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    Home » Articoli » Monte Bianco, due studi italiani divergono sui danni da chiusura: 12 milioni oppure 11 miliardi di euro
    Trasporti

    Monte Bianco, due studi italiani divergono sui danni da chiusura: 12 milioni oppure 11 miliardi di euro

    Enrico MartialEnrico Martial20 Febbraio 2026
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    Traforo del Monte Bianco, piazzale italiano in inverno - Tunnel du Mont-Blanc, plateforme italienne en hiver (c) Nos Alpes Enrico Martial
    Traforo del Monte Bianco, piazzale italiano in inverno - Tunnel du Mont-Blanc, plateforme italienne en hiver (c) Nos Alpes Enrico Martial

    Due studi italiani offrono stime molto diverse sull’impatto delle chiusure del Traforo del Monte Bianco e delle sue ricadute economiche sulla Valle d’Aosta.

    Il primo, richiamato il 18 febbraio 2026 dall’ingegnere Giancarlo Bertalero ma già noto da una ricerca dell’Università della Valle d’Aosta, quantifica in circa 12 milioni di euro l’effetto della chiusura autunnale 2025.

    Il secondo, elaborato dal Centro studi di Confindustria nazionale, proietta scenari di chiusure prolungate fino al 2054, stimando perdite cumulate tra 7,8 e 11,1 miliardi di euro.

    Lo studio dell’Università della Valle d’Aosta : 12 milioni di euro, un “danno gestibile”

    L’analisi illustrata da Giancarlo Bertalero a Palazzo regionale il 18 febbraio 2026 riprende e i risultati di uno studio commissionato dalla Regione Valle d’Aosta all’Università della Valle d’Aosta e presentato il 19 febbraio 2025. La ricerca, coordinata dal professor Marco Alderighi, direttore del Dipartimento di Scienze politiche ed economiche, era intitolata “Analisi sulle ricadute socio-economiche della chiusura del tunnel” del Traforo del Monte Bianco e valutava gli effetti di uno stop di 15 settimane, da inizio settembre a metà dicembre 2024.

    Lo studio ha concentrato l’attenzione sui comparti ritenuti più esposti: turismo, grande distribuzione, commercio al dettaglio e ristorazione, anche in relazione a un possibile calo dei frontalieri, oltre all’aumento dei costi di trasporto per le imprese costrette a deviare in prevalenza sul Frejus.

    Si tratta di ricadute “tra virgolette, gestibili”, aveva spiegato Alderighi durante la presentazione del 2025 : il valore di 12 milioni era apparso effettivamente minore rispetto alle attese. L’analisi aveva incluso una valutazione prospettica di breve e medio periodo, senza individuare impatti strutturali permanenti sull’economia regionale. Secondo il docente, quanto rilevato nel 2024 – l’impatto negativo di 12 milioni – è indicativo anche per gli anni successivi, con possibili effetti leggermente attenuati grazie all’adattamento di imprese e consumatori.

    Il rapporto del Centro studi Confindustria: scenari fino al 2054

    Il secondo studio, intitolato “L’impatto della chiusura del Traforo del Monte Bianco sull’economia della Valle d’Aosta” e realizzato dal Centro studi di Confindustria nazionale, con il coordinamento di Stefano Di Colli, senior economist, analizza due scenari di chiusura prolungata: cinque mesi all’anno per trent’anni, oppure cinque anni consecutivi di stop totale.

    Nel primo caso, l’impatto cumulato al 2054 sarebbe pari a meno 6,1 per cento del Pil regionale in termini reali, con una perdita complessiva stimata in 7,8 miliardi di euro e una riduzione media annua di 262 milioni tra il 2025 e il 2054 (quindi molto di più dei 12 milioni di euro stimati dallo studio dell’Università della Valle d’Aosta).

    Nel secondo scenario, gli effetti sarebbero più marcati: meno 8,8 per cento di Pil al 2054, con una perdita complessiva di circa 11,1 miliardi di euro e una riduzione media annua di 371 milioni (sempre rispetto ai 12 milioni annui dell’altro studio).

    L’analisi parte dai dati del 2024, ultimo anno disponibile, e richiama il 2019 come riferimento pre-pandemico, quando i transiti erano stati 1,96 milioni. Dopo il calo del 2020-2021, i passaggi si sono attestati a 1,43 milioni nel 2024 e 1,47 milioni nel 2025. Nel 2024 l’export valdostano verso la Francia è stato di 168,6 milioni di euro, pari al 20,5 per cento dell’export totale regionale, quasi interamente manifatturiero. Il valore aggiunto regionale era pari a 4,2 miliardi di euro.

    L’analisi di Confindustria, che è accessibile online, a differenza di quella dell’Università della Valle d’Aosta, ricorda inoltre che tra il 1999 e il 2002, dopo l’incendio che portò alla chiusura del tunnel, il Pil regionale risultò inferiore del 5,1 per cento rispetto al trend nazionale, con una perdita stimata attribuibile alla chiusura pari a circa il 2,3 per cento.

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    Differenze di metodo e orizzonte temporale

    Le divergenze tra le due stime dipendono da un lato dall’orizzonte temporale e dal metodo utilizzato. Lo studio presentato dall’Università della Valle d’Aosta e da Marco Alderighi misura l’impatto di chiusure temporanee e circoscritte, con effetti immediati e nel breve e medio periodo.

    Il rapporto di Confindustria, invece, costruisce un modello econometrico che collega il Pil regionale al Pil nazionale e ai transiti nel traforo, ipotizzando scenari di chiusura ripetuta o continuativa fino al 2054.

    Lo studio dell’Università della Valle d’Aosta entra tuttavia in diretto contrasto con l’analisi di Confindustria quando stima che l’impatto dei 12 milioni del primo anno potranno anche essere in parte riassorbiti dall’adattamento dei consumatori e delle aziende. Per Confindustria, invece, la chiusura ripetuta produce un effetto negativo che si amplifica nel tempo.

    Per riassumere, nel primo studio si osserva un effetto limitato e concentrato nel breve periodo, quantificato in 12 milioni di euro per il 2025. Nel secondo, l’attenzione si sposta sulle conseguenze strutturali di una riallocazione permanente dei flussi di traffico verso altri valichi alpini, con impatti cumulati che, nel lungo periodo, raggiungono 11 miliardi di euro.

    L’effetto politico delle due serie di valori economici, almeno sul processo decisionale, cambia completamente.

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    Direttore di Nos Alpes, giornalista. Ha collaborato in tempi diversi con varie riviste e giornali, da Il Mulino a Limes, da Formiche a Start Magazine.

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