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    Home » Articoli » Monviso, tre mesi senza gelo: temperature in alta quota e crolli sotto osservazione
    Ambiente e territorio

    Monviso, tre mesi senza gelo: temperature in alta quota e crolli sotto osservazione

    Roland MartialRoland Martial19 Settembre 2026
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    Il Monviso visto da Saluzzo (c) CC BY SA 4 0 Jeanne Griffin Wikimedia Commons
    Il Monviso visto da Saluzzo (c) CC BY SA 4 0 Jeanne Griffin Wikimedia Commons

    Sul Monviso le temperature in alta quota non sono mai scese a zero gradi tra il 10 giugno e il 10 settembre 2026 alla stazione Arpa situata oltre i 3.300 metri, mentre i recenti crolli hanno riportato l’attenzione sulla stabilità delle pareti rocciose.

    La Regione Piemonte ha riunito il primo “Tavolo Monviso” per approfondire le cause dei distacchi, rafforzare il monitoraggio e valutare nuove misure per la sicurezza e la frequentazione del massiccio. Il fenomeno riguarda tutto l’arco alpino, e vi sono diversi casi di sistemi di monitoraggio, in Francia, Svizzera, Austria e in altre località alpine italiane, come in Trentino o in Friuli.

    Due crolli sulle pareti del Monviso

    I due episodi più recenti sono avvenuti il 1° settembre sul versante nord-est e nella notte tra il 13 e il 14 settembre ai Torrioni Sari, sul versante sud. Crolli erano già stati documentati nel 2019 e nel 2023, ma la successione degli ultimi eventi ha spinto la Regione a considerare il massiccio nel suo insieme e a verificare l’esposizione dei diversi itinerari escursionistici e alpinistici.

    Secondo Arpa Piemonte, lo stress termico è un probabile fattore dei recenti distacchi, mentre la degradazione del permafrost può aver contribuito all’instabilità di un ammasso roccioso già fortemente fratturato. Il nesso non può tuttavia essere stabilito automaticamente: ogni crollo deve essere analizzato sulla base delle caratteristiche geologiche locali e dei dati disponibili.

    Sono quindi previsti ulteriori rilievi per valutare dimensioni e dinamica dei distacchi e individuare eventuali altre zone esposte.

    Permafrost, vent’anni di osservazioni

    Arpa Piemonte studia il permafrost alpino dal 2006. La rete regionale comprende cinque stazioni permanenti con strumenti collocati in profondità nella roccia e 122 sensori che misurano le temperature superficiali del suolo e delle pareti.

    Il permafrost è terreno o roccia che rimane a una temperatura uguale o inferiore a zero gradi per almeno due anni consecutivi. Quando si riscalda, il ghiaccio presente nelle fratture può diminuire e cambiano le condizioni meccaniche della roccia: è uno dei processi che possono favorire l’instabilità, ma non è l’unico.

    Ai piedi del Monviso, nel Buco di Viso, a circa 2.880 metri di quota, Arpa misura in modo continuo dal 2017 la temperatura dell’aria e della roccia. Il monitoraggio si affianca a quello dei ghiacciai: nel 2025 sono stati osservati 110 dei 161 corpi glaciali piemontesi e aggiornati i confini cartografici di 150 ghiacciai, pari al 93 per cento della superficie glacializzata regionale.

    Sicurezza e accessi al massiccio

    Il Tavolo Monviso non riguarda soltanto le condizioni geologiche. La crescita della frequentazione pone anche un problema di gestione degli accessi e di preparazione degli escursionisti.

    Secondo i dati presentati durante la riunione, nell’ultimo fine settimana circa 200 persone hanno raggiunto la vetta; il Giro del Viso registra circa 40mila escursionisti, mentre nell’area intorno alla montagna vengono stimati complessivamente circa 200mila passaggi. Negli ultimi tre anni il Soccorso alpino ha effettuato più di cento interventi e quasi la metà ha riguardato persone che avevano perso il percorso.

    Tra le ipotesi allo studio ci sono quindi una segnaletica più efficace, una migliore distribuzione dei flussi sulla rete sentieristica e possibili accessi alternativi ai rifugi. È stata citata in particolare la possibilità di verificare un tracciato alternativo verso il rifugio Quintino Sella. Dove necessario potranno inoltre essere valutate limitazioni temporanee.

