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    Home » Articoli » Il viaggio di Pierre-Joseph Dayné dalle Alpi all’Antartide
    Nos Alpes, Nos Livres

    Il viaggio di Pierre-Joseph Dayné dalle Alpi all’Antartide

    Giorgia GambinoGiorgia Gambino20 Settembre 2026
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    Pierre-Joseph Dayné (c) Luigi Armando Ferrario, Le Château Edizioni
    Pierre-Joseph Dayné (c) Luigi Armando Ferrario, Le Château Edizioni

    Pierre-Joseph Dayné è un nome poco noto nella storia delle guide alpine della Valle d’Aosta, nonostante la sua partecipazione nei primi anni del Novecento alla spedizione antartica francese comandata da Jean-Baptiste Charcot. Proprio tale esperienza e la parziale sconosciutezza del personaggio costituiscono il punto di partenza del volume “Il servitore del cielo”, scritto da Luigi Armando Ferrario e pubblicato per Le Château Edizioni nel 2018.

    Resta chiaro che le informazioni disponibili sull’esploratore valdostano non sono numerose, eccezione fatta per il saggio e per una ricerca dell’Università della Valle d’Aosta dedicata al diario dell’esploratore. Questa lo presenta come l’unico italiano dell’equipaggio e rammenta il suo ruolo nelle attività alpinistiche svolte durante il viaggio, sottolineando quanto la sua figura sia rimasta poco conosciuta nonostante la rilevanza di ciò che egli ha vissuto.

    Dalla Valle d’Aosta all’Antartide

    Nato nel 1865, Dayné si forma sulle montagne valdostane della Valsavarenche, in un contesto climatico fatto di temperature rigide e inverni inclementi nonché in un ambiente naturale nutrito di vette ostiche e pareti impervie. Prima di guardare verso il continente antartico, costruisce la propria esperienza sulle Alpi, partecipando ad ascensioni e cimentandosi in alcune salite allora considerate di particolare difficoltà.

    La svolta arriva però con la spedizione organizzata da Jean-Baptiste Charcot tra il 1903 e il 1905, che lo costringe a confrontarsi con un panorama molto diverso da quello in cui ha maturato la propria esperienza. Le fonti accademiche lo indicano non soltanto come partecipante al viaggio bensì anche come protagonista delle prime attività alpinistiche compiute sulle cime antartiche.

    A ricordare oggi il suo passaggio resta anche il Dayné Peak, una cima dell’isola Wiencke alta circa 730 metri e sita nella parte occidentale della penisola Antartica, a lui intitolata proprio durante la missione. 

    Un diario piccolo ma prezioso

    Uno degli aspetti più curiosi della vicenda di Pierre-Joseph Dayné è rappresentato dal suo diario personale, nel quale egli annota la propria esperienza durante la spedizione antartica di Charcot. Il testo dalla scrittura minuta presenta anche caratteristiche linguistiche particolari, tra cui la scelte del francese con influenze riconducibili al franco-provenzale e all’italiano.

    La difficoltà di interpretazione del manoscritto è uno degli elementi che hanno portato la studentessa Annalisa Mattiauda a trattarlo in ambito universitario nella tesi “Pierre Dayné, scripteur malhabile : analyse du journal de bord (1903-1904)”. Diverso per contro lo sguardo di Ferrario, che associa alle informazioni storiche disponibili e alla biografia documentaria più strettamente intesa parentesi di finzione e immaginazione narrativa.

    Il ritorno in Valle d’Aosta come nuovo inizio

    Ferrario sceglie di concentrare il racconto soprattutto sul momento successivo alla spedizione, l’estate del 1905 che segna il rientro di Dayné in Valle d’Aosta, dove l’uomo è accolto pubblicamente dopo l’impresa antartica. Da qui il romanzo si sposta dal racconto dell’esplorazione alla trasformazione personale del protagonista e del modo stesso in cui egli guarda alla propria esistenza.

    L’interesse del volume risiede anche nella domanda su che cosa possa accadere a un uomo dopo avere fatto ritorno da una esperienza tanto distante dalla quotidianità della propria comunità. Esso può dunque essere letto su due livelli, ovverosia quale occasione per conoscere una figura poco frequentata dalla storia dell’esplorazione polare o quale interpretazione letteraria di ciò che può essere accaduto dopo il suo ritorno in patria.

    Tra storia e invenzione

    Luigi Armando Ferrario è nato a Mathi (Torino) nel 1962, si è laureato in Scienze politiche e ha svolto attività professionale nel settore della consulenza finanziaria e successivamente delle risorse umane e delle relazioni sindacali. È socio accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna, realtà alla quale è legata parte della sua attività letteraria, che oltre a “Il servitore del cielo” comprende titoli quali “L’uomo di Mozia”, “Cenere nella terra del muschio” e “Settarme”.

    Tale sua tendenza a muoversi tra letteratura e cultura della montagna emerge con evidenza anche dal saggio su Pierre-Joseph Dayné, innestato su vicende documentate attorno a cui è costruito un immaginario fittizio del protagonista. La distinzione è importante proprio alla luce della scarsità delle informazioni oggi disponibili sull’esploratore oltre che della limitatezza degli studi biografici dedicati alla guida valdostana e al suo contributo alle esplorazioni antartiche.

    LEGGI ANCHE: Jean Fabre racconta il Puncak Jaya, l’avventura clandestina oltre l’alpinismo

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    Giorgia gambino
    Giorgia Gambino
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    Classe 1997, ho due lauree in lingue e letterature moderne, un master di primo livello in giornalismo 3.0 e una incrollabile testardaggine, tutti quanti ottenuti con il massimo dei voti. Appassionata di scrittura dall’età di 7 anni e giornalista pubblicista dal 2021, ho contribuito a costruire “Nos Alpes” dalle basi, crescendo giorno dopo giorno e imparando a essere migliore assieme a lui. Nel tempo libero che mi sforzo di ritagliare coltivo alcune delle mie frivole passioni, tra cui il rosa e i dolci, lo shopping e il make up, ma soprattutto i miei racconti.

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