Nei referendum in Svizzera del 27 settembre 2026 sono state respinte le iniziative popolari sulla neutralità e sull’alimentazione.
La prima ha raccolto oltre il 70% di voti contrari, la seconda il 72,5%, seguendo in entrambi i casi la raccomandazione del Consiglio federale (il governo) e del Parlamento.
Neutralità, l’iniziativa dell’UDC sulle sanzioni verso la Russia
Promossa dall’associazione Pro Svizzera e sostenuta dall’Unione democratica di centro (UDC, considerato un partito di estrema destra), l’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera» chiedeva di introdurre nella Costituzione una definizione più restrittiva della neutralità. Il progetto era stato concepito dall’ex consigliere federale Christoph Blocher dopo la decisione del governo federale di riprendere le sanzioni europee contro la Russia, seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Per i promotori, quella scelta aveva compromesso la posizione della Svizzera e la sua capacità di dialogare con tutte le parti. Il testo proponeva una neutralità «perpetua e armata», vietava l’adesione ad alleanze militari e limitava le sanzioni contro gli Stati belligeranti. Erano fatti salvi gli obblighi verso l’ONU e le misure per evitare l’aggiramento delle sanzioni adottate da altri Paesi.
L’UDC era il solo partito in Parlamento a sostenere l’iniziativa. Il contrasto con gli altri schieramenti riguardava soprattutto la possibilità di partecipare alle sanzioni internazionali e di cooperare nella sicurezza mantenendo lo status di Paese neutrale.

Il governo difendeva la possibilità di agire
Il Consiglio federale, cioè il governo svizzero, aveva affidato a Ignazio Cassis la presentazione delle ragioni del no. La neutralità, osservava l’esecutivo, è già tutelata dalla Costituzione e riconosciuta sul piano internazionale. La Svizzera non appartiene ad alleanze militari e non partecipa ai conflitti tra altri Stati.
Le nuove restrizioni avrebbero invece ridotto la sua capacità di risposta. Sulla sicurezza, il governo contestava una cooperazione con le alleanze militari consentita soltanto in caso di attacco o dei suoi preparativi: i rapporti e le capacità necessarie alla difesa svizzera, sosteneva, devono essere costruiti prima.
Sulle sanzioni, il Consiglio federale difendeva la possibilità di reagire alle violazioni del diritto internazionale. Per un piccolo Stato come la Svizzera, il rispetto delle regole da parte di tutti è anche una garanzia di indipendenza e sicurezza per la stessa Svizzera. L’iniziativa avrebbe impedito di riprendere misure come quelle europee contro la Russia. Il voto riguardava quindi il modo di esercitare la neutralità; il suo principio rimane in vigore.
Un compromesso nel dibattito del Consiglio degli Stati
Il Consiglio degli Stati, la Camera che rappresenta i cantoni, aveva respinto l’iniziativa ma cercato una soluzione di mediazione. Con il sostegno dell’UDC e di una parte del Centro, aveva proposto di sancire più esplicitamente la neutralità nella Costituzione, senza introdurre i vincoli sulle sanzioni e sulla cooperazione militare.
Il Consiglio nazionale e il governo ritenevano però non decisiva e risolutiva la nuova proposta di articolo rispetto alle posizioni già espresse. Il 19 marzo 2026, dopo il confronto tra le Camere, Il Consiglio degli Stati (cioè i Cantoni) aveva rinunciato al controprogetto con 29 voti contro 11. L’iniziativa è così arrivata alle urne senza una proposta alternativa.
Nel voto finale, la raccomandazione contraria all’iniziativa aveva raccolto 124 voti al Consiglio nazionale, contro 65 favorevoli e cinque astensioni. Al Consiglio degli Stati i contrari erano stati 29, i favorevoli dieci e gli astenuti cinque.
Anche nella Svizzera romanda il rifiuto al referendum è stato netto: 75,6% di no a Neuchâtel, 73% nel Vaud, 71,8% nel Giura, 71,1% a Friburgo e 67,1% in Vallese. A Ginevra hanno votato contro circa due elettori su tre.
