Università della Costa Azzurra e Università degli Studi di Firenze hanno all’attivo un innovativo progetto che mira a reperire indicatori concreti e misurabili dell’apatia osservando il comportamento motorio. Tale condizione, spesse volte confusa nel linguaggio comune quale semplice mancanza di voglia o scarsa motivazione, potrebbe in realtà, celare malattie neurologiche e disturbi psichiatrici così più facilmente individuabili.
L’apatia dal punto di vista medico
Dal punto di vista medico, l’apatia rappresenta una difficoltà più profonda da parte del cervello, che fatica ad avviare azioni, prendere iniziative o partecipare alle relazioni sociali. Tale condizione è osservata con una certa frequenza in correlazione a diverse patologie, tra cui Alzheimer e Parkinsonoltre che con vari disturbi psichiatrici come la depressione.
Nonostante la sua diffusione, essa rimane spesse volte difficoltosa da identificare con precisione affidandosi unicamente a questionari e osservazioni cliniche inevitabilmente legati alla percezione soggettiva del paziente o dei famigliari. Proprio per affrontare tale ostacolo diagnostico, il neuropsicologo pisano Gianmaria Mancioppi ha ideato e poi presentato a Biot una ricerca sviluppata ad hoc presso il laboratorio CoBTeK dell’Università della Costa Azzurra.
Il progetto dell’Università della Costa Azzurra per individuare l’apatia
Alla base dello studio dell’Università della Costa Azzurra per individuare l’apatia vi è l’idea che i gesti quotidiani cambiano a seconda dell’intenzione con la quale essi sono compiuti. Per esempio, quando si afferra una bottiglia per bere da soli il movimento non è identico a quello utilizzato per porgerla a una altra persona, differenze pressoché totalmente automatiche nella vita di tutti i giorni.
Stando ai ricercatori, però, coloro che manifestano una forma di apatia legata alla dimensione sociale tendono per contro a non modulare il proprio comportamento in funzione dell’interlocutore. Questa mancata variazione del proprio atteggiamento non fa che segnalare una minore integrazione tra intenzione sociale e azione, potenziale spia di uno stato di animo e di una alterazione psicologica latenti.
Un esperimento con sensori indossabili
Per verificare la veridicità di tale ipotesi, i partecipanti allo studio sono invitati a svolgere alcune azioni molto semplici seduti davanti a un tavolo, tra cui prendere una bottiglia collocata in un punto preciso. Durante l’esperimento, essi indossano piccoli sensori applicati al polso e contenenti accelerometri e giroscopi capaci di registrare con grande precisione la velocità, l’orientamento e la traiettoria del braccio.
Le informazioni sono dunque rilevate decine di volte al secondo e inviate a un computer, dove sono analizzate per individuare eventuali differenze tra i movimenti compiuti in contesto individuale e quelli che implicano una interazione sociale. In prospettiva, i ricercatori sperano di sviluppare uno strumento capace di quantificare il grado di apatia di un paziente, offrendo ai medici un indicatore similare a quelli utilizzati per monitorare altri parametri di salute.
Dalla sperimentazione alla pratica clinica
L’obiettivo dello studio dell’Università della Costa Azzurra per individuare l’apatia non è di sostituire la valutazione clinica tradizionale bensì di affiancarla con una misura più oggettiva. Un sistema di tale tipologia potrebbe difatti aiutare a individuare più rapidamente le persone a rischio e a seguire nel tempo l’evoluzione dei sintomi, soprattutto nei casi in cui essi compaiono assieme a lievi difficoltà cognitive.
Il lavoro si trova ancora nelle fasi iniziali e richiederà ulteriori approfondimenti prima di essere applicato all’interno degli ambulatori, andando a sviluppare modelli di analisi affidabili e a testarli su di un numero più ampio di partecipanti. Previsto anche di affiancare ai sensori risonanza magnetica ed elettroencefalogramma per comprendere meglio quali aree del cervello entrano in gioco quando la motivazione all’azione e alla relazione con gli altri viene meno.
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