La Valle Cervo e Rosazza raccontano una parte poco conosciuta delle Alpi piemontesi: una montagna di muratori emigranti, ponti monumentali e villaggi stretti tra il bosco e la pietra.

A meno di un’ora da Biella, conserva le tracce di un Ottocento alpino legato all’industria tessile, ai cantieri europei e a una particolare idea di progresso. È un posto che non ti aspetti: tra storia, paesaggi, dimensione monumentale e il suo presente, offre occasioni per riflettere, su un passato particolare e sul presente delle Alpi italiane e piemontesi.

La strada del Cervo

Da Biella la strada risale verso nord seguendo il torrente Cervo. Dopo gli ultimi stabilimenti tessili – e che ne sono molti, e spesso abbandonati, nella delocalizzazione degli ultimi trent’anni – la valle si restringe d’improssivo. L’acqua scorre accanto alla strada, il paesaggio è segnato da massi e dai boschi, come in altre valli selvagge. Le case che si vedono sono addossate alla montagna, a volte proprio sulla roccia, con tetti in lose, balconi in legno e muri scuri.

La Valle Cervo — in piemontese Bürsch — dà oggi l’impressione di una valle lontana, riservata, appartata, dopo un profondo spopolamento novecentesco. Però vi si respira un clima storico particolare: per secoli è stata una valle di persone in movimento, soprattutto su base stagionale. Tra Otto e Novecento muratori, scalpellini e stuccatori partivano ogni primavera verso Torino, la Savoia, Ginevra o Lione. Alcuni lavoravano nei cantieri ferroviari, altri nelle città industriali in espansione. Con la migrazione estiva, molti tornavano in autunno. Altri restavano via anni, e ci sono ancora cognomi della zona in diverse località alpine.

Lungo la strada compaiono piccoli nuclei di case, cappelle e vecchi opifici. In diversi punti il torrente occupa quasi tutto il fondovalle. Le montagne salgono ripide verso il Monte Mars e il Monte Bo, coprendo presto il sole nel pomeriggio. Nei mesi invernali alcune frazioni restano in ombra già dalle prime ore del giorno. Si nota anche nel viaggio un certa difficoltà della Valle, nelle case che ancora portano lo stile degli anni Settanta e ottanta, oppure in una certa perdita di identità, con pub e bar dai nomi inglesi e un locale con richiami esotici all’Egitto.

L’effetto, per chi non è della zona – in arrivo per esempio dalla Savoia o dal Valelse, l’effetto è particolare, tranquillo. Se la strada è spesso stretta, vi una presenza importate delal pietra nelle costruzioni e nel paesaggio. I muri a secco sostengono orti e terrazzamenti, le mulattiere hanno i gradini originali.

Sopra Rosazza e Campiglia Cervo si aprivano le cave da cui veniva estratta la sienite, la roccia grigia usata per ponti, architravi e pavimentazioni. Molti muri portano ancora i segni paralleli lasciati dagli scalpelli.

Rosazza, all’improvviso

Il Campanile a Rosazza in Valle Cervo C) CC BY SA 2 5 Twice 25 Wikimedia Commons
A Rosazza in Valle Cervo, un dettaglio nei pressi della Parrocchiale (c) CC BY SA 2_5 Twice 25 Wikimedia Commons

La strada continua a salire fino a quando compare Rosazza, 900 metri di quota, meno di cento abitanti. Il paese appare quasi all’improvviso, e fa una certa impressione dopo aver attraversato un paesaggio contenuto, selvaggio – anche nel bosco che va avanti un po’ da solo. Prima si scopre il ponte in pietra sul torrente Pragnetta, poi ci sono le scalinate, le fontane decorate, la galleria coperta e gli edifici neogotici costruiti tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. In una valle stretta e che ora è davvero poco popolata, tanta costruzione e così importante crea un po’ di sorpresa.

Rosazza non ha la storia di altri paesi alpini, e questo già merita la visita e la scoperta.

