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    Home » Articoli » Cento anni di bivacchi nelle Alpi, i “rifugi sospesi” tra alpinismo e innovazione
    Nos Alpes, Nos Livres

    Cento anni di bivacchi nelle Alpi, i “rifugi sospesi” tra alpinismo e innovazione

    Giorgia GambinoGiorgia Gambino14 Giugno 2026
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    Il Bivacco della Brenva, uno dei primi bivacchi delle Alpi; Le Bivouac de la Brenva, l'un des premiers bivouacs des Alpes (c) Club Alpino Accademico Italiano
    Il Bivacco della Brenva, uno dei primi bivacchi delle Alpi; Le Bivouac de la Brenva, l'un des premiers bivouacs des Alpes (c) Club Alpino Accademico Italiano

    Nelle aree più elevate delle Alpi, lontano dai centri abitati e spesse volte collocati in ambienti estremi, i bivacchi rappresentano da circa un secolo una presenza discreta ma fondamentale. Nati quali semplici punti di appoggio per gli alpinisti impegnati su itinerari complessi, nel corso del tempo essi si sono trasformati in veri e propri simboli della frequentazione della montagna.

    Il volume “I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola”, pubblicato da Luca Gibello per conto delle CAI Edizioni, propone un viaggio attraverso tale specifica evoluzione funzionale. Pubblicato nel 2025, esso racconta come tali strutture abbiano accompagnato i cambiamenti negli sport di altitudine e nelle tecniche costruttive, divenendo al tempo stesso oggetti di interesse architettonico e culturale.

    Alla ricerca dei pionieri

    “I bivacchi delle Alpi” narra della sopravvivenza dei primi bivacchi installati negli Anni Venti del Novecento, alcuni dei quali raggiungibili attraverso itinerari in ambienti glaciali riservati ad alpinisti esperti. Tra questi figurano il bivacco Hess alle Estellette, quello della Brenva ai piedi della grande parete del Monte Bianco, il remoto bivacco Craveri presso la Brèche Nord des Dames Anglaises e il bivacco Balestreri nelle Grandes Murailles.

    Si tratta di testimonianze materiali di una epoca pionieristica, quando l’alta montagna è frequentata da poche cordate e ogni salita richiede tempistiche e strategie molto diverse da quelle odierne. Contrariamente all’interpretazione dei luoghi comuni, essi non sono necessariamente più spartani dei rifugi alpini della loro epoca, a loro volta costruiti con dimensioni estremamente ridotte e capaci di offrire unicamente servizi minimi.

    Per decenni, inoltre, numerose strutture non hanno alcun gestore, costringendo gli sportivi e gli avventurieri che vi trascorrevano la notte ad arrangiarsi con stufe, acqua e preparazione dei pasti. Negli anni la distinzione tra rifugio e bivacco si è fatta più sfumata e alcune strutture incustodite annoverate nella prima categoria sono state riclassificate nella seconda, una scelta amministrativa che riflette l’evoluzione della rete ricettiva alpina.

    Il Bivacco Hess (c) Club Alpino Accademico Italiano
    Il Bivacco Hess (c) Club Alpino Accademico Italiano

    L’intuizione che nacque nel Club Alpino Accademico

    La vera svolta arriva negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, in una fase di drastica svolta nell’alpinismo, pratica che accoglie sempre più appassionati che affrontano le salite senza accompagnamento e in maniera più autonoma. È in tale contesto che il Club Alpino Accademico Italiano si accorge che molte delle zone più interessanti delle Alpi sono troppo remote per giustificare la costruzione di un rifugio tradizionale ma richiedono comunque un punto di appoggio sicuro.

    Nasce così l’idea del bivacco fisso, una soluzione semplice, economica e facilmente trasportabile che permette di estendere la frequentazione alpinistica verso aree sino ad allora poco accessibili. I primi modelli, progettati e costruiti dai fratelli Ravelli di Torino, hanno una caratteristica forma a semibotte, misurano poco più di due metri per lato e raggiungono appena un metro e venticinque di altezza.

    Prefabbricate, smontabili e trasportabili in numerosi elementi dal peso contenuto, tali strutture possono essere montate in luoghi dove sarebbe stato impensabile realizzare edifici permanenti. All’interno non vi sono alcuni letti, tavoli o comodità: gli occupanti dormono a terra, sfruttando il calore corporeo per affrontare le più gelide notti in quota.

    Dalle cuccette alle navicelle spaziali

    Con il passare dei decenni, i bivacchi che costellano le Alpi divengono più confortevoli e le prime cuccette fanno la loro comparsa nei cosiddetti modelli Apollonio, capaci di ospitare sino a nove persone. La loro presenza si estende dalle Alpi occidentali alle Dolomiti, dalle Alpi Giulie sino ad alcuni settori dell’Appennino, collocati in luoghi particolarmente isolati e punti di riferimento indispensabili per alpinisti ed escursionisti.

    La trasformazione più evidente arriva però negli ultimi decenni: nuovi materiali, sistemi di isolamento avanzati e tecniche di prefabbricazione permettono la realizzazione di strutture che ricordano capsule spaziali o moduli futuristici. Il caso più noto è probabilmente il nuovo Bivacco Gervasutti, sospeso ai piedi delle Grandes Jorasses e coronato quale una delle immagini più riconoscibili dell’architettura alpina contemporanea.

    Il moderno Bivacco Gervasutti (c) CC BY-SA 2.0, jiel, Wikimedia Commons
    Il moderno Bivacco Gervasutti (c) CC BY-SA 2.0, jiel, Wikimedia Commons

    L’autore

    Luca Gibello, storico dell’architettura e profondo conoscitore dell’ambiente alpino, firma un lavoro sui bivacchi delle Alpi che unisce rigore documentario e capacità narrativa. Dopo aver insegnato al Politecnico di Torino e all’Università di Trento, ha diretto “Il Giornale dell’Architettura” e ha dedicato larga parte delle sue ricerche alle costruzioni di alta quota.

    La sua esperienza personale in montagna, che comprende la salita di tutti gli 82 quattromila delle Alpi, gli consente di affrontare tale tematica con uno sguardo che combina ricerca storica e conoscenza diretta dei luoghi. Arricchito da circa 200 fotografie a colori, il suo “I bivacchi delle Alpi” segue la prospettiva insolita di strutture spesso minuscole ma capaci di raccontare l’evoluzione dell’alpinismo meglio di molte grandi opere.

    LEGGI ANCHE: Ghiacciai e diritto: Roberto Louvin spiega le regole di un mondo che cambia

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    Giorgia gambino
    Giorgia Gambino
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    Classe 1997, ho due lauree in lingue e letterature moderne, un master di primo livello in giornalismo 3.0 e una incrollabile testardaggine, tutti quanti ottenuti con il massimo dei voti. Appassionata di scrittura dall’età di 7 anni e giornalista pubblicista dal 2021, ho contribuito a costruire “Nos Alpes” dalle basi, crescendo giorno dopo giorno e imparando a essere migliore assieme a lui. Nel tempo libero che mi sforzo di ritagliare coltivo alcune delle mie frivole passioni, tra cui il rosa e i dolci, lo shopping e il make up, ma soprattutto i miei racconti.

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    Inizio pubblicazione: 22 novembre 2023

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