I crolli di roccia nel Massiccio del Monte Bianco sono aumentati sensibilmente, passando in un secolo da un massimo di circa 2,2 millimetri annui a un minimo di 4,1 millimetri annui nelle misurazioni riferite al periodo 2006-2011. Le scansioni di cinque pareti della Mer de Glace hanno individuato 123 distacchi con volumi sino a 566 metri cubi, mentre le osservazioni dirette hanno documentato 71 eventi con volumi compresi tra 100 mila metri cubi e 20 mila metri cubi.
Una ricerca scientifica per i crolli di roccia sul Monte Bianco
La ricerca concernente i crolli di roccia sul Monte Bianco è stata condotta dal Centre national de la recherche scientifique (Institut des Sciences de la Terre ed Environnements, Dynamiques et Territoires de la Montagne. Ottenuti in collaborazione con l’Université Savoie Mont Blanc e l’Université Bourgogne Europe, i risultati sono poi stati pubblicati sulla rivista scientifica “Earth and Planetary Science Letters”.
Gli scienziati hanno combinato osservazioni dirette dei distacchi con analisi geochimiche dei detriti trasportati per confrontare gli eventi registrati negli anni più recenti con le tracce dell’erosione accumulata nel corso dei secoli. A ciò si sono aggiunte le misurazioni realizzate tramite tecnologia LiDAR, volte alla ricostruzione 3D delle pareti mediante impulsi laser e all’individuazione del volume dei distacchi.
Dal permafrost alla caduta dei massi
Uno dei fattori principali individuati dagli studiosi quale scatenante per i crolli di roccia sul Monte Bianco coincide con la degradazione del permafrost, ovverosia lo strato di terreno o roccia che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. In alta montagna, il ghiaccio presente nelle fratture contribuisce a mantenere coese le masse rocciose, ma in presenza di temperature elevate tale sostegno naturale si indebolisce e le pareti divengono più vulnerabili ai distacchi.
Tali dinamiche si rafforzano al di sotto dei 3.800 metri di quota, dove i cicli di gelo e disgelo e il progressivo riscaldamento in profondità contribuiscono a modificare le condizioni delle rocce, favorendo l’apertura delle fratture e il distacco di blocchi. A fronte di una produttività glaciale circa cinque volte superiore a quella ricavata dall’inventario degli osservatori, si palesa plausibile l’ipotesi di una intensificazione dei processi di destabilizzazione nelle zone più sensibili.
Anche i piccoli distacchi contribuiscono all’erosione
L’erosione complessiva delle pareti del Monte Bianco deriva dalla somma di numerosi crolli di roccia, dai piccoli frammenti ai blocchi di grandi dimensioni, sino a diverse migliaia di metri cubi. Di qui dunque l’idea di analizzare anche le concentrazioni di specifici isotopi nei detriti per ricavare informazioni sull’esposizione e sull’erosione delle superfici su scale temporali molto più lunghe.
Nel complesso gli scienziati hanno esaminato otto campioni di sedimenti raccolti sulle morene superficiali della Mer de Glace, comprendenti materiali provenienti da distacchi avvenuti in epoche differenti e successivamente trasportati dal ghiacciaio. Secondo le stime dello studio, i detriti analizzati riuniscono i resti di circa 800 fenomeni superiori a un metro cubo, verificatisi in un arco temporale che si estende approssimativamente dal 1820 al 1987.
Il precedente dei grandi crolli e i rischi futuri
L’inventario degli eventi recenti occorsi sul Monte Bianco comprende anche crolli di circa 20 mila metri cubi di roccia, che i ricercatori hanno stimato ripetersi regolarmente ogni circa sei anni. Ciò non significa per forza che eventi estremi del genere si verifichino a intervalli temporali regolari, bensì piuttosto che fenomeni di tale portata non possono essere considerati eccezionali su scale temporali sufficientemente lunghe.
Ne emerge dunque quanto sia importante ricorrere a monitoraggi mirati e aggiornati della distribuzione dei distacchi al fine di anticipare nuovi episodi e organizzare di conseguenza la gestione dei rischi in alta montagna. Il tutto grazie a una combinazione tra inventari, rilievi tridimensionali e indicatori geochimici che permetta di superare alcuni limiti delle osservazioni di breve durata e di proporre una ricostruzione più completa dell’erosione.
LEGGI ANCHE: Tra 2025 e 2026 i ghiacciai svizzeri hanno perso il 5% del loro volume








