C’è parecchio movimento nelle relazioni tra Italia e Francia, tra alti e bassi, ma un elemento di continuità riguarda l’intensità di scambi economici e delle relazioni produttive e industriali, dai microchip ai satelliti, dal lusso all’agrolimentare, al cinema e alla cultura.
Il Trattato del Quirinale e i Vertici, come quello di Antibes del 25 giugno 2026 sono su uno sfondo sopra il quale vi è una continuità di eventi pubblici sui temi economici, come un recente Piemonte-Francia, che si è tenuto a Torino l’11 giugno 2026.
Ad animare questo sistema di relazioni economiche vi sono vari soggetti, dalle Camere di commercio a organismi indipendenti, come per esempio il Club Italie-France di cui Edoardo Secchi è presidente.
È un imprenditore e advisor e fa parte proprio del mondo delle relazioni economiche tra Italia e Francia. Ha fondato e presiede inizialmente l’Italy-France Group che dal 1993 sviluppa progetti imprenditoriali, industriali e istituzionali tra i due Paesi.
Ha poi dato vita al Club Italie-France, in cui si ritrovano varie personalità pubbliche, e che promuove il dialogo nel mondo economico, dell’impresa, delle istituzioni e della cultura. Lo si vede ogni tanto sui giornali e in TV, come editorialista e analista, sui grandi temi economici, industriali e geopolitici, con evidente attenzione alle relazioni tra Italia e Francia.
Lo abbiamo incrociato di recente, e lo abbiamo intervistato.
L’INTERVISTA
Presidente Secchi, quali sono oggi le principali differenze tra i due Paesi sul piano economico e sociale?
Francia e Italia sono molto più simili di quanto spesso amino raccontarsi, ma hanno costruito due modelli economici e sociali profondamente diversi.
La Francia ha una maggiore cultura della scala: grandi imprese, una presenza più forte dello Stato nell’indirizzo strategico dell’economia e una maggiore capacità di concentrare capitale, ricerca e competenze attorno a grandi progetti.
L’Italia ha invece un tessuto imprenditoriale molto più diffuso, fondato su piccole e medie imprese. È un modello che ha prodotto flessibilità, specializzazione e capacità di adattamento, ma che incontra maggiori difficoltà quando bisogna concentrare capitale, investire in ricerca e tecnologia e crescere sui mercati internazionali.
Ma la differenza che trovo più interessante è sociale e, prima ancora, storica.
La Francia ha sviluppato, soprattutto a partire dalla Rivoluzione francese, una concezione molto forte della cittadinanza. Il francese tende a percepirsi non soltanto come individuo, ma come cittadino, parte di uno spazio pubblico nel quale ritiene di avere diritti e capacità di intervento.
Questo aiuta a comprendere perché una difficoltà economica o sociale diventi rapidamente una questione collettiva e politica. Lo Stato può essere contestato anche duramente, ma proprio perché viene percepito come parte della vita del cittadino. Il conflitto con lo Stato, paradossalmente, è anche una forma di riconoscimento dello Stato.
In Italia il rapporto è storicamente diverso. L’unità nazionale è più recente e lo Stato è stato spesso percepito come distante. L’individuo ha imparato ad affidarsi maggiormente alla famiglia, al risparmio, alla proprietà e alle relazioni personali.
Non direi che l’italiano sia ancora un “suddito”, ma è rimasta una distanza tra individuo e istituzione. In Francia il cittadino può essere profondamente ostile allo Stato, ma difficilmente gli è indifferente; in Italia, invece, il rischio è proprio l’indifferenza.
Questo contribuisce anche a spiegare la forte tradizione francese di mobilitazioni sociali e culturali. L’Italia ha naturalmente conosciuto grandi battaglie collettive, ma il rapporto tra cittadino e spazio pubblico rimane diverso.
Ed è qui che ritorna il tema della resilienza italiana. La nostra capacità di adattamento è stata una forza. Ma quando una società risponde sistematicamente alle difficoltà adattandosi individualmente, anziché cercando di modificarne le cause, la resilienza rischia di trasformarsi in assuefazione.
