Il soccorso sul Monte Bianco, a oggi differenziato caso per caso a seconda dell’emergenza presa in carico, potrebbe prossimamente essere regolato in maniera congiunta tra Italia, Francia e Svizzera. Questo grazie alla proposta di una Carta di intenti lanciata nel corso del workshop sulla cooperazione transfrontaliera in materia di sicurezza, soccorso e protezione civile conclusosi lo scorso sabato 26 settembre ad Aosta.
Di fatto, però, accordi e collaborazioni in materia esistono già da decenni, improntati alla collaborazione da un capo all’altro del confine e al miglioramento delle comunicazioni tra i vari operatori. Vi è da comprendere, dunque, se tale nuovo documento potrebbe contribuire a fissare per iscritto procedure pratiche già all’attivo e funzionanti oppure, per converso, rischiare di restare fermo al solo declaratorio.
Verso nuove modalità di soccorso transfrontaliero sul Monte Bianco?
L’iniziativa prende le mosse dalla constatazione che, qualora una emergenza avvenga su di un territorio di confine, entrino in gioco autorizzazioni, competenze, sistemi di comunicazione e procedure che possono cambiare da un Paese all’altro. Sul Monte Bianco, dove Italia, Francia e Svizzera condividono uno spazio alpino caratterizzato da forte mobilità e scenari di intervento complessi, tale dimensione finisce con l’assumere un peso particolare.
Il documento dedicato al soccorso transfrontaliero, al momento fermo alla fase di proposta, non costituisce ancora un accordo operativo né introduce nuove procedure immediatamente applicabili. La sua funzione sarebbe piuttosto quella di formalizzare una volontà comune a proseguire il lavoro e arrivare, in una fase successiva, ad accordi stabili sulla cooperazione nei soccorsi e nella protezione civile.
Che cosa potrebbe cambiare in futuro?
L’obiettivo della carta di intenti concernente il soccorso transfrontaliero sul Monte Bianco è di creare un quadro di riferimento nel quale siano più chiare le modalità con cui i diversi sistemi di soccorso possono operare assieme. Si tratterebbe quindi di costituire un passaggio intermedio che, lungi dal configurarsi quale sistema comune di soccorso, definisca l’impegno istituzionale a costruire le condizioni affinché esso possa essere definito.
La tematica riguarda, per esempio, l’accesso oltre frontiera dei mezzi speciali, l’impiego degli elicotteri, il rapporto tra le sale operative e lo scambio di informazioni durante un’emergenza. Un intervento di tale genere può difatti richiedere che uomini e mezzi attraversino rapidamente una frontiera proprio nel momento in cui le normali procedure amministrative rischiano di rallentarli.
Le differenze contemplano anche aspetti differenti tra cui organizzazione dei servizi, competenze attribuite alle singole strutture, tecnologie utilizzate e protocolli di comunicazione.
Come funziona oggi il soccorso?
A oggi Italia, Francia e Svizzera dispongono di propri e differenti apparati di soccorso, ciascuno dotato di organizzazioni, responsabilità e basi giuridiche differenti.
Per l’Italia si contano in tutto tre organismi distinti, in primis il Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico, la principale struttura per il soccorso in ambiente montano e impervio integrata nella Protezione civile. Vi si aggiungono il Soccorso alpino della Guardia di finanza e, gestiti a livello regionale con squadre in elicottero e a terra, i servizi di elisoccorso e Vigili del fuoco.
In Francia esistono anzitutto i Peloton de Gendarmerie de haute montagne, unità di élite della Gendarmerie nationale specializzate nel soccorso, nella ricerca di dispersi e nelle inchieste in alta montagna. A essi si affiancano le Compagnies républicaines de sécurité, reparti specializzati della Police nationale con compiti analoghi, e i Sapeurs-Pompiers, che intervengono nei soccorsi di base e integrano il dispositivo di pronto intervento.
Quanto alla Svizzera, il ruolo di riferimento per il soccorso aereo e medico in montagna è gestito dalla Guardia aerea svizzera di soccorso, fondazione privata senza scopo di lucro. Vi si associano il Club alpino svizzero, che collabora storicamente alla ricerca a terra e alle operazioni di salvataggio, e la Polizia cantonale, che si avvale di specialisti locali, guide alpine e corpi di polizia.
Che cosa accade in caso di emergenza transfrontaliera?
In caso di necessità, la collaborazione transfrontaliera tra Italia, Francia e Svizzera è possibile, ma questo non significa che una équipe straniera possa semplicemente intervenire come se si trovasse nel proprio territorio. Questo perché è necessario coordinare le autorità, verificare le modalità di ingresso dei mezzi e stabilire il coordinamento oltre che gestire questioni pratiche come utilizzo delle frequenze e scambio dei dati relativi alle persone soccorse.
In condizioni ordinarie tali differenze possono essere affrontate attraverso i contatti tra le varie organizzazioni, però una emergenza di dimensioni superiori alla consuetudine può moltiplicare contemporaneamente le necessità. È in scenari di questo tipologie, in cui si sommano aspetti quali numerosi gruppi da evacuare, interventi sanitari, ricerca di dispersi, movimentazione di mezzi speciali, che la mancanza di procedure preventivamente concordate può divenire critica.
EU-ALPEX 2027 come banco di prova?
Il citato workshop è stato soltanto il primo passo nella direzione di EU-ALPEX 2027, esercitazione cofinanziata dall’UE nell’ambito del meccanismo unionale di protezione civile e prevista nella primavera del 2027 nell’area del Monte Bianco. I tavoli di lavoro hanno riguardato interventi in montagna, soccorso tecnico, sanità e accoglienza della popolazione, viabilità e coordinamento delle infrastrutture transfrontaliere, comunicazione di emergenza.
Tale ampio progetto andrà a coinvolgere, oltre a Italia, Francia e Svizzera, anche rappresentanti e componenti dei sistemi di protezione civile di Belgio, Grecia, Cipro e Armenia. Il suo scenario completo non è ancora stato reso pubblico, ma l’obiettivo resta di verificare sul terreno la capacità di sistemi di soccorso appartenenti a Paesi diversi di operare nelle medesima condizioni di emergenza.
Il punto ancora da definire è proprio quello che seguirà la firma della Carta di intenti, che dovrebbe aprire una fase successiva nella quale trasformare gli orientamenti emersi in accordi permanenti e procedure concretamente utilizzabili dagli operatori.
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