Nel Cantone del Vallese il lavoro di mappatura e risanamento dei terreni contaminati prosegue da anni, ma la sfida ambientale più complessa si concentra oggi attorno ai PFAS. Tali sostanze chimiche persistenti, utilizzate per decenni nell’industria e nelle schiume antincendio, stanno mettendo sotto pressione soprattutto le falde acquifere sparse sul territorio.
Le autorità cantonali hanno fatto il punto sullo stato delle bonifiche ambientali, spiegando che negli ultimi anni non sono emerse nuove grandi aree di contaminazione diffuse. Nel registro cantonale risultano iscritti quasi 1.400 punti potenzialmente inquinati, più della metà del quali è già stata sottoposta a verifiche ambientali e circa 200 dei quali sono già stati oggetto di bonifica.
I PFAS e il rischio nel Cantone del Vallese
I PFAS (acronimo di sostanze perfluoroalchiliche) sono composti chimici di sintesi usati a decorrere dal 1950 con l’obiettivo di rendere i prodotti resistenti ad acqua, grassi e macchie. Noti come “sostanze chimiche eterne” o “nuovo amianto”, essi non sono in grado di degradarsi in natura e finiscono con l’accumularsi nel corpo umano causando gravi danni alla salute.
Quanto al loro potenziale rischio ambientale, tali composti si distano con estrema difficoltà e possono permanere per decenni nel terreno e nelle acque sotterranee, con conseguenti accumuli nella catena alimentare. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha inoltre evidenziato possibili conseguenze sanitarie legate a esposizioni prolungate, tra cui disturbi ormonali, danni al fegato, problemi di fertilità e un aumento del rischio di alcune patologie tumorali.
Le zone più colpite tra Chablais e Alto Vallese
La situazione più delicata per ciò che concerne i PFAS riguarda alcuni grandi poli industriali del Cantone del Vallese e aree dove, per anni, sono state utilizzate schiume antincendio contenenti fluoruri. Cinque siti sono considerati particolarmente critici per la presenza di inquinanti nelle acque sotterranee, ovverosia l’ex raffineria di Collombey-Muraz, gli impianti chimici di Monthey, Evionnaz e Visp, il centro di formazione della protezione civile di Grône.
In tali aree le concentrazioni rilevate hanno imposto sistemi di contenimento e monitoraggio continuo per evitare l’espansione delle sostanze nella falda, oltre che limitazioni alla pesca. Tuttavia, le autorità ritengono che quasi 190 altri siti sparsi in tutto il cantone possano presentare forme di contaminazione analoghe anche se con livelli differenti e inferiori.
Bonifiche da record e lavori destinati a durare decenni
Dall’inizio degli Anni Duemila, le operazioni di risanamento hanno permesso di rimuovere centinaia di migliaia di tonnellate di terreno contaminato e, in alcuni siti industriali del Vallese, estrarre quantitativi significativi di PFAS dal sottosuolo. Parallelamente, continuano anche le bonifiche legate ad altri inquinanti storici presenti nel Cantone quali mercurio, piombo e idrocarburi aromatici policiclici, con particolare attenzione nei lavori all’Alto Vallese, dove persistono contaminazioni associate ad attività industriali del passato.
Secondo i tecnici cantonali, alcuni interventi richiederanno tempistiche estremamente lunghe, con operazioni che potrebbero protrarsi addirittura per una o due generazioni. Anche sul piano economico il peso risulta ingente, poiché il costo complessivo delle bonifiche previste tra ex siti industriali, discariche e aree di esercitazioni o attività di tiro è stimato attorno al miliardo di franchi svizzeri entro il 2045.
Nuove regole e controlli più severi
Le autorità del Cantone del Vallese spiegano che la gestione dei siti contaminati da PFAS è divenuta più impegnativa anche a causa dell’inasprimento delle normative ambientali federali e dell’abbassamento di alcune soglie di sicurezza. Per tale ragione esse intendono rafforzare il coordinamento tra servizi pubblici, comuni e imprese coinvolte, preparando al tempo stesso una revisione della legislazione sulla protezione dell’ambiente.
Inoltre, esse puntano a fare applicare il principio del “chi inquina paga”, chiedendo ai responsabili delle contaminazioni o ai loro successori giuridici di sostenere larga parte delle spese. Tra i dossier ancora aperti figura quello dell’ex sito Tamoil di Collombey-Muraz, dove istituzioni e azienda stanno discutendo la strategia da adottare per affrontare l’avvenuta alterazione ambientale e la ripartizione dei costi.
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