Un Contratto di Fiume è stato sottoscritto il 13 maggio 2026 per il bacino del torrente Chisola, che scorre per circa 40 chilometri nel territorio metropolitano torinese dalle pendici del Monte Freidour e del Monte Tre Denti fino alla confluenza nel Po a Moncalieri. Il percorso, avviato su iniziativa diretta dei comuni del bacino con Volvera nel ruolo di promotore e capofila, si inserisce in una rete di oltre quattordici processi di Contratto di Fiume attivi in Piemonte a diverso stadio di avanzamento, una delle reti più dense d’Italia.
Uno strumento volontario di governance fluviale
I Contratti di Fiume sono definiti dalla legislazione nazionale come strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che perseguono la tutela e la corretta gestione delle risorse idriche, la valorizzazione dei territori fluviali e la salvaguardia dal rischio idrico, contribuendo allo sviluppo locale (art. 68-bis, D.Lgs 152/2006).
Concorrono alla definizione degli strumenti di pianificazione di distretto a scala di bacino e sottobacino idrografico, in particolare del Piano di Gestione del Rischio Alluvioni e del Piano di Gestione delle Acque, e si inseriscono nel quadro delle direttive europee sulle acque e sulle alluvioni. Non hanno un termine temporale prefissato e restano in essere fino a che permane la volontà di adesione da parte degli attori sottoscrittori.
Quasi mezzo secolo di storia
Le prime esperienze di questa tipologia di accordo nascono in Francia nel 1981 con i contrats de rivière, come strumento di gestione territoriale per migliorare la qualità degli ambienti acquatici. Lo strumento entra nel dibattito europeo al secondo Forum Mondiale dell’Acqua dell’Aia nel 2000, e viene identificato come modello di programmazione strategica e negoziata a adesione volontaria applicabile a scala internazionale.
In Italia, è la Regione Lombardia la prima ad adottarlo, avviando nel 2004 il Contratto di Fiume Olona. Il riconoscimento legislativo nazionale arriva nel 2016 con il Collegato Ambientale, che inserisce i Contratti di Fiume nell’art. 68-bis del D.Lgs 152/2006. Al momento l’Osservatorio Nazionale dei Contratti di Fiume censisce complessivamente 206 contratti, di cui 60 sottoscritti e in corso di attuazione.
Un percorso nato dopo le alluvioni
La sottoscrizione del Contratto del Chisola arriva al termine di un processo avviato dopo le ripetute esondazioni che hanno interessato il bacino, in particolare nel 1994, nel 2000 e durante l’alluvione del novembre 2016. Quest’ultimo evento ha evidenziato la necessità di superare interventi puntuali e frammentati per costruire una gestione coordinata lungo l’intero tracciato del Chisola e dei suoi affluenti.
Il primo passaggio formale era stato la sottoscrizione, il 13 giugno 2018, di un protocollo di intesa tra ventuno comuni: Airasca, Buriasco, Candiolo, Cantalupa, Castagnole Piemonte, Cercenasco, Cumiana, Frossasco, La Loggia, Moncalieri, None, Pinerolo, Piobesi Torinese, Piossasco, Piscina, Roletto, San Pietro Val Lemina, Scalenghe, Vinovo, Virle e Volvera. La Città metropolitana di Torino è stata coinvolta successivamente, con il compito di portare nel percorso l’esperienza maturata negli altri Contratti di Fiume e di Lago già attivati sul territorio, partecipando alla cabina di regia e ai tavoli tecnici di concertazione.
Le linee di lavoro
Il contratto impegna i sottoscrittori su sei linee di lavoro: miglioramento della qualità e della quantità delle acque, mantenimento e incremento della biodiversità, qualità del paesaggio, salvaguardia dal rischio idraulico, valorizzazione delle risorse ambientali e rafforzamento degli strumenti di governance. La programmazione dovrà tenere insieme manutenzione, prevenzione, tutela e fruizione sostenibile, con una definizione congiunta di priorità, strumenti e risorse.