Alimentazione, la proposta di Franziska Herren
La seconda iniziativa di referendum, quella sull’alimentazione, era promossa dall’ambientalista Franziska Herren, già all’origine di una sull’acqua potabile respinta nel 2021. Chiedeva di portare l’autoapprovvigionamento alimentare netto della Svizzera da meno del 50% ad almeno il 70% entro dieci anni, aumentando la produzione e il consumo di alimenti vegetali, in una logica che in altri Paesi europei sarebbe stata definita di “maggiore sovranità alimentare”. Prevedeva inoltre una maggiore tutela dell’acqua, della fertilità dei suoli e della biodiversità.
Per i promotori, la dipendenza dalle importazioni esponeva il Paese alle crisi internazionali. Produrre più alimenti vegetali avrebbe permesso di nutrire un maggior numero di persone utilizzando le stesse superfici.
Il testo è stato respinto nel referendum in modo netto, con il 72,5% dei voti e non ha ottenuto la maggioranza in alcun cantone. I contrari sono stati 1.908.368, i favorevoli 723.142, con una partecipazione di circa il 47%. In Vallese e nel Vaud il no ha raggiunto circa tre quarti dei votanti.

I tempi della riconversione e il ruolo dell’allevamento
Il Consiglio federale riconosceva le esigenze di sicurezza alimentare e protezione ambientale, ma giudicava irrealistico raggiungere il 70% in dieci anni. Sarebbe servita una trasformazione rapida della produzione, della filiera e delle abitudini alimentari dei cittadini svizzeri, con una forte riduzione del consumo di carne, latte e uova, e quindi con una incidenza diretta sulle abitudini alimentari della popolazione.
Il governo sottolineava anche la questione degli investimenti delle aziende: le nuove stalle stalle avrebbero rischiato di essere abbandonate prima di essere ammortizzate. Per sostenere la riconversione sarebbero quindi occorse ulteriori risorse pubbliche: l’esecutivo preferiva interventi graduali, lasciando alle imprese il tempo di adattarsi.
Nel dibattito al Consiglio degli Stati (cioè dei cantoni) Isabelle Chassot, del partito del Centro, di Friburgo, aveva ricordato che alcuni pascoli possono essere utilizzati solo con l’allevamento, e non possono diventare campi di cereali. Charles Juillard, del Centro del Jura, aveva richiamato le conseguenze sui redditi dei produttori di latte, tema che riguarda evidentemente anche l’agricoltura di montagna.
Guy Parmelin, presidente (di turno) del governo federale, aveva indicato nella Politica agricola 2030+ la sede per riprendere parte delle richieste ambientali. Il Parlamento aveva votato contro l’iniziativa in modo unanime: 194 contrari al Consiglio nazionale e 44 al Consiglio degli Stati, senza voti favorevoli né astensioni.
I referendum locali: Ginevra approva i fondi per i progetti transfrontalieri
Sempre domenica 27 settembre, a Ginevra, il 56,8% dei votanti ha approvato un investimento di 39,5 milioni di franchi per cofinanziare dodici progetti nell’ambito dei trasporti nell’Alta Savoia e nell’Ain, tra cui parcheggi di interscambio. Il contributo della città copre il 22% del costo complessivo degli interventi. Ne abbiamo parlato in Nos Alpes: sono azioni per migliorare il trasporto e i flussi, in particolare dei frontalieri.
È passata anche l’iniziativa per la contraccezione gratuita, con il 58,5% di sì.
Sono state invece respinte la legge sul finanziamento della HES-SO Genève, contestata per un taglio di due milioni di franchi annui, con il 58,5% di no, e la modifica della normativa per l’acquisto dell’alloggio da parte degli inquilini, con il 63,5% di contrari. Su quest’ultima vi erano timori per un indebolimento delle tutele degli inquilini.
Nel Vaud passa la riduzione delle imposte
Nel canton Vaud, il 53,1% degli elettori ha approvato l’iniziativa per una riduzione del 12% dell’imposta cantonale sul reddito e sul patrimonio. Sostenuta dagli ambienti economici e dai partiti di destra, vedeva contrati la sinistra e i sindacati; anche il governo cantonale aveva raccomandato di respingerla.
Il risultato impone ora al Cantone di rivedere i proprio conti per il 2027. Secondo Le Temps, la riduzione comporta 272 milioni di franchi di entrate in meno rispetto a un progetto di bilancio che presentava già un disavanzo di 356 milioni. Situazione complessa, a cui dedicheremo un altro articolo.
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