Ripubblichiamo, per gentile concessione, un articolo sulla parola «syndic» in Valle d’Aosta e sul francese valdostano di Joseph-Gabriel Rivolin, apparso nel luglio 2026 su Il Corriere della Valle – Courrier de la Vallée d’Aoste, settimanale della diocesi di Aosta. L’originale è in lingua francese.
«Le parole sono importanti» è una famosa battuta di Nanni Moretti nel suo film «Palombella rossa».
In un mondo in cui le parole sembrano avere perso il loro significato, anche nelle comunicazioni semi-ufficiali (tramite i «social media») dei potenti della Terra, è senza dubbio fuori moda riflettere sull’uso delle parole che utilizziamo ogni giorno: ma voglio comunque farlo, rivolgendo ai lettori del «Corriere» le mie riflessioni su alcuni termini importanti per la nostra vita quotidiana.
«Maire» e «Syndic»
Nel Medioevo le comunità valdostane erano governate da rappresentanti eletti che i documenti, redatti in latino, chiamavano «syndici» (syndics), «procuratores» (procureurs) e «consules» (conseillers). Coloro che scrivevano in latino, notai o altri notabili, pensavano e parlavano il patois e il francese, e i nomi latini che usavano non erano altro che la traduzione in lingua colta delle parole che impiegavano quotidianamente.
I «syndics» governano quindi i nostri Comuni da molto tempo e la parola che li designa esisteva ben prima che l’amministrazione francese (intendiamo con ciò: del Regno di Francia e della Repubblica che gli è succeduta) assumesse le sue caratteristiche e la nomenclatura attuali.
I valdostani – come alcuni svizzeri, ad esempio a Losanna, o come i savoiardi prima del 1860 – chiamano i propri syndics con questo nome da almeno tanto tempo quanto i francesi chiamano i propri «maires», o i belgi «bourgmestres», e con lo stesso diritto che la lingua francese conferisce loro.
È vero che anche in Valle d’Aosta ci furono dei «maires»: ciò avvenne dal 1802 al 1814, quando la Valle d’Aosta, insieme al Piemonte, fu inglobata nel Primo Impero creato da Bonaparte. Il ritorno del re a Torino comportò il ritorno dei sindaci, che da allora non hanno più cambiato il nome della loro carica.
Salvo eccezioni. Infatti capita, di tanto in tanto, di leggere o sentire che il «syndic d’Aoste» ha fatto questo, o che il «syndic de Charvensod» (o di Chambave, o di Nus… poco importa) ha fatto quello. Ebbene, si tratta proprio di un errore della lingua francese.
L’uso corretto della lingua implica, infatti, la conoscenza delle sue sfumature e la capacità di scegliere la parola esatta in un dato contesto. È evidente che la storia istituzionale, le leggi in vigore, il contenuto delle competenze e delle funzioni distinguono nettamente la figura di un syndic valdostano da quella di un maire francese.
A coloro che lo accusavano di ricorrere al «colore locale» utilizzando nelle sue opere parole con cui la cultura senegalese aveva arricchito la lingua francese, Léopold Sédar Senghor rispondeva che si limitava a «chiamare le cose con il loro nome». Ciò non gli impedì affatto di diventare uno dei membri più noti e ascoltati dell’Académie Française, e si sa che sotto la Cupola non si scherza in materia linguistica…
Insomma, perché dovremmo rinunciare a «chiamare un syndic, un syndic», lasciando i maires dove si trovano, oltre il tunnel del Monte Bianco? Tanto più che i rispettivi significati di «maire» e «syndic» si fondano su strati etimologici e semantici molto diversi, che implicano radici storiche e mentalità non omologhe.
La parola «maire», derivante dal latino maior – «maggiore» – implica l’idea di una superiorità gerarchica arbitraria e monocratica (il «maior dominus » – il «maire di palazzo» – era, presso i re merovingi, l’indiscutibile sovrintendente del palazzo reale, e si conosce la carriera di quello dell’Austrasia e della Neustria, Pipino il Breve.. ); mentre «syndic» deriva dal latino syndicus, a sua volta proveniente dal greco ϭύν – «con» – e δίκη – «giustizia», il che associa il concetto di autorità ai valori di equità e collegialità. Il «genio della lingua» dovrebbe pur contare qualcosa!
Poiché il termine «maire» non ha, o non ha più, diritto di cittadinanza nel lessico amministrativo della nostra Valle, va da sé che lo stesso vale per i «adjoints au maire» francesi, per i quali, del resto, non è nemmeno possibile individuare l’equivalente valdostano, che non si può identificare pienamente né con il nostro «vice-syndic», né ai nostri «assesseurs» – termine nobile, questo, che in passato si scriveva «accesseur» e sottintendeva l’«accessibilità» del potere pubblico da parte del semplice cittadino. Nel XIV secolo, nel Regno di Francia, si parlava di «capitouls, sindics, tresoriers, accesseurs ou autres officiers de villes», il che mi sembra giustificare ampiamente l’uso valdostano al di fuori del contesto giudiziario, che quindi non è ovviamente un barbarismo, ma nel peggiore dei casi un arcaismo di buon gusto.