Gran parte dell’aspetto attuale del paese si deve a Federico Rosazza Pistolet, imprenditore laniero e senatore del Regno d’Italia, nato nel 1813 e morto nel 1899. Tra gli anni sessanta e novanta dell’Ottocento finanziò ponti, acquedotti, sentieri, edifici pubblici e opere decorative. La chiesa dei Santi Pietro e Giorgio, il municipio, il cimitero monumentale e diverse fontane riflettono ancora oggi il suo progetto architettonico, costruito quasi interamente in sienite locale.

La passeggiata in centro al paese ne offre la conferma, e la scoperta continua. Si incontrano finestre ogivali, obelischi, parapetti scolpiti e simboli geometrici disseminati nei muri e nelle cancellate. Piazza Maffei, che ha un taglio teatrale, cerca di dare un’idea di ordine urbano, e anche questo produce stranezza rispetto al luogo e alle sue dimensioni alpine. La galleria Rosazza, scavata nella roccia e costruita come un passaggio monumentale coperto, collega ancora oggi i diversi livelli del borgo, seguendo le sue salite.

Edificio in via Roma a Rosazza, in Valle Cervo (c) CC BY SA 4_0 Ivan Ruggero Wikimedia Commons

Di Rosazza esiste un racconto di “borgo esoterico”, per via dei riferimenti massonici attribuiti a Federico Rosazza. Certamente, si trovano nel percorso, dalle stelle a cinque punte, ai numeri ricorrenti, alle decorazioni simboliche. E tuttavia una lettura troppo facile: chi guarda con maggiore attenzione vede una capacità e una ricchezza industriale convinta che anche una valle alpina, la propria valle, potesse essere trasformata attraverso infrastrutture, istruzione e lavori pubblici, al pari della città. Per questo l’effetto è stridente e genera attenzione: anziché accettare la montagna, a Rosazza il richiamo è al grande sviluppo che attraversò l’Europa di quegli anni, dall’industria alle scoperte scientifiche, dalle grandi esposizioni a un modo di essere nella società.

Il cimitero monumentale, poco sopra il centro, è uno dei luoghi in cui questi caratteri sono ancora evidenti. E’ un paesaggio anche qui ottocentesco e di primo novecento, con le tombe delle famiglie che alternano simboli religiosi, colonne spezzate e lapidi. Alcuni cognomi sono frequenti, e sono di famiglie di muratori, impresari e artigiani che lavoravano tra il Biellese, Torino, la Savoia e la Svizzera romanda.

I grandi investimenti poi non si sono limitati a Rosazza. A Roreto, poco lontano da Campiglia Cervo, si trova la grande Villa Piatti, con la torre e la galleria decorate.

Villa Piatti a Roreto, nei pressi di Campiglia Cervo (c) CC BY SA 2 0 Ferruccio Zanone Wikimedia commons

La valle dei picapré

Nell’Ottocento il Biellese era uno dei principali distretti tessili italiani ed europei. Lanifici e manifatture crescevano nella pianura, alimentati dall’acqua e da una rete di commerci che guardava verso la Francia e la Svizzera. Era un nuovo distretto economico, che prendeva il posto di altri, nel Regno unito o del nord Europa. Le vallate alpine fornivano manodopera specializzata e a basso costo. La Valle Cervo aveva una sua specializzazione nelle competenze: si formavano generazioni di “picapré”, gli scalpellini capaci di lavorare la sienite locale e di costruire strade, muri e ponti.

Lo si vede ancora nei dettagli dei paesi. Nelle architravi scolpite di Campiglia Cervo, nei lavatoi restaurati lungo le mulattiere, nelle cappelle votive disseminate tra i più piccoli villaggi. A Piedicavallo, ultimo comune della valle, molte case conservano balconi in ferro battuto e facciate costruite con il denaro guadagnato nei cantieri di altri luoghi alpini.

Quando dominava la migrazione stagionale, i villaggi erano abitati soprattutto da donne, anziani e bambini. Le donne mantenevano stalle, orti e campi terrazzati. Nella storia locale, si conservano le fotografie scattate nei cantieri di Losanna o di Torino, lettere spedite dalla Francia, attrezzi da muratore tramandati per generazioni.