E una società che si abitua a condizioni peggiori rischia di perdere non soltanto la volontà di correggerle, ma persino la convinzione di poterlo fare.
Francia e Italia presentano forti divari territoriali. Quanto incidono queste differenze sulla crescita economica e sulla capacità di offrire opportunità alle nuove generazioni?
Incidono enormemente, perché un divario territoriale non è semplicemente una differenza statistica. È una differenza nelle possibilità di vita delle persone.
In Italia i territori economicamente più deboli tendono a perdere proprio le persone che sarebbero maggiormente in grado di cambiarli: giovani, laureati, imprenditori e lavoratori qualificati.
Si crea così un meccanismo cumulativo: un territorio perde capitale umano, diventa meno attrattivo per gli investimenti, offre meno opportunità e finisce per perdere altro capitale umano.
La Francia presenta un problema differente, ma non completamente dissimile: una forte concentrazione delle attività ad alto valore aggiunto nell’Île-de-France e nelle principali aree metropolitane.
Per questo la politica territoriale non può limitarsi ai trasferimenti finanziari. Un territorio recupera il proprio ritardo quando diventa un luogo nel quale capitale, imprese e persone qualificate hanno interesse a investire e a restare.
Non dobbiamo finanziare i territori deboli perché rimangano tali. Dobbiamo creare le condizioni affinché possano progressivamente fare a meno di essere sostenuti.

Francia e Italia hanno rapporti industriali e finanziari molto profondi. Qual è oggi lo stato delle relazioni tra i due sistemi imprenditoriali e dove vede le maggiori opportunità ancora inesplorate?
Dobbiamo superare l’idea di Francia e Italia come due economie semplicemente confinanti. In numerosi settori sono già parti dello stesso sistema produttivo europeo.
Nel 2025 gli scambi di beni e servizi tra i due Paesi hanno raggiunto circa 136 miliardi di euro. La Francia è il secondo partner commerciale dell’Italia e il primo investitore estero nel nostro Paese per stock di investimenti. Le partecipazioni francesi di controllo in imprese italiane sono oltre 2.000 e rappresentano più di 300.000 posti di lavoro. Parallelamente, la presenza italiana in Francia è ormai strutturale.
La questione, quindi, non è più soltanto aumentare gli scambi. È capire che cosa possiamo costruire insieme.
Energia, difesa e aerospazio, intelligenza artificiale, tecnologie digitali, infrastrutture, mobilità e semiconduttori sono alcuni dei terreni sui quali possiamo farlo.
Ma il vero salto deve essere culturale: passare da una logica bilaterale a una logica europea.
Un’impresa francese e una italiana non dovrebbero collaborare soltanto per conquistare reciprocamente i rispettivi mercati. Dovrebbero domandarsi se, mettendo insieme capitale, tecnologia e competenze industriali, possano costruire progetti capaci di competere negli Stati Uniti, in Cina o in India.
La vera scala sulla quale dobbiamo ormai ragionare è quella europea.
Cosa cercano oggi le imprese francesi quando guardano al mercato italiano e quali sono i principali ostacoli che incontrano quando decidono di investire o sviluppare la propria presenza nel nostro Paese?
C’è un elemento che spesso sottovalutiamo quando parliamo di attrattività di un Paese: la serietà. Per un investitore internazionale l’affidabilità spesso conta più della genialità estemporanea. Chi investe capitale ragiona su cinque, dieci, talvolta vent’anni.
Ed è qui che emerge una delle contraddizioni italiane.
Se osserviamo alcuni fondamentali, l’Italia presenta oggi una situazione più solida di quanto la sua reputazione internazionale possa suggerire: nel 2026 il deficit pubblico è previsto sensibilmente inferiore a quello francese, il saldo delle partite correnti è positivo e la disoccupazione inferiore. Abbiamo inoltre un sistema industriale fortemente competitivo.
Rimane una vulnerabilità importante: il rapporto debito/PIL italiano è molto superiore a quello francese. Ma in valore assoluto il debito pubblico francese ha ormai superato quello italiano, mentre la Francia continua ad avere rating sovrani superiori.