Marie e Maison communale
Detto questo, spingo un po’ oltre la nostra riflessione ed ecco che sorge una seconda domanda: poiché in Valle d’Aosta non esiste il sindaco, possono esistere delle «mairies»?
La logica aristotelica, avvalendosi del sostegno della logica cartesiana – quest’ultima ben francofona – vorrebbe naturalmente che no. Eppure, su numerose facciate di edifici pubblici leggiamo la fatale coppia: «Municipio – Mairie». «Ahimè! – ci hanno detto numerosi amministratori comunali – nessun dizionario ci offre un’alternativa a questa fastidiosa iscrizione».
È vero che la storia e la tradizione valdostane non offrono granché da questo punto di vista: a parte il Comune di Aosta e il suo splendido «Hôtel de Ville», gli altri erano per lo più troppo poveri per potersi permettere una sede comunale in senso stretto.
Quando, nel XVIII secolo, le leggi del Regno di Sardegna imposero alle comunità di fissare la sede comunale nel paese in cui sorgeva la chiesa parrocchiale, confermata nella sua funzione di capoluogo amministrativo, esse affittarono una stanza in una casa privata, che divenne così la «chambre commune», o «salle consulaire», come veniva orgogliosamente definita nei verbali delle sedute del Conseil (tornerò su questo punto).
C’erano persino Comuni talmente privi di fondi che la loro Municipalità, non potendo affittare una stanza «ad hoc», si riuniva a casa del consigliere la cui abitazione era la più vicina alla chiesa, per non violare le disposizioni di legge. Quando si riusciva a raccogliere denaro a sufficienza per costruire un edificio destinato specificatamente alle funzioni amministrative, lo si chiamava semplicemente «maison commune», intendendo con ciò che era la casa di tutti, o per meglio dire di ciascuno degli abitanti della «parrocchia» » (la parola «Comune» aveva un che di scomodo, soprattutto dopo gli eventi parigini del 1870).
Questa espressione «maison commune» si formalizzò nel corso degli anni, diventando «Maison Communale» e fornendo l’alternativa più diffusa all’illogica «mairie» di memoria bonapartista, che in Valle d’Aosta non ha alcun senso in assenza di un maire.
Devo ammettere che, sebbene ritenga inutilizzabile da noi il termine «mairie», trovo un po’ fredda l’espressione «maison communale», che sa di fascicoli un po’ sbiaditi, sui quali legioni di «applicati» si affrettano lentamente…
Quanto è più bello e significativo chiamare la sede dei propri eletti semplicemente «Maison Commune», come facciamo in patois! Che i «puristi» che pensano che il francese sia proprietà esclusiva della Repubblica francese non si allarmino e non ci accusino di provincialismo: la massima autorità in materia di francofonia, l’Académie Française, nella quinta edizione del suo Dizionario (1798), riporta l’espressione «maison commune» con la definizione [qui tradotta]: «Nome dato, a partire dalla Rivoluzione francese, a ciò che prima si chiamava Maison o Hôtel-de-Ville».
Poiché in Valle d’Aosta non esiste né la mairie né il maire, che ne è del «secrétaire de mairie», figura chiave di ogni amministrazione francese post-giacobina? In Valle d’Aosta è stato vantaggiosamente sostituito dal «secrétaire communal» sin dalla riforma amministrativa del 1762. È vero che a quell’epoca si parlava di «communauté» e non di «commune»: ma già nel secolo scorso i nostri nonni avevano provveduto ad attualizzare questa nomenclatura sulla base delle riforme interne allo Stato sardo-piemontese, senza ricorrere ad alcuna interferenza parigina.
Spingiamo ancora oltre la nostra audacia di francofoni «altri»: perché non sostituire le targhe indicatrici della «Sala consiliare – Salle du Conseil» (quando sono bilingui) con la bella iscrizione «Salle consulaire», molto usata dai nostri antenati, che sapevano alternare il lavoro con l’aratro alla lettura dei classici latini? Questa nobile denominazione, che risveglia echi antichi, è il riflesso plurisecolare dell’alta considerazione di cui godeva la funzione dell’amministratore comunale.
Si potrebbero forse ritenere fuori luogo le osservazioni di cui sopra in un contesto di globalizzazione della comunicazione e di omogeneizzazione delle lingue. Non condivido questa opinione: è proprio rispettando le peculiarità proprie del nostro francese regionale che contribuiamo a salvaguardare un patrimonio che appartiene all’intera Francofonia.
L’articolo di Joseph-Gabriel Rivolin, Défense et illustration du « syndic », è apparso sul Corriere della Valle – Courrier de la Vallée d’Aoste ed è ripubblicato per gentile concessione.
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