Secondo la consigliera metropolitana con delega alla pianificazione strategica Sonia Cambursano, il contratto rappresenta un passaggio rilevante perché nato dalla capacità dei comuni di riconoscere problemi comuni e di costruire obiettivi condivisi, in un ambito — la gestione dei corsi d’acqua — che richiede uno sguardo sovracomunale e l’integrazione tra sicurezza, qualità ambientale, paesaggio e sviluppo locale.
Strumenti di gestione diversi nelle regioni italiane dell’arco alpino occidentale
Con il Chisola, il Piemonte consolida una rete che nell’area metropolitana torinese comprende già i contratti del Sangone, dello Stura di Lanzo, del Pellice, dei laghi di Avigliana e di Viverone, e il percorso in corso sulla Dora Baltea attraverso il progetto Eau Concert 2. Il Piemonte è tra le regioni più attive a livello nazionale, al punto da aver contribuito alla formazione di tecnici di altre otto regioni.
La concentrazione degli strumenti resta tuttavia nell’area metropolitana torinese: sui bacini cuneesi delle Alpi Marittime e Cozie — Stura di Demonte, Maira, Varaita, Tanaro, Gesso — non risultano contratti sottoscritti né percorsi in stadio avanzato. Un caso di collaborazione interregionale operativa riguarda lo Scrivia, il cui contratto è stato sottoscritto da Regione Liguria, Regione Piemonte, Province di Genova e Alessandria insieme a 62 comuni e ai parchi fluviali del Po-Orba e dell’Antola.
Valle d’Aosta e Liguria non dispongono di una legge regionale organica sui contratti di fiume. Entrambe le regioni basano la gestione delle acque principalmente sui Piani di tutela delle acque, coordinati con i Piani di gestione dei distretti idrografici previsti dalla direttiva 2000/60/CE. In Liguria sono stati avviati alcuni percorsi di governance fluviale in assenza di disciplina legislativa autonoma, con prevalenza della logica di pianificazione di bacino e difesa idrogeologica. In Valle d’Aosta la governance è orientata alla gestione alpina della risorsa idrica e alle derivazioni idroelettriche.
Il modello francese: dal Contrat de rivière al Projet de Territoire
A differenza del contratto di fiume italiano, privo di obblighi di copertura finanziaria, il contrat de rivière francese prevede un impegno contrattuale esplicito quinquennale con designazione dei responsabili di progetto, modalità di finanziamento e scadenze dei lavori, pilotato da un comité de rivière istituito con decreto prefettizio.
Lo strumento si inserisce in una gerarchia a tre livelli: lo schéma directeur d’aménagement et de gestion des eaux (SDAGE) fissa a scala di grande bacino gli obiettivi di qualità dell’acqua, opponibili alle decisioni amministrative; lo schéma d’aménagement et de gestion des eaux (SAGE) li declina a scala di sottobacino con regole opponibili anche ai terzi; il contrat de rivière, privo di portata giuridica propria, traduce in azioni finanziate gli obiettivi dei due strumenti superiori.
Nel 2020 Gest’eau censiva circa 289 contratti di questo tipo, con una copertura del territorio nazionale intorno al 25 per cento. Dal 2019 si è aggiunto il PTGE (Projet de territoire pour la gestion de l’eau), che affronta gli squilibri quantitativi tra prelievi e disponibilità idrica in chiave di adattamento climatico: nel 2026 se ne contano circa 135 attivi o in elaborazione.
Nei dipartimenti alpini il sistema è applicato in modo capillare: nel solo bacino Rhône-Méditerranée quasi tre quarti dei sottobacini sono coperti da un SAGE o da un contrat de milieu. La Romanche, che tocca Isère, Hautes-Alpes e Savoie, ha mobilitato 109 milioni di euro nel suo primo contrat de rivière (2013-2019) prima di firmare nel 2022 un nuovo contrat de bassin. Nelle Alpes-Maritimes, il SMIAGE Maralpin gestisce parallelamente due SAGE e il contrat de rivière Var.
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