Seconda parte del racconto di Jacques Martinet su Caterina di Challant. Una terza parte, domani, parlerà del contesto del racconto.


Le campane rintoccano mezzogiorno e all’interno della collegiata di Saint-Gilles a Verrès non resta un posto libero a sedere. Il popolo ha paura. Non hanno un Signore, o meglio, quello nominato è stato contestato da tutti. Una donna. Ma quella donna a tanti piace, altri la pensano come il cugino di Catherine, Giacomo, ovvero che lei non abbia le caratteristiche genetiche necessarie per regnare. Lo spettro di una guerra però mette tutti d’accordo: fa paura. È per questo che la loro preghiera quel giorno è più forte.

A un tratto le panchine in legno iniziano a tremare. Il grande lampadario posto sopra l’organo inizia a tintinnare. Il Prevosto interrompe la funzione e la gente comincia a vociferare preoccupata.

Ora è la chiesa intera a tremare, c’è chi conosce bene quel frastuono: è un esercito in movimento. Proprio nel momento in cui erano raccolti in preghiera chiedendo la pace, la guerra si presenta alle porte della casa di Dio, e il grande portone viene spalancato.

Entra un cavaliere, elegante e fiero.

«Signore, signori, sono Pierre Sarriod, Signore d’Introd e interrompo questa sacra funzione per accompagnare un ospite atteso. Perché che ne dica il duca o chicchesia, Catherine è la contessa di Challand! E se siamo noi in ritardo, e se con vergogna noi abbiamo interrotto la parola del Signore, è perché la contessa ha dovuto essere scortata qui dai suoi fedeli uomini. Che sono tutti qui fuori».

Pierre si interrompe e guarda negli occhi alcuni dei presenti in chiesa, che ricambiano il suo sguardo con lo stesso fare di sfida. Poi riprende.

«Chiediamo perdono a Dio perché le sacre funzioni non devono mai essere interrotte. Chiediamo perdono al Prevosto, che gentilmente ci ha invitati. E chiediamo perdono al popolo. Al popolo e a nessun altro».

Bisbigli, sussurri e parole confuse si levano dopo il discorso di Pierre. Oltre alla semplice gente, a partecipare alla funzione ci sono molti uomini alle dipendenze di Casa Savoia. La tensione cresce.

«Ora, signori… – riprende Pierre – vogliamo che la funzione continui e la nostra contessa non vede l’ora di partecipare. Catherine contessa di Challand!»

Nel cortile della chiesa, circondata dai suoi uomini, Catherine è immobile avvolta da un bellissimo abito amaranto. Il suo giovane volto lascia trasparire tutte le emozioni dell’umano spirito. Deve mostrarsi decisa, deve entrare a testa alta, ma il coraggio sembra venirle meno. Potrebbe mettere in pericolo i suoi uomini e Pierre. Il volto del padre sognato quella stessa notte le viene in aiuto. Deve difendere ciò che è suo da ben prima che venisse al mondo. Si dirige verso l’ingresso e la sua guardia armata la segue, ma lei lo ferma.

«Entrerò da sola».

Il suo ingresso in chiesa riporta il silenzio. La gente resta ammaliata dalla sua bellezza e dal suo sguardo fiero ma pacifico. Quelli che erano volti preoccupati ora acquistano serenità, e le facce rabbiose degli uomini che non la riconoscono vengono scalfite, come solo la bellezza è in grado di fare.

Assieme a Pierre percorre la navata centrale della chiesa, la folla si apre al loro passaggio, chi è in fondo allunga il collo il più possibile anche solo per vedere Catherine per qualche istante.

Il silenzio è teso come una lama.

A metà della chiesa Catherine si ferma. Pierre la guarda sorpreso, le stringe la mano ma lei non si muove.

Dall’agitazione non si è fatta il segno della croce. Mai era entrata in chiesa senza porgere i suoi omaggi al signore, prova grande vergogna per se stessa. Così si inchina e con la mano destra si tocca la fronte in nome del padre, poi il petto in nome del figlio, in seguito la spalla sinistra e poi la destra per lo spirito santo, e infine si bacia la mano.

