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Home » Articoli » Il Cornalin, una storia tutta particolare
Nos Alpes alla scoperta…

Il Cornalin, una storia tutta particolare

Rudy SandiRudy Sandi10 Gennaio 2026
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Cornalin (c) CC BY SA 4_0 Chelin Wikimedia Commons
Cornalin (c) CC BY SA 4_0 Chelin Wikimedia Commons

Per gentile concessione, riproduciamo qui un articolo apparso sull’ultimo numero de Lo Flambò / Le Flambeau, Revue du Comité des traditions valdôtaines, dedicato alle vicende del nome di un vitigno: il Cornalin.

È un racconto che porta un po’ di buon umore in questi tempi difficili e che suscita curiosità. È una di quelle storie che dicono molto sulle culture alpine, sulle loro singolarità e sulla loro memoria. Ha le sue radici in Valle d’Aosta, ma potrebbe riguardare altre zone delle nostre montagne. Il testo originale, di Rudy Sandi, è in lingua francese.

***

I lettori de “Le Flambeau” avranno probabilmente sentito parlare, qualche tempo fa, dell’interessante iniziativa dell’Institut Agricole Régional d’Aoste (IAR) di sperimentare vitigni resistenti, cioè incroci tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis, che offrirebbero il vantaggio di una significativa riduzione dei trattamenti fitosanitari.

Per chi, come me, è appassionato della storia della viticoltura locale e della valorizzazione dei vitigni autoctoni, questi sviluppi possono destare preoccupazione, perché rappresenterebbero una perdita di legame con la storia vitivinicola della Valle d’Aosta. Ho quindi apprezzato molto le avvertenze dell’IAR, che ne raccomanda l’utilizzo nelle zone cuscinetto viticole, cioè nelle aree viticole vicine alle abitazioni.

Infine, vorrei sottolineare che la sua storia è un valore aggiunto fondamentale per un prodotto come il vino, che fa della narrazione un suo vero punto di forza tra gli altri mille prodotti alimentari anonimi, e che il vitigno autoctono più incompreso, e anche il peggiore, ha più storia del più noto dei nuovi vitigni resistenti.

Amnesia viticola

Per dimostrarlo, vorrei raccontare l’articolata e curiosa storia del vitigno autoctono valdostano meno conosciuto, che da due secoli ha visto cadere nell’oblio il suo vero nome e che chiameremo convenzionalmente “Inconnu”, sconosciuto. Un tempo era coltivato soprattutto nella zona dell’Envers, tra Charvensod, Gressan, Jovençan e Aymavilles. Era l’orgoglio dei viticoltori locali grazie al suo eccellente vino.

Se chiedeste ai viticoltori di queste colline vitate come si chiamava il nostro “Inconnu”, vi direbbero che non aveva un vero e proprio nome, che apparteneva genericamente alla famiglia degli Oriou, i vitigni autoctoni della Valle, e che era conosciuto con un soprannome nel dialetto locale che descriveva una delle caratteristiche dell’Inconnu, i suoi tralci, molto chiari, da cui il nome Brot blanc (o Bro blanc).

***

Per complicare le cose, i pochi viticoltori che coltivavano l’Inconnu nei vigneti di Sarre, Arvier e Avise, nonché nella Bassa Valle tra Arnad e Montjovet, lo chiamavano con un altro nome, Corgnoula o Corniola. Come se ciò non bastasse a confondere le cose, “Inconnu” è stato introdotto anche nel vicino Vallese, in Svizzera, probabilmente nel corso del XXᵉ secolo. Anche lì, per qualche perversa congiura, l'”Inconnu”, già Brot blanc, Corgnoula/Corniola, divenne Humagne rouge, perché nella regione fioriva un vitigno, l’Humagne blanc, che gli assomigliava molto pur essendo bianco; così fu ribattezzato dagli amici vallesani.

Ritenete che i nomi attribuiti a “Inconnu” si siano così esauriti? Negli anni ’70, molto prima che le analisi del DNA certificassero la corrispondenza tra Brot blanc, Humagne rouge e Corgnoula, il ricercatore vallesano Jean Nicollier, figura di spicco nella ricerca sui vitigni autoctoni locali, indagò sulle origini dell'”Inconnu”. Sapendo che probabilmente era originario della Valle d’Aosta, ebbe un’occasione unica per identificarlo.