    Dal Monviso alle Alpi piemontesi

    Il Tavolo potrebbe diventare una sede permanente dedicata alla resilienza delle Alpi piemontesi, inserita nell’Osservatorio regionale sui cambiamenti climatici. Il prossimo passaggio è previsto il 22 settembre con il Tavolo Monte Rosa, dove il quadro presenta alcune differenze perché, oltre a sentieri e attività alpinistiche, entrano in gioco ghiacciai, centri abitati, impianti e infrastrutture.

    Regione, Arpa, Università e centri di ricerca dovranno ora trasformare i dati raccolti in indicazioni operative. L’obiettivo indicato è arrivare all’inizio della primavera 2027 a una prima restituzione comune sulle conoscenze disponibili, sugli scenari futuri e sulle possibili misure di adattamento.

    Temperature elevate in tutte le Alpi

    Il dato del Monviso si inserisce in segnali osservati negli ultimi anni in altre zone alpine, anche se gli indicatori utilizzati non sono direttamente sovrapponibili.

    In Svizzera lo zero termico ha raggiunto il record di 5.298 metri il 21 agosto 2023; nel 2025 è salito a quasi 5.125 metri già il 28 giugno e i valori più elevati della serie svizzera sono concentrati negli anni dal 2022 al 2025. Nelle Alpi svizzere, il Rapporto sulla criosfera pubblicato nel luglio 2026 segnala inoltre che le temperature del permafrost in profondità restano vicine ai massimi e che nuovi record sono apparsi nel 70 per cento dei fori di monitoraggio a 10 e 20 metri.

    Sul versante francese, Météo-France ha classificato l’estate 2026 come la più calda in Francia dall’inizio delle misurazioni nel 1900, con una temperatura media stagionale superiore di 3,6 gradi alla norma 1991-2020. Sono misure diverse, ma indicano tutte una crescente esposizione dell’alta montagna a periodi di caldo prolungato.

    Quello avviato sul Monviso si inserisce in un sistema di osservazione che interessa ormai gran parte delle Alpi occidentali. In Valle d’Aosta la Cabina di Regia dei Ghiacciai coordina da anni enti scientifici e operatori della montagna, mentre nel luglio 2026 Arpa ha installato una nuova stazione meteorologica a 3.800 metri sul Cervino e sta ampliando il monitoraggio della temperatura delle pareti rocciose.

    Nelle Alpi orientali e nella cooperazione transfrontaliera

    In Trentino il Servizio geologico provinciale segue da più di vent’anni permafrost e rock glacier, mentre ARPA Lombardia monitora ghiacciai e accumulo nevoso e ARPAV osserva l’evoluzione dei ghiacciai dolomitici e del permafrost. Reti analoghe sono attive in Sud tirolo e nelle Alpi Giulie. A livello nazionale la Fondazione Glaciologica Italiana ha osservato nel 2025 quasi duecento ghiacciai, mentre un tavolo tecnico della Protezione civile, istituito dopo il crollo della Marmolada, sta lavorando per rendere più omogenee le procedure di monitoraggio del rischio glaciale e periglaciale lungo l’arco alpino.

    A queste reti si aggiungono nuovi progetti transfrontalieri come Prév-Risk CC tra Valle d’Aosta e Haute-Savoie e CRYO-ADAPT tra Francia e Svizzera, che cercano di trasformare i dati sul riscaldamento del terreno in strumenti per valutare rischi, accessi e stabilità delle infrastrutture di alta montagna. Ci sono tra gli altri anche il progetto Interreg Italia-Austria FROST.INI studia la degradazione del permafrost e i rischi per versanti e infrastrutture, mentre WATERWISE, nell’Interreg Alpine Space, analizza tra Svizzera e Austria gli effetti di ghiacciai, neve e permafrost sulle risorse idriche alpine.

    LEGGI ANCHE: La sabbia del Sahara accelera lo scioglimento dei ghiacciai alpini

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    Roland Martial

    Mi piace descrivere le Alpi oltre ai singoli confini degli stati che la circondano. Laureato in scienze politiche e sicurezza internazionale da Sciences Po e dalla George Washington University, mi piace scrivere di economia, politica, e difesa.

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