parlato! – Urla correndo per il prato il grosso ragazzo terrorizzato e con lui quasi tutti i bambini si disperdono nel prato, chi impaurito e chi divertito. L’unico che si dirige verso la cascina è il piccoletto che se la rideva sin dall’inizio. Con aria scaltra va sul retro dove accovacciato dietro un sasso trova Innocenzo.
- Ananie ce l’abbiamo fatta! – Urla entusiasta Innocenzo che tra le mani stringe un cappello a cilindro pieghevole, tale e quale a quello poggiato sulle gambe del burattino.
- Se la sono fatta sotto – Ananie se la ride di gusto.
- Domani parleremo a una distanza di 400 metri!
- E chi spaventiamo?
- Ananie, domani non spaventiamo nessuno, ci sarà anche il professore del mio istituto, e tu mi dovrai aiutare.
- Ah, va bene. – Quando non c’è nessuno da spaventare Ananie perde un pò l’entusiasmo ma è sempre incuriosito dai continui esperimenti del fratello.
- Se riusciremo, domani finiremo sui giornali, te lo immagini: I fratelli Manzetti parlano a distanza!
***
La mattina successiva Innocenzo è particolarmente agitato e commenta ogni suo gesto ad alta voce più del solito.
– Ananie tu prendi i due cappelli Gibus, io penso a tutti i cavi. Il professore sarà già lì. Lui è uno puntuale. Speriamo si ricordi anche lui i cavi. Ma sì di sicuro, è anche uno preciso. Vedrai che ce la faremo Ananie!
Ananie è troppo piccolo per capire il funzionamento dei marchingegni del fratello ma ogni volta si fa travolgere dalla passione con cui Innocenzo gli spiega principi anche complessi, terminando ogni spiegazione con un “Vedrai che ce la faremo Ananie”. E quasi sempre i suoi esperimenti funzionano, e a quella trasmissione sonora tiene particolarmente, quasi più che al suo automa che ha iniziato a costruire da ormai 3 anni.
I due fratelli Manzetti arrivano carichi di attrezzatura lungo le sponde del Buthier, davanti all’arco d’Augusto. Il professore è puntuale come immaginato.
- Ecco i due giovani scienziati. Sono davvero molto curioso di vederti all’opera Manzetti.
Innocenzo si mostra disinvolto anche se ha una paura terribile non di non riuscire ma di sbagliare.
- Ananie lo abbiamo già fatto mille volte, stendiamo i cavi adesso, devono essere tesi, poi tu vai giù in fondo io resto qui con il professore. Ti parlerò dal cappello come sempre e tu mi sentirai. Vedrai che ce la facciamo!
Dunque, l’esperimento ha inizio. I fratelli dispongono su una distanza di 400 metri cinque postazioni con pali a croce sui quali fanno passare il lungo cavo di ferro. Lo assemblano per oltre un’ora legando con un filo, in ferro più sottile, le numerose barre recuperate per l’esperimento.
Il lungo cavo è fissato, sorretto dai pali e teso. I cappelli Gibus sono pronti a emettere e ricevere. Ananie è così distante che il vecchio professore fatica a vederlo, posa il suo piccolo orecchio all’interno del cappello.
- Mi senti Ananie! Mi senti? – Dice parlando dall’altro capo e con voce agitata Innocenzo.
- Sì ti sento…ti sento!
I due ragazzi urlano di gioia e il professore sorride.
- Affascinante, ma il principio è lo stesso dei barattoli a filo. – Commenta il professore.
- Ed è per questo che volevo farlo vedere a lei! Qui entra in gioco la fisica professore, serve un conduttore migliore: l’elettricità! E poi bisogna creare un apparecchio che generi e ricrei le onde in suono. – Esclama con passione Manzetti.
- Conduzione elettrica… per una propagazione più rapida e costante…
- Amen, professore.
TUTTO IL RACCONTO SU INNOCENZO MANZETTI, di Jacques Martinet











