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    Home » Articoli » Il Grand Continent (cioè l’Europa) deve imparare a resistere ai predatori
    Politica

    Il Grand Continent (cioè l’Europa) deve imparare a resistere ai predatori

    Enrico MartialEnrico Martial30 Agosto 2026
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    Le Grand Continent à Bard, le 29 aout 2026 (c) Nos Alpes Enrico Martial
    Le Grand Continent à Bard, le 29 aout 2026 (c) Nos Alpes Enrico Martial

    Si è vista una Piazza d’Armi con molta gente e attenta per tutto il pomeriggio, e per tre tavole rotonde, sabato 29 agosto al Forte di Bard, intorno al titolo del quinto volume del Grand Continent, L’ennemi qui nous désigne. Apprendre à résister aux prédateurs (Gallimard) – (Il nemico che ci designa. Imparare a resistere ai predatori).

    Ci sono stati un po’ di grandi personaggi della cultura e dell’analisi politica, sulle sfide che l’Europa ha davanti, se riesce a vederle a reagire.

    I tre incontri avevano appunto una comune linea narrativa: guardare la realtà per quella che è. In questo, il Grand Continent occupa un proprio spazio in Europa, per quanto analoghi sforzi, più puntuali, vengano da molti osservatori e testate, da Le Monde al Foglio, ad alcune riviste e quotidiani.

    Un messaggio chiaro e diretto

    Tuttavia, proprio il messaggio del Grand Continent su “imparare a resistere ai predatori” risulta più chiaro e diretto di tanti altri, più focalizzato, preparatorio (imparare), tra pensiero e azione. Lo hanno richiamato Gilles Gressani, che dirige la rivista, e Ornella Badery, presidente dell’associazione Forte di Bard, in apertura, presente il presidente della Regione, Renzo Testolin.

    È anche il senso del titolo del quinto volume della rivista, diretto da Giuliano da Empoli, pubblicato da Gallimard: L’ennemi qui nous désigne. Siamo noi, in Europa ad essere un obiettivo, e questo è il contesto nel quale l’Europa è chiamata a reagire e ad agire.

    I panel erano tre, e anche la loro sequenza conferma questa lettura: come procede il populismo (visto che sono anni che va avanti, e potrebbe andar peggio), la questione Cina (che è da conoscere, anche in quanto predatore), l’umanesimo come elemento europeo, (uno dei “fondamentali” su cui costruire la resistenza).

    Jean-Yves Dormagen, Lou Fritel, Marc Lazar, et Marc Semo à Bard le 29 aoû 2026 (c) Nos Alpes Enrico Martial
    Jean-Yves Dormagen, Lou Fritel, Marc Lazar, et Marc Semo à Bard le 29 aoû 2026 (c) Nos Alpes Enrico Martial

    Il populismo nell’era di Trump

    Il primo panel, “Che cos’è il populismo nell’era di Trump?”, ha riunito Jean-Yves Dormagen, professore di scienze politiche e direttore di Cluster17 (istituto di sondaggi che lavora anche con il Grand Continent), Lou Fritel di Paris Match (che fa attente analisi sulle destre europee, pur in un giornale “people”), e Marc Lazar, professore emerito di Sciences Po, cattedera alla Luiss e grande esperto di relazioni italo-francesi. A moderare Marc Semo, giornalista di Le Monde e Challenges, altro osservatore tagliente e chiaro.

    Certamente, bisognava esserci per ascoltare, ma sappiate che il populismo non è per nulla finito, e che il modello apparentemente più puro è stato il Movimento 5 stelle. Il populismo non è un fenomeno degli ultimi anni, ma nell’Ottocento e nel Novecento aveva aspirazioni filo-autoritarie mentre ora si richiama alla democrazia, ma illiberale, al popolo contro le élite.

    La sua evoluzione è in corso: da un lato c’è l”istituzionalizzazione”. In Italia sono le istituzioni democratiche che assorbono e resistono, mentre Marine Le Pen cerca di conquistare l’area moderata con la moderazione (dédiabolisation). Sta quindi alla larga da Trump, che assomiglia un po’ a suo padre.

    Poi c’è una visione nazionalista: però, la pressione dei “predatori” (il caso Groenlandia, la Russia, la Cina) spinge da un lato a riunirsi, a guardare all’Europa come nel caso di Meloni, pur contando di spostarla a destra, oppure a far da soli. Marine Le Pen è orientata a interrompere il sostegno all’Ucraina, quindi senza vederne un ruolo di protezione europea.

    Le panel sur la Chine à Bard le 29 aoû 2026 (c) Nos Alpes Enrico Martial
    Le panel sur la Chine à Bard le 29 aoû 2026 (c) Nos Alpes Enrico Martial

    Dimmi i nomi di tre cinesi importanti

    Il secondo confronto su Tecnologia, industria e commercio: come affrontare la potenza cinese? ha visto Alessandro Aresu, autore di La Cina ha vinto, Federico Fubini del Corriere della Sera e Simone Pieranni de Il Manifesto, con la moderazione della giornalista di Euronews Maria Tadeo. Il panel si è svolto intorno a una domanda: chi conosce tre nomi di cinesi importanti? La domanda è stata posta al pubblico, facendo subito emergere il problema: i cinesi sanno chi siamo, noi no.

    Aresu, Pieranni e Fubini hanno detto i loro tre nomi, ed è emersa una Cina che ha dibattiti, che è avanti di vent’anni nella vita quotidiana, tra tecnologie e facilità di vivere (app che fanno tutto, altro che code per chiedere un documento), robotica al ristorante, all’hotel, nella produzione).