Nella folla qualcuno prende coraggio.

«Viva Catherine, Viva i Challant!»

«Vive!, Vive! Vive! – Urlano di gioia molti presenti. C’è chi applaude, chi non fa nulla per paura di essere visto dalle spie e dagli uomini dei Savoia».

La coppia arriva in prima fila davanti al prevosto e subito qualcuno si alza per fare posto alla contessa. Ora la funzione ha ufficialmente inizio.

La tradizione vuole che dopo la messa ci sia il ballo del popolo. Nella piazzetta sottostante alla chiesa vengono allestiti alcuni banchetti, con del cibo e l’immancabile vino. Gli animi si riscaldano e la musica tiene il ritmo.

Catherine e Pierre sono in disparte, circondati da più di 50 uomini armati. Pierre è agitato, ormai la loro comparsa l’hanno fatta, anche se sono numerosi e armati è tempo di ritirarsi.

Dal centro della folla partono delle urla, poi qualche strattone e un paio di pugni.

«Deve andarsene!», urla qualcuno indicando Catherine e i suoi uomini.

«Scoppierà una guerra, fatti da parte!» Le urla continuano e qualcuno lancia dei bicchieri con del vino rosso in direzione della contessa.

Pierre vorrebbe lanciarsi in mezzo alla folla e farli tacere ma Catherine gli prende la mano.

Le fisarmoniche continuano la loro melodia accompagnante dai fiati, i tamburi e poi una rissa. Due uomini dei Savoia se la stanno prendendo con dei sostenitori di Catherine, Pierre fa un cenno ai suoi uomini e quattro soldati si dirigono in mezzo alla folla prelevando gli uomini dei Savoia. Con un calcio li allontanano e l’ovazione della folla non si fa attendere.

«Ci costerà caro, ma ne è valsa la pena». Pierre non fa in tempo a finire la frase che vede Catherine avanzare dritta in mezzo alla calca.

La gente si apre e il silenzio ritorna, persino la musica cessa. Catherine è circondata da uomini e donne con abiti stracciati, facce sporche, denti rotti e sguardi spaesati. C’è anche qualcuno ben vestito che la guarda con fare minaccioso. Il suo regno si decide in quella piazza, che senso ha governare un popolo che non ti accetta.

«Chi vuole ballare con me?», chiede all’improvviso Catherine.

Pierre la osserva da lontano, incapace di muoversi. Scuote la testa cerca di parlarle con le labbra, ma lei sta guardando il suo popolo.

Ecco di nuovo che si leva nell’aria un vociferare confuso, disperato, fragile: la voce della gente.

«Volete dirmi che nessuno qui vuol far ballare una signora? Siete solo buoni a fare la guerra?»

Un bambino di non più di 12 anni si fa avanti. Ha scarpe forate come groviera, calze logore e stirate in tutta la loro lunghezza, a coprire il più possibile le sue esili gambe mezze nude per via dei pantaloncini cortissimi.

«Ballerò io con te, mia contessa. Sono tutti ubriachi qui».

Una risata generale, fischi, grida di gioia e la musica riparte: la voce della gente.

Catherine balla, ride e si gode la folla. Danza con il bambino, poi con il macellaio, con il garzone del falegname, con il Prevosto e infine balla con il suo amato Pierre.

In mezzo a quel ballo di folla, tante sono le storie, diverse sono le opinioni e i lignaggi ma per pochi istanti il feudo di Challant sembra riunito sotto il segno di Catherine, adesso e per sempre lì, a danzare con la sua gente.

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TUTTI I RACCONTI DI JACQUES MARTINET

Ha studiato al Dams a Torino e poi all’Alma Mater a Bologna. Nel 2022 un tirocinio lo ha portato a Roma, a lavorare inizialmente nella produzione della serie Suburræterna e poi in altre produzioni cinematografiche. Appassionato di letteratura e sceneggiatura ha pubblicato il suo primo racconto sul sito Racconti nella rete dell'associazione LuccAutori.

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