Quando alla fine dell’Ottocento emerse la proposta di costruire la Capanna Margherita, struttura stabile sulla Punta Gnifetti (4.500 metri) del Monte Rosa al confine tra Alagna-Valsesia e Zermatt, l’idea apparve a molti quasi irrealizzabile. In quota, dove il vento, il ghiaccio e le scariche elettriche rendono difficile persino sostare a lungo, immaginare un edificio destinato a ospitare uomini e strumenti scientifici sembrava una sfida estrema.
Eppure quel progetto trovò subito sostenitori influenti, tra i quali spicca la regina Margherita di Savoia che gli ha dato il nome, la quale finanziò la costruzione dell’edificio voluto dal Club Alpino Italiano e supportato dalla famiglia Sella. Realizzato in legno di larice americano e rivestito in rame per proteggerlo dai fulmini, esso fu inaugurato nel 1893 e divenne rapidamente una delle icone mondiali dell’alpinismo che ogni anno richiama migliaia di escursionisti, alpinisti e studiosi.
Capanna Margherita e la montagna come laboratorio scientifico
Sin dall’inizio della sua storia, la funzione scientifica fu parte integrante della Capanna Margherita, una direzione impressale soprattutto dal fisiologo e medico torinese Angelo Mosso. Tra i primi studiosi a interessarsi in modo sistematico agli effetti dell’alta quota sul corpo umano, egli intuì che la rarefazione dell’aria e la diminuzione dell’ossigeno potevano trasformare la montagna in un laboratorio naturale unico.
A quote elevate, difatti, l’organismo è costretto ad adattarsi, aumentando la frequenza respiratoria e cambiando il funzionamento cardiovascolare, con rischio di disturbi legati all’ipossia, cioè alla ridotta disponibilità di ossigeno. Egli fu tra i primi a collegare tali fenomeni al cosiddetto “mal di montagna”, tramite ricerche spesse volte condotte con apparecchi costruiti artigianalmente ma capaci di anticipare di decenni studi avallati soltanto nel Novecento.
La Regina che dormì sopra i 4 mila metri
L’inaugurazione della Capanna Margherita ebbe anche un forte valore simbolico poiché, il 18 agosto del 1893, la sovrana raggiunse personalmente la Punta Gnifetti, divenendo la prima donna e la prima regina a salire a quell’altitudine. L’impresa assume a oggi contorni ancora più sorprendenti se si considera l’abbigliamento dell’epoca, fatto di lunghe gonne pesanti, tessuti inadatti all’umidità e scarpe ben lontane dall’attrezzatura tecnica moderna.
Nonostante ciò, Margherita riuscì a completare l’ascesa e trascorse la notte nella parte della struttura, aspetto che contribuì a trasformare la Capanna in un simbolo di modernità e di fiducia nella ricerca. Due anni più tardi, in aggiunta, fu ancora ella a sostenere l’ampliamento del complesso, permettendo la realizzazione di un vero osservatorio scientifico permanente in alta quota.
Gli esperimenti sul respiro e le intuizioni di Mosso
Larga parte degli studi di Angelo Mosso concerneva la respirazione in quota e, nonostante lo scetticismo con cui essi furono inizialmente accolti, essi furono confermati decenni più tardi dalla medicina moderna. Osservando gli alpinisti e i ricercatori che soggiornavano alla Capanna Margherita, egli registrò fenomeni che allora erano quasi sconosciuti tra cui alterazioni del sonno, respirazione irregolare, apnee notturne e riduzione della capacità polmonare.
Egli intuì inoltre l’esistenza di patologie specifiche che occorrono in montagna, tra cui l’edema polmonare di alta quota, una delle complicazioni più gravi causate dall’ipossia. Le sue osservazioni sul comportamento del polmone e del sistema nervoso in ambiente estremo sono oggi considerate pionieristiche, tanto da avere contribuito al riconoscimento della struttura dall’Accademia delle Scienze di Washington.
Un patrimonio fragile nell’epoca del cambiamento climatico
Accanto alla Capanna Margherita nacque poi un secondo grande progetto, l’Istituto Angelo Mosso al Col d’Olen, inaugurato nel 1907 a quota inferiore per consentire ricerche continuative durante tutto l’anno. Qui si svilupparono studi di fisiologia, glaciologia, meteorologia e biologia alpina, creando una rete scientifica che, nei successivi Anni Cinquanta, contribuì alla preparazione scientifica della spedizione italiana al K2.
Oggi la struttura, considerata il rifugio più alto di Europa con 70 posti letto fruibili in estate, ospita un laboratorio collegato all’Università di Torino, una stazione meteorologica permanente e la biblioteca più alta di Europa. Ritiro del ghiaccio e aumento degli eventi meteorologici estremi pongono però nuove sfide alla sua conservazione, una tematica che vede studiosi e ricercatori impegnati a valutare le strategie necessarie per proteggerne il valore storico e scientifico.
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