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    Home » Articoli » Riforma della caccia: lo stambecco diverrà cacciabile in Italia?
    Ambiente e territorio

    Riforma della caccia: lo stambecco diverrà cacciabile in Italia?

    Giorgia GambinoGiorgia Gambino20 Maggio 2026
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    Uno stambecco, Un bouquetin (c) CC BY-SA 4.0, Luca Casale, Wikimedia Commons
    Uno stambecco, Un bouquetin (c) CC BY-SA 4.0, Luca Casale, Wikimedia Commons
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    La caccia allo stambecco torna al centro del confronto politico in Italia dopo l’approvazione, in commissione al Senato, di alcuni emendamenti al disegno di legge 1552 sulla riforma della normativa venatoria. Tra le modifiche più discusse figura l’inserimento della specie alpina tra quelle potenzialmente cacciabili, una proposta che ha immediatamente riattivato il dibattito tra maggioranza, opposizioni e associazioni ambientaliste.

    La misura si inserisce nel più ampio intervento di revisione della legge 157 del 1992, attualmente all’esame delle commissioni Ambiente e Agricoltura, e riguarda diversi aspetti della gestione della fauna selvatica e dell’attività venatoria. Ovviamente essa non è ancora entrata in vigore ma coinvolta in un percorso in Parlamento che la vedrà approdare in aula al Senato nelle prossime settimane, prima di un eventuale passaggio alla Camera per la seconda lettura.

    Lo stambecco, specie simbolo delle Alpi e del Gran Paradiso

    Lo stambecco alpino è una specie storicamente legata alle Alpi e in particolare all’area del Parco nazionale del Gran Paradiso, dove la sua sopravvivenza è stata garantita dopo il rischio estinzione tra Ottocento e primo Novecento. Non a caso la popolazione attuale discende da pochi esemplari rimasti nel periodo in cui la caccia intensiva ne aveva ridotto drasticamente il numero, sino a farne sopravvivere nel 1921 soltanto 100 esemplari.

    Le misure di tutela introdotte prima dalla riserva reale dei Savoia e poi dalla successiva istituzione del parco nazionale hanno permesso il recupero della specie, oggi presente lungo tutto l’arco alpino. Secondo le stime citate nel dibattito parlamentare e dalle associazioni ambientaliste, in Italia si contano circa 15 mila stambecchi, parte di una popolazione alpina complessiva di circa 50 mila individui suddivisi in 60 gruppi.

    La riforma della caccia e l’inserimento dello stambecco

    Il disegno di legge 1552 – cosiddetto DDL Malan, dal nome del senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan suo promotore – interviene su diversi punti della normativa venatoria. Tra le modifiche approvate in commissione è fortemente volute dal Governo rientrano l’ampliamento dell’elenco delle specie cacciabili e una revisione delle modalità di esercizio della caccia.

    Oltre allo stambecco, il testo include tra le specie potenzialmente interessate da pratiche di caccia anche l’oca selvatica e il piccione di città, mentre risulta contestualmente modificato anche il regime di protezione del lupo. Questo, difatti, sarebbe declassato da specie “particolarmente protetta” a specie “protetta”, senza tuttavia che esso divenga a tutti gli effetti cacciabile o prelevabile in alcun modo.

    Gli emendamenti prevedono inoltre l’estensione dell’attività venatoria in alcune aree demaniali, nuove disposizioni sulla mobilità dei cacciatori tra regioni, la possibilità di operare su terreni innevati e l’utilizzo di determinate tecnologie di puntamento.

    Le reazioni delle associazioni ambientaliste

    Le modifiche alla legge sulla caccia in generale e l’introduzione dello stambecco tra le specie che potrebbero essere soggette a essa hanno suscitato reazioni contrarie da parte di diverse associazioni ambientaliste. Tra queste la Lega Abolizione Caccia, che ha criticato l’impianto complessivo della riforma, ritenendolo un ampliamento significativo delle possibilità di abbattimento della fauna selvatica.

    Opinioni contrarie sono arrivate anche da esponenti di Europa Verde e di altre forze di opposizione, che hanno annunciato iniziative parlamentari contro il provvedimento. Nel dibattito è stata richiamata anche una comunicazione della Commissione Europea, che avrebbe espresso osservazioni sulla compatibilità del testo con le direttive comunitarie in materia di tutela della fauna.

    La direzione del Parco nazionale del Gran Paradiso ha ricordato che l’area protetta mantiene un regime di divieto di caccia e che eventuali modifiche normative non inciderebbero sulle regole interne del territorio. Sono inoltre rammentati alcuni elementi biologici dello stambecco, come la bassa variabilità genetica e la maturità tardiva della specie, fattori considerati rilevanti nelle valutazioni sulla gestione faunistica.

    Il confronto politico in Piemonte

    In Piemonte il dibattito circa l’inserimento dello stambecco nella lista delle specie cacciabili si è acceso anche all’interno della stessa maggioranza di centrodestra. L’emendamento che apre alla possibilità di abbattimenti selettivi degli animali è stato presentato da senatori della Lega lombarda, ma diversi esponenti piemontesi hanno preso le distanze dall’ipotesi di applicarlo sul territorio regionale.

    Il capogruppo leghista in Consiglio regionale Fabrizio Ricca ha dichiarato che lo stambecco non potrà essere toccato sul territorio regionale, mentre il consigliere del Partito Democratico Alberto Avetta ha criticato il mancato coinvolgimento preventivo della Regione nel percorso legislativo. Più prudente la posizione della giunta regionale: l’assessore all’Agricoltura Paolo Bongioanni ha ricordato che eventuali decisioni dovrebbero basarsi sulle valutazioni tecniche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), mentre l’assessore alla Montagna Marco Gallo ha invitato a un approccio cauto e conscio del valore simbolico e naturalistico della specie per l’arco alpino.

    Un precedente in Valle d’Aosta

    Nei mesi precedenti all’approvazione degli emendamenti concernenti la caccia allo stambecco e ad altri animali selvatici, l’assessora all’Agricoltura della Valle d’Aosta, Speranza Girod, aveva spiegato che era al vaglio della Regione una norma similare. L’annuncio, risalente al Consiglio regionale dello scorso giovedì 29 gennaio, fa seguito a un documento tecnico per la gestione e il monitoraggio della specie e rientra in un decreto ministeriale legato alla Legge montagna e a un protocollo regionale già approvato nel 2025 per la gestione del lupo.

    E proprio su tale specie si concentrava una larga porzione di esso, precisando che nell’anno corrente sul territorio sarebbe possibile procedere all’abbattimento di un massimo di tre lupi di esemplari considerati “confidenti” o “dannosi”. Al momento, però, non risultano accertate casistiche del genere o situazioni specifiche nelle quali gli animali perdano la diffidenza verso l’uomo o causino criticità che i metodi di prevenzione non sono in grado di gestire in maniera efficace.

    LEGGI ANCHE: Dalla Svizzera nuovi strumenti IA per studiare gli animali selvatici

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    Classe 1997, ho due lauree in lingue e letterature moderne, un master di primo livello in giornalismo 3.0 e una incrollabile testardaggine, tutti quanti ottenuti con il massimo dei voti. Appassionata di scrittura dall’età di 7 anni e giornalista pubblicista dal 2021, ho contribuito a costruire “Nos Alpes” dalle basi, crescendo giorno dopo giorno e imparando a essere migliore assieme a lui. Nel tempo libero che mi sforzo di ritagliare coltivo alcune delle mie frivole passioni, tra cui il rosa e i dolci, lo shopping e il make up, ma soprattutto i miei racconti.

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