Alle botteghe storiche di Genova si arriva anche soltanto passeggiando nel vecchio centro della città. Si viene spontaneamente attirati dagli arredi, dalle vetrine, da un’aria tra il lusso e l’antico. Sono tutte strutture che funzionano, con i loro clienti, i loro prodotti, la loro vita quotidiana. D’accordo, ci sono botteghe antiche in altre città a Torino, Bologna, Verona, o a Londra, Lisbona. Ma qui sono davvero molte e tutte in funzione.
Se poi si viene da città europee in cui la trasformazione urbana ha seguito una modernità più rapida ed industriale, con tanto di grattacieli e centri commerciali come Bruxelles in Rue Neuve, ci si trova in un altro mondo, e si è veramente spaesati.
A Genova, gli antichi negozi sono un vero monumento, meritano da soli un viaggio in città, anche per più giorni. Diversi di loro sono vecchi di 200 anni, e riuniscono la doppia identità della città, urbana e sviluppata da un lato, e di apertura sul mondo, grazie al porto internazionale, come per esempio Bordeaux, o Marsiglia.
Così si trovano oggetti che stupiscono, e che si possono comprare, come un costume da bagno femminile, in cotone, degli anni Quaranta, o spezie e masala, come il chimichurri argentino e il pastor palestinese. C’è una confetteria del 1780, e il primo negozio che ha venduto i jeans a Genova, nel 1920.
Passeggiando, con una mappa, si può passare in mezzo a questo patrimonio vivo e vegeto, che è materiale ed è culturale. Ci sono i caratteri della vita quotidiana, i suoni, il modo di essere genovesi e liguri (come con il “mugugno“, l’abitudine a borbottare e lamentarsi), la lingua. Le Botteghe storiche sono tutelate e riunite in un Albo, ci sono mappe anche digitali, percorsi per visitarle, e guide che possono accompagnare. E’ un monumento vivo, divertente e fiero, in mezzo alla vita del centro antico di Genova.
Le botteghe storiche genovesi non sono “musei”, continuano a vendere e a produrre
Le botteghe storiche genovesi non sono dunque “musei”: continuano a vendere e a produrre. Nei caruggi, le vie del centro antico, la densità di attività è segno della storia di un’economia portuale e artigiana, fatta di bisogni e di lavoro. Nelle vie ottocentesche, dove il commercio si è spostato con la città “nuova”, si vedono negozi che offrono eleganza e servizio su misura. È un patrimonio che mette insieme livelli alti e la vita di tutti i giorni: confetterie e tripperie, farmacie e drogherie, librerie e botteghe di accessori.
Le botteghe storiche genovesi sono riconoscibili all’interno prima ancora che dall’insegna esterna: banconi in marmo, cassettiere in legno, boiserie, vetrine in cristallo, strumenti che non sono soprammobili ma parti operative dell’attività.
In alcuni casi il valore sta nell’offerta: libri antichi e mappe nautiche, spezie e “coloniali” difficili da reperire, abbigliamento con stile o taglio di mare, accessori per le attività di casa, anche per imbottigliare il vino.
Anche muoversi in questi luoghi e questi spazi è parte della scoperta. In pochi metri si va da un locale ottocentesco a una drogheria del Novecento, da una confetteria settecentesca a un laboratorio di piccoli oggetti tecnici. E non è una sequenza di marchi o di filiere, ma un insieme di specializzazioni, di famiglie, di innovazioni, di prodotti antichi. C’è un senso del gusto, del bello e dell’utile.
La confetteria, la trippa, il camino Rumford, la Torta Mazzini
Tra le botteghe che concentrano più chiaramente questi elementi” c’è Pietro Romanengo fu Stefano. È una confetteria del 1780, che ha aperto un primo locale di consumo nel 1814 e un secondo dopo il 1930. Entrarci è già bellissimo, tra marmi, affreschi e arredi in legno, con un suo immediato sentire storico. Certo, ci sono i confetti e i dolci, che sono ottimi, ma conta anche dove si trovano.
Marescotti di Cavo, pasticceria e liquoreria, nata nel 1870, è famosa per il suo stile d’arredo “Carlo X” e per una ritualità quotidiana che resta riconoscibile: l’aperitivo Marescotto, a base di vermouth ed erbe aromatiche. È anche un esempio di ripresa della città, che si era per diversi anni ripiegata su di sé, tra crisi economica e trasformazione. La Marescotti è stata riaperta dopo una chiusura durata 30 anni, da Alessandro Cavo, valorizzando anche uno dei prodotti del negozio, la Torta Mazzini, che va assaggiata..
C’è anche una dimensione popolare, in cui si mangia senza paure. La Tripperia Casana cucina trippa dal 1890: il pavimento è di marmo a mosaico, anche i tavoli sono di marmo, sgabelli, le pentole di rame e poi ci sono il ronfò e il camino Rumford. Il locale dà l’idea di una cucina di lavoro, per la città-porto, per della gente con stomaci robusti, per lavoratori abituati a mangiare in modo sostanzioso e rapido.
Sa’ Pesta Antica Trattoria è un vecchio deposito di sale che è diventato trattoria agli inizi dell’Ottocento. Conserva il pavimento e il forno a legna dove si cuociono torte di verdura e farinata. Anche qui gli elementi dell’arredo e dell’architettura sono il linea con la vita popolare, tra magazzini e osterie, tra lavoro, commercio e consumo.
