Il dibattito politico sulla riforma della fauna selvatica ha registrato una netta inversione di tendenza sul punto più controverso del provvedimento, bloccando sul nascere la proposta di consentire la caccia allo stambecco. Contenuta nel disegno di legge 1552, essa era sorta durante l’esame parlamentare e aveva suscitato immediate reazioni da parte di ricercatori, associazioni ambientaliste e amministratori locali.
Il testo, che ancora continua ad alimentare il confronto politico e ambientale in Italia, era passato al vaglio delle Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato ed è ora pronto per l’approdo in Aula. Dinnanzi alle critiche, tuttavia, il Governo e le forze di maggioranza hanno scelto di fare marcia indietro, annunciando l’esclusione definitiva della specie simbolo alpina dall’elenco delle specie interessate dagli emendamenti.
Niente caccia ma protezione per lo stambecco
Lo stambecco rappresenta una delle specie simbolo dell’arco alpino italiano, la cui storia è strettamente legata alle politiche di conservazione novecentesche che ne hanno evitato la scomparsa dopo il drastico declino causato proprio dalla caccia. A oggi, però, essa non è esente da dinamiche che ne minacciano la sopravvivenza tra cui la limitata variabilità genetica della popolazione e gli effetti che il cambiamento climatico sta già producendo sugli habitat montani da essa frequentati.
Secondo numerosi esperti, rendere l’animale cacciabile avrebbe sollevato criticità sia sul piano scientifico sia sul piano della biodiversità, con potenziali ricadute in termini di numerosità e benessere della specie. Dunque, la scelta di ritirare la norma è stata accolta favorevolmente da chi chiedeva una maggiore attenzione alle valutazioni tecniche nella gestione della fauna selvatica.
Voci di difesa e critica
Tra le voci più critiche nei confronti della riapertura della caccia allo stambecco figurava Mauro Durbano, presidente del Parco nazionale Gran Paradiso che ne ha garantito la sopravvivenza dopo il rischio di estinzione tra Ottocento e Novecento. A sostenere il dietrofront sono stati anche il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e il presidente della Commissione Agricoltura del Senato Luca De Carlo, che per primo ha annunciato l’esclusione della specie dal testo. Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio ha voluto sottolineare il risultato portando in Consiglio regionale un peluche raffigurante proprio l’animale per ribadire il suo valore identitario per la regione.
Esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle hanno accolto favorevolmente la tutela ma hanno contestato il fatto che il resto del disegno continui a prevedere un ampliamento dell’esercizio dell’attività venatoria. Secondo tali forze politiche, il passo indietro sullo stambecco non modifica l’impostazione generale della riforma, che resta oggetto di un acceso confronto parlamentare e pubblico.
Le altre misure che continuano a dividere
Se sulla caccia allo stambecco la maggioranza ha corretto il testo del cosiddetto disegno di legge Malan, restano invece confermate diverse disposizioni che continuano a suscitare contestazioni. Tra queste figura la possibilità di svolgere attività venatoria nelle aree del demanio, comprese le spiagge, attraverso una variazione che ha riaperto un dibattito già emerso nei mesi scorsi.
Le associazioni ambientaliste contestano inoltre l’ampliamento degli spazi e dei periodi destinati alla caccia, la possibilità di intervenire su alcune specie oggi tutelate e le norme che riguardano la presenza di cacciatori provenienti dall’estero. Secondo le organizzazioni che si oppongono al provvedimento, esso ridurrebbe il livello di protezione della fauna e potrebbe entrare in conflitto con alcune disposizioni europee in materia di tutela degli uccelli selvatici.
Il percorso parlamentare non è concluso
Nonostante la conclusione dell’esame in Commissione, il DDL 1552 deve ancora completare l’intero iter legislativo, i cui prossimi passaggi saranno la discussione e il voto nell’Aula del Senato. Se il testo verrà approvato dai senatori, esso sarà trasmesso alla Camera dei deputati per una nuova fase di esame e, qualora accettato senza modificazioni, diverrà legge.
Qualora invece a Montecitorio i deputati proporranno di introdurre ulteriori cambiamenti, il provvedimento dovrà tornare una seconda volta al Senato per una nuova votazione. Soltanto a seguito dell’avvallo dello stesso identico testo da parte di entrambe le Camere, la riforma potrà essere promulgata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
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