    Hanno capacità di cambiare rotta: Wan Gang, ingegnere cinese della Audi, era in Germania, ha scritto al governo centrale cinese, questi hanno aperto la lettera, l’hanno capita, e l’hanno chiamato. Diceva che non si poteva competere con l’Occidente sui motori termici, era un inseguimento senza fine. Bisognava saltare al passaggio tecnologico successivo, l’elettrico per l’auto. E qui siamo oggi, con l’Occidente e l’Europa in ritardo.

    Wang Huning ha studiato Jean Bodin

    Per la politica c’è Wang Huning, un tizio che ha studiato Jean Bodin sulle teorie della sovranità e Rousseau sul contratto sociale e la volontà generale. Ha scritto America contro America, nello stesso spirito di viaggio e di analis di Alexis de Tocqueville, Della democrazia in America. Nel tempo è passato dall’università al Comitato permanente dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese.

    Poi, per gli altri nomi, c’è lo sport (Eileen Gu/Gu Ailing tra California e Cina, popolarità mondiale e 6 medaglie a Milano-Cortina, o Alysa Liu, cinese ma che ha vinto alle stesse Olimpiadi ma per gli USA, per dire come tutto è interconnesso. C’è anche Pony Ma, a capo di Tencent: circa 30 miliardi di euro di fatturato, con WeChat – l’app che fa tutto, il gaming di Riot Gaming e di Supercell (primo gruppo al mondo nel settore), il cloud, l’IA, ecc.

    Va bene, la Cina è avanti, ma non fa abbastanza figli, scenderà a livelli critici prima di diventare ricca, ma è comunque l’Europa non ce la fa.

    Vediamo che minaccia guerre commerciali, e non può farlo visto che non ha minerali rari. Sembra non avere coscienza della realtà, come la Commissione europea e la sua presidente Ursula von der Leyen: il capo di Siemens tenta di fare accordi mentre gli altri sbraitano. Apprendre à résister aux prédateurs deve proprio partire dall’apprendimento, mentre ora la situazione sembra segnata dal caos delle posizioni.

    I “fondamentali” per imparare a resistere

    Il terzo incontro è stato quello sui “fondamentali”, in cui si si faceva un passo più profondo, nel tempo e nei riferimenti. Giovanna Melandri, Martin Rueff, Carlo Ossola e la giornalista Anais Ginori hanno parlato di umanesimo e di bellezza: collegarli con i predatori, questo era l’esercizio.

    Giovanna Melandri, che è stata ministra PD della cultura e presiede ora Human Foundation, ha espresso posizioni di politiche dirette, con un rigetto del populismo, di una barbarie anti-umanista anche sul tema delle migrazioni, citando in caso di Ratko Mladić, morto in questi giorni, autore del massacro di Srebrenica.

    Fin qui era nel suo profilo, con tutta la forza e legittimità della posizione: però a un certo punto ha letto un passaggio di Giordano Bruno, dalle radici umaniste, ed eravamo nel cuore del panel.

    Difendere Canterbury come “pertinenza”

    D’altra parte Carlo Ossola (vent’anni al Collège de France, un monumento di studi umanisti) ha ricordato il concetto di “pertinenza“, ha detto che le istituzioni servono a regolare i rapporti tra le tue e le mie pertinenze. Anselmo d’Aosta, o Anselmo di Canterbury, difendeva le pertinenze di Canterbury, che esistono ancora oggi e York, la concorrente, non ha lo stesso ruolo. È tornato in Francia quando la battaglia non poteva essere vinta nella fase di conflitto tra Papato e Impero, e poi è tornato a Canterbury, a difendere ancora quelle pertinenze.

    Perché “pertinenza” significa “responsabilità“, presa in carico del proprio compito, del compito relativo a quella pertinenza, non ad altre: ed era Canterbury, non la Valle d’Aosta o altro. Ed è nella qualitas, nella capacità interiore, che si trova la forza e il modo di procedere.

    La Qualitas, e non stare sulle nuvole

    E questa qualitas (di Ossola bisogna leggere il Trattato delle piccole virtù, Marsilio) si ottiene con l’apprendimento di sé (Agostino), e con gli altri. E diceva Martin Rueff – che certo insegna, ma è poeta o comunque persona della parola e dell’intelletto – la formazione e l’apprendimento si fanno nella trasmissione tra persone, grazie anche al desiderio di sapere, al piacere di sapere, che è persino erotico. C’è un contatto tra chi insegna e chi impara e questa non è tecnica (o IA) ma dimensione umana, totalmente umana.

    A Bard, con il terzo panel, eravamo dunque ad alcuni dei fondamentali, quelli che possono consentire all’Europa di “resistere ai predatori“, salvo poi conoscere almeno tre nomi di cinesi, non stare sulle nuvole, sapere chi siamo e cosa vogliono gli altri.

    Per parte mia, ho già consigliato, a chi non c’era e me lo ha chiesto, di dare un’occhiata su internet ai nomi che qui abbiamo citato, da Lazar a a Fubini, a Pieranni a Lou Fritel, e di cercare, in libreria o in biblioteca almeno L’ennemi qui nous désigne del Grand Continent, il Trattato delle piccole virtù di Ossola, La Cina ha vinto di Aresu.

    E di venire a sentire, la prossima volta.

    LEGGI ANCHE: Il futuro umanesimo del Grand Continent e dell’Europa

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    Direttore di Nos Alpes, giornalista. Ha collaborato in tempi diversi con varie riviste e giornali, da Il Mulino a Limes, da Formiche a Start Magazine.

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