Moda e tessile, arti e mestieri, stampe antiche
Lucarda è indicata come un’istituzione della moda genovese, punto di riferimento per l’abbigliamento “alla marinara”, e si trova sotto i portici medievali di Sottoripa. In questo angolo di città, con la storia del porto, l’abbigliamento per tagli e capi, richiama il lavoro marittimo, la salsedine da cui proteggersi, i trasporti delle merci, i viaggi dei passeggeri.
Pissimbono è invece una bottega storica per l’abbigliamento maschile, e ci sono i banconi da sarto, il guardaroba déco, macchine da cucire e la macchina cuci-polsini. Si entra in un luogo per vestirsi con cui si fa artigianato e “su misura” con prove, riparazioni, adattamenti e dettagli.
Pescetto abbigliamento è stato aperto nel 1922 in un palazzo Imperiale nella Genova medievale da Lucho e Mario Pescetto, figli di Giuseppe Niccolò, il fondatore nel 1899 della ditta “G.& M. Pescetto” in via San Lorenzo. Nato come merceria diventa presto un negozio di qualità per sete, tessuti e intimo. I banconi, gli scaffali e e le porte sono stati realizzati in stile decò, nel 1939, in legno di tek e cassetti rivestiti in pergamena.
Luico, Fabbrica Turaccioli, è una bottega nata nel 1855, piena di cose, e anche questo fa stupore, tappi, acetiere, botti, damigiane, tappatrici. C’è un’antica bilancia, etichette d’epoca e un’onorificenza assegnata al negozio per i suoi 98 anni. La merce appartiene alla vita materiale e quotidiana tra conservazione, imbottigliamento, piccole economie domestiche e produzione alimentare.
E poi ci sono i libri antichi, a due passi dal Porto, e si intuisce di quale genere. La Libreria Antiquaria Dallai è una bottega con volumi d’epoca, stampe, carte geografiche e mappe nautiche. Parla della vocazione marittima della città, tra rotte, portolani e memoria delle navigazioni. Non si passa solo a dare un’occhiata, ma ci si mette a sfogliare e a leggere.
Farmacie e drogherie, e dal 1652
La drogheria M. Torielli è piena di colori e profumi: spezie, estratti e coloniali difficili da trovare, fragranze che colpiscono già all’ingresso. Ci sono poi credenze di legno, macinini, vasetti di vetro con etichette scritte a mano e una macchina per la torrefazione del caffè. È una bottega dell’olfatto, ci sono le merci “di viaggio” della città di mare, tra scambi commerciali e destinazioni lontane. un po’ cosa succede anche in altre grandi città di mare, e viene da pensare per esempio a Bordeaux.
Sormani Farmacia Operaia è un vero “museo della farmacia”, eppure ci si possono comprare i cerotti e arrivare con una ricetta medica. L’ingresso è una porta scolpita; ci sono banconi in legno lavorato, sgabelli, pavimenti in marmo bianco e nero. Anche in altre città si trovano gli arredi di vecchie farmacia, a Torino per esempio in una angolo di piazza San Carlo. Qui, oltre agli arredi, si trovano ampolle, vasi farmaceutici e bottiglie di Seltzer.
L’Antica farmacia Sant’Anna si trova nel quartiere di Castelletto, e per raggiungerla anche il viaggio è una scoperta: si sale prima con la funicolare da piazza Portello, poi con l’ascensore che da corso Magenta porta all’interno del convento di Sant’Anna dei Carmelitani Scalzi. La farmacia è del 1652, ed è la più antica bottega genovese. Gli interni sono bellissimi, con boiserie di noce e il giardino di rose e agrumi. Fu la sede della prima coltivazione di patate, introdotte dal fondatore del convento, Nicolò Doria, alla fine del XVI secolo. Il frate erborista Ezio Battaglia è un altro personaggio della farmacia, con un’idea di cura che comprendeva accoglienza e ascolto. A cui si è tornati, e di cui ci parla per esempio Michel Moriceau nei libri che raccontano la medicina umana nel Plateau d’Assy.
L’Albo delle Botteghe Storiche, le mappe e le guide che ci accompagnano
Per salvaguardare e valorizzare questo patrimonio il Comune di Genova ha istituito l’“Albo delle Botteghe Storiche”. Le botteghe inserite sono 103, e rispondono a requisiti e una protocollo di ammissione. L’albo è gestito dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici, dal Comune di Genova e dalla Camera di Commercio. La tutela si appoggia su elementi materiali (architetture, arredi, attrezzature storiche ancora funzionanti) e documentari (archivi d’impresa e tracce della continuità dell’attività). Inoltre, esiste anche un Albo dei Locali di Tradizione, e se ne contano 33.
Il Geoportale permette di costruire itinerari a piedi. Ci sono percorsi a tema già pronti – “dolce”, “salato”, “stile”, “arti e mestieri”, “speziali”, tra piazza De Ferrari, l’area del Porto Antico e i caruggi intorno a San Lorenzo. Ci si può far accompagnare da guide turistiche, con percorsi di un paio d’ore, che corrono via veloci, e inducono a ritornare e scoprire altre botteghe sa soli.
A farsi accompagnare da una guida, un po’ nello stile nazionale italiano, c’è anche molto calore umano e molti dettagli che altrimenti sfuggirebbero.
Per esempio, da Pescetto abbigliamento, un bis-bisnonno comprava le merci a pacchi da 13 (e non a dozzine, per sua scelta) e diversi sono rimasti interi. Si possono trovare sono tessuti e abiti realizzati tra le due guerre e si può uscire dal negozio tutti felici con un capo introvabile e bello, come abbiamo visto fare da un paio di turisti inglesi raggianti e ben informati sul valore del luogo.
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