Nel romano Palazzo Barberini è in corso la mostra “Caravaggio 2025” che, inaugurata il 7 marzo, si chiuderà il 6 luglio.
Per l’occasione sono riuniti ventiquattro capolavori del maestro lombardo. Fra questi vi è il San Giovanni Battista nel deserto, conservato presso il Nelson–Atkins Museum of Art di Kansas City (MO).
Il dipinto fu realizzato da Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610) per il banchiere pontificio Ottavio Costa che, nato ad Albenga, intendeva collocarlo all’altare del nuovo oratorio consacrato a san Giovanni Battista, a Conscente, oggi frazione di Cisano sul Neva. L’abitato si trovava nel feudo che Ottavio Costa, con i suoi due fratelli, deteneva nella propria terra d’origine.
Il ripensamento di Ottavio Costa
Invece le cose dovettero andare diversamente. Il San Giovanni Battista nel deserto, che si ritiene venga realizzato tra il 1602 e il 1604, quando Caravaggio aveva raggiunto la fama di essere “il più eccellente pittore di Roma”, non giunse mai a destinazione (oppure vi giunse solo transitoriamente): il dipinto infatti risulta registrato a Roma nel 1639 nell’inventario post mortem dei beni di Ottavio Costa. L’opera rimase fino alla metà dell’Ottocento di proprietà dei discendenti. Si esaudiva così un desiderio testamentario di Ottavio Costa, precoce ammiratore e collezionista delle opere di Caravaggio. E chi volesse conoscere i nomi dei successivi possessori, li troverà elencati nella scheda del dipinto che il Nelson–Atkins Museum of Art offre ai suoi visitatori, virtuali e reali.
Tornando in terra ligure, all’oratorio di Conscente – la cui consacrazione avvenne nel 1606 – fu destinata una replica del dipinto di Caravaggio. Realizzata a ridosso dell’originale è di grande interesse. Già trasferita dalla sua sede primitiva alla parrocchiale di Sant’Alessandro, dal 1982 si trova esposta al Museo Diocesano di Albenga.
L’invenzione di Caravaggio
Impiegando un formato – centimetri 170 x 136 – di un’inezia diverso dall’originale, l’ignoto autore del dipinto del museo di Albenga ricalca con fedeltà, probabilmente servendosi di lucidi, la grande invenzione di Caravaggio. La quale consiste nell’aver raffigurato il santo in un modo mai visto prima, un misto di realismo, di idealizzazione classica e di romanticismo ante litteram.
Su uno sfondo scuro, composto da un fitto intrico di foglie di quercia, emerge la figura di Giovanni Battista, impersonato da un giovane uomo. Il volto, incorniciato da lucenti riccioli castani, è di grande bellezza, così come il corpo che, illuminato da una luce potente, diventa scultoreo. Egli siede pensoso, in parte avvolto dal virtuosistico drappeggio di un manto di panno color rosso vivo, del quale percepiamo lo spessore e vediamo l’usura lungo i margini.
Del tutto realistica invece è la resa della veste, nelle fonti evangeliche descritta come una pelle di cammello posta a cingere i fianchi, ma che nella pittura occidentale perlopiù diviene di capra o di montone. Osserviamo nel dipinto il pelo biancastro e fulvo e il sottostante ‘lato carne’.
La veste in pelle animale, insieme all’esile croce di giunco che Giovanni Battista tiene nella mano destra, sono i soli segni distintivi concordanti con la raffigurazione tradizionale del santo. In sintesi, nel dipinto di Caravaggio la sofferenza di Giovanni Battista “il più grande dei nati di donna” (Matteo 11, 11) – eremita, profeta, martire e precursore di Cristo – è tutta psichica e risiede in quella mascherina d’ombra intorno agli occhi.
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