Nel 1836, nel suo Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta, l’eminente studioso Lorenzo Francesco Gatta aveva minuziosamente catalogato tutti i vitigni valdostani, con tutte le loro caratteristiche ampelografiche (peculiarità dei tralci, delle foglie e dei grappoli).

Questo immenso lavoro, di fama internazionale, presentava il primo metodo al mondo per distinguere un vitigno dall’altro. Ma, ahimè, probabilmente consultando in fretta questo saggio, Jean Nicollier ha erroneamente riconosciuto l’Humagne rouge come Petit Rouge, come vedremo in seguito.

***
Lo flambo, extrait de la couverture

Facciamo un po’ di ripasso, a questo punto della storia: il nostro “Inconnu” era già stato rinominato quattro volte in tempi, luoghi, lingue e da persone diverse: Brot blanc, Corgnoula/Corniola, Humagne rouge e, per finire, Petit rouge!

L'”Inconnu” era sull’orlo dell’estinzione, ma è stato rilanciato dalla IAR negli anni ’80 e ’90, perché produceva un buon vino. Era arrivato quindi il momento di cercare il suo vero nome per iscriverlo nel catalogo nazionale dei vitigni, passo fondamentale per identificarlo come vitigno distinto dagli altri e produrre vino in purezza.

Così i ricercatori dell’IAR, guidati dall’enologo Giulio Moriondo, hanno seguito le indicazioni di Jean Nicollier per cercare di identificare l’Inconnu, utilizzando come guida il Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’ Aosta di Gatta. Ben presto si giunse a un bivio, poiché l’Inconnu assomigliava a due diverse varietà di uva descritte da questo autore, una chiamata Corniola e l’altra Cornalin.

Dopo anni di ricerche meticolose e minuziose nei vigneti più antichi e remoti di tutta la Valle, Giulio Moriondo aveva trovato traccia di due varietà geneticamente distinte ma ampelograficamente simili, come quelle descritte da Gatta.

Cinquanta sfumature di Cornalin

Le caratteristiche descritte nel saggio di Gatta sono sempre state riscontrate solo ed esclusivamente nel nostro “Inconnu”, variamente conosciuto come Humagne Rouge, Brot Blanc e Corgnoula. Per di più, l’Inconnu, sotto queste tre diverse denominazioni, si è evoluto in aree diverse, sviluppando significative differenze morfologiche, produttive e qualitative tali da poter classificare l’Humagne Rouge, il Brot Blanc e il Corgnoula come biotipi diversi dello stesso vitigno, inducendo osservatori inesperti a sospettare che potessero essere addirittura vitigni diversi.

Inoltre, il DNA dell'”Inconnu” è risultato diverso da quello del Petit Rouge, confutando l’ipotesi di Jean Nicollier che Humagne rouge e Petit Rouge fossero lo stesso vitigno.

Dal momento che, nonostante una ricerca meticolosa e approfondita, non è stato possibile trovare nessun altro vitigno simile all'”Inconnu”, ma con un DNA diverso, Giulio Moriondo non ha avuto altra scelta che formulare l’ipotesi che fu scientificamente riconosciuta dell’epoca (Moriondo; 1999): Brot blanc, Humagne rouge e Corniola erano tre biotipi diversi dello stesso vitigno “Inconnu”, mentre il Cornalin e la Corniola descritti da Gatta erano probabilmente anch’essi diversi biotipi di quello che geneticamente era lo stesso vitigno.

A questo punto, non restava che decidere quale nome dare allo “Sconosciuto”, Corniola o Cornalin. Non ricordo le ragioni esatte, ma poiché il nome esatto dell’Inconnu era incerto e il nome francese Cornalin era migliore di Corniola ed evocava i nomi di altri vitigni locali, come il Fumin, l’Inconnu fu infine ribattezzato Cornalin.

Dunque, il Brot Blanc o Corgnoula/Corniola o Humagne rouge o Petit rouge, ha infine assunto il nome Cornalin sulle etichette dei vini.

LEGGI ANCHE: Le radici storiche della viticoltura in Valle di Susa

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