Il ritorno degli emigranti cambiava poi il ritmo della valle. Le case venivano riaperte, si sistemavano i tetti, si celebravano matrimoni e battesimi. Alcuni uomini rientravano con abiti cittadini, e con nuovi oggetti domestici. Si investiva nel miglioramento della casa di famiglia, ampliandone una parte, decorando un facciata. Alcune abitazioni ancora adesso appaiono molto grandi, fuori proporzione rispetto alle dimensioni dei villaggi. La Valle cervo era la radice, la propria identità, la propria famiglia. Si investiva dunque a casa propria.

Piedicavallo in Valle Cervo (c) CC BY SA 3_0 thor Alessandro Vecchi Wikimedia Commons

Il santuario e i sentieri

Il centro religioso e simbolico della valle resta il Santuario di San Giovanni d’Andorno, poco sopra Campiglia Cervo. In posizione dominante sul versante, per secoli è stato un punto di riferimento per emigranti, pellegrini e commercianti diretti verso i valichi alpini. Davanti alla facciata barocca si apre un ampio piazzale che guarda verso il fondovalle e le montagne della Bürsch.

All’interno del santuario si conservano ex voto, fotografie e targhe lasciate da famiglie emigrate in Francia o in Svizzera. Fino alla metà del Novecento molti abitanti della valle passavano da qui prima di partire per i cantieri stagionali. Alcuni lasciavano offerte o chiedevano protezione per il viaggio.

Da San Giovanni d’Andorno partono alcuni dei percorsi storici della valle, tra cui i sentieri verso il colle della Vecchia e la valle di Gressoney. Le mulattiere lastricate attraversano boschi di faggi, alpeggi e vecchie cave di pietra. In molti tratti conservano ancora i parapetti originali e le incisioni lasciate dai viandanti.

Una valle che cambia lentamente

Rispetto a quello sviluppi, a quelle migrazioni, agli investimenti “urbani” di Rosazza, oggi la Valle Cervo ha un ritmo più lento, tra l’abbandono e il poetico. Verrebbe da lamentarsi per il declino e lo spopolamento, ma esiste oggi un certo equilibrio e una vera bellezza. Certamente molte case restano chiuse per gran parte dell’anno, altre sono diventate seconde abitazioni, altre aspettano di essere recuperate. restauri difficili e costosi. Nei fine settimana, specialmente d’estate, arrivano famiglie da Biella, Torino e Milano. Esiste ancora la “villeggiatura”, con permanenze più lunghe per alcune famiglie, anche per un mese. In inverno, a parte Natale e qualche festività, molte frazioni rimangono quasi vuote.

A Rosazza, in Valle Cervo (c) CC BY Sa 4_0 Cipsyna Wikimedia Commons

Ci sono poi i tentativi di creazione di nuovo sviluppo.

Sullo sfondo, poco più a sud, bisogna ricordare progetto dell’Oasi Zegna — nato negli anni Trenta attorno alla Panoramica Zegna e al rimboschimento delle montagne biellesi. È un modo, riuscito, di un’altra idea di trasformazione alpina, legata al paesaggio, ai boschi e alla fruizione della montagna. In Valle Cervo sono poi nati progetti culturali, attività artigianali e forme di turismo dolce, sui cammini e con l’escursionismo.

L’Ecomuseo della Bürsch conserva la memoria della valle e racconta i vecchi percorsi dell’emigrazione. Alcuni edifici storici vengono stati restaurati, i sentieri vengono ripuliti e appaiono tracciamenti e segnalazioni. Si vedono escursionisti con le loro tutine e i bastoncini, qualcuno corre, si esplorano nuovi percorsi, i racconti e le immagini dei paesaggi arrivano sui social media. Anche in Valle Cervo qualcosa succede, sulle tracce del passato, ma molto lentamente. Bisogna andarci, per capire.

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Direttore di Nos Alpes, giornalista. Ha collaborato in tempi diversi con varie riviste e giornali, da Il Mulino a Limes, da Formiche a Start Magazine.

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