Questo ci ricorda che i mercati non giudicano un Paese attraverso un solo numero. Valutano anche la prevedibilità delle istituzioni, la continuità delle politiche pubbliche e la capacità dello Stato di rispettare gli impegni.
La credibilità è un capitale. Si accumula lentamente e può essere perso molto rapidamente.
L’Italia ha pagato per decenni governi brevi, maggioranze fragili e frequenti cambiamenti di indirizzo. La maggiore stabilità degli ultimi anni è positiva, ma non può cancellare rapidamente una reputazione formatasi nell’arco di decenni.
Per un investitore l’incertezza diventa rischio: quale sarà la fiscalità tra cinque anni? Gli incentivi resteranno? Le norme cambieranno? Gli impegni saranno rispettati dal governo successivo?
Quel rischio ha un costo e si trasferisce sull’intero sistema economico-industriale, comprese imprese perfettamente competitive sui mercati internazionali.
Per questo considero la stabilità politica un’infrastruttura economica. Un’impresa può essere creativa. Un imprenditore può essere visionario. Uno Stato deve essere serio, prevedibile e affidabile.
In un mondo sempre più instabile, il vero vantaggio competitivo non è sorprendere. È mantenere gli impegni.
Il suo percorso imprenditoriale con Italia di France Group l’ha portata nel 2011 a creare il Club Italie-France. Che ruolo svolge oggi il Club e cosa intende quando parla di “diplomazia 2.0”?
Il Club Italie-France nasce nel 2011 da una mia iniziativa imprenditoriale e da una constatazione semplice: Francia e Italia sono straordinariamente vicine economicamente, culturalmente e umanamente, ma questa prossimità non produce automaticamente relazione.
Le relazioni bisogna costruirle. E soprattutto mantenerle nel tempo.
Dalla sua fondazione, il Club ha realizzato 59 incontri bilaterali e accolto oltre 300 personalità del mondo franco-italiano tra istituzioni, imprese, università, cultura, informazione e società civile.
Ma il risultato più importante è aver costruito un vero ecosistema tra Italia e Francia.
Abbiamo unito la credibilità intellettuale di un think tank internazionale indipendente, la capacità strategica e operativa del mondo economico-finanziario e un ecosistema editoriale, mediatico e digitale interamente dedicato alla relazione franco-italiana. Attorno a questo sistema abbiamo costruito una prima vera audience qualificata franco-italiana, che raggiunge oltre 200.000 decisori pubblici e privati.

Siamo così passati dai singoli incontri a una infrastruttura permanente di relazioni, idee, informazioni e opportunità. È da questa esperienza che nasce il mio concetto di “diplomazia 2.0”.
Oggi la relazione tra due Paesi non può essere appannaggio esclusivo dei governi e delle diplomazie ufficiali. Imprenditori, investitori, università, intellettuali, giornalisti e operatori culturali possono essere essi stessi attori della relazione bilaterale.
Diplomazia 2.0 significa non aspettare che siano sempre altri a creare le condizioni della cooperazione, ma assumersi la responsabilità di esserne noi stessi attori.
È una diplomazia relazionale, economica e culturale che non si sostituisce agli Stati, ma li affianca e crea continuità anche quando cambiano i governi.
È una visione che nasce anche dalla mia esperienza con Italia di France Group. Fare impresa tra Francia e Italia mi ha insegnato che conoscere un mercato non basta: bisogna comprenderne i codici, la cultura, le istituzioni e soprattutto le persone.
Prima ancora di essere una transazione, una relazione economica è una relazione di fiducia.
Il Club ha trasformato questa esperienza in un metodo. Ed è qui la differenza tra una rete e un ecosistema: una rete mette le persone in contatto; un ecosistema crea le condizioni perché quelle relazioni producano qualcosa. In questi quindici anni abbiamo cercato concretamente di praticare questa diplomazia 2.0.
I governi cambiano, gli interessi comuni restano. Per questo Francia e Italia hanno bisogno di una trama permanente di relazioni tra coloro che producono economia, capitale, cultura, conoscenza e informazione.
La relazione tra due Paesi non appartiene soltanto a chi li governa. Appartiene anche a chi, ogni giorno, decide concretamente di costruirla.
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