La Swissness, cioè il “made in Svizzera – Swiss Made “, sta attraversando con la cosiddetta ” Lex On” un dibattito acceso sull’impiego del suo più importante logo, cioè la croce svizzera su prodotti che sono frutto di ingengerizzazione o di ricerca svizzera, ma che possono essere prodotti all’estero.

Già in corso da diversi mesi, l’Unione svizzera delle arti e mestieri (600 mila PMI svizzere) ha rilanciato la questione il 27 agosto con una petizione, negli ultimi giorni insieme a nette prese di posizioni nel Cantone di Vaud, che ha una solida base produttiva e industriale. La Confindustria svizzera, Economiesuisse, sembra però d’accordo.

Il tema è interessante, sia per capire la Svizzera, sia per il tema, che interessa l’Europa e la sua competitività, i singoli Paesi membri e le loro identità.

Per esempio, con il governo di Giorgia Meloni in Italia, il ministero dello sviluppo economico ha aggiunto alla sua denominazione l’espressione “e del made in Italy“. Dalla Francia sono poi molte le iniziative che richiamano il brand nazionale, dalla French Tech al forte impiego del Made in France nel marketing interno ed esterno.

Cosa cambia con la “Lex On”

La controversia nasce da una nota (non da una nuova norma) del 23 marzo 2026 dell’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI). Le aziende potevano già indicare che ricerca, progettazione o ingegnerizzazione erano svizzere, ma la nota introduceva possibilità di associare a formule come “Swiss Research” e “Swiss Engineering” anche la croce svizzera. Le condizioni sono precise: la croce deve essere collocata tra le due parole e il quadrato che la contiene non può superare la dimensione dei caratteri. Sarebbe un modo per evitare che il simbolo venga interpretato come indicazione dell’origine svizzera dell’intero prodotto.

Nel dibattito che ne è seguito in primavera, la nuova prassi è stata soprannominata “Lex On” in riferimento all’azienda zurighese On, di articoli sportivi e di scarpe da corsa. I suoi prodotti sono progettati e sviluppati in Svizzera, ma gran parte della produzione avviene in Asia.

Nella motivazione di questa estensione d’uso della croce svizzera, vi sono alcuni argomenti per nulla banali: come valorizzare ricerca, progettazione e ingegnerizzazione svizzere, come produrre in condizioni di franco forte, e di dazi statunitensi che spingono alcune imprese a produrre più vicino ai mercati di destinazione.

Le critiche dal Canton Vaud

Nella Svizzera romanda la contestazione è particolarmente netta nel Canton Vaud, che ha una dimensione industriale e manufatturiera, con quasi 43mila occupati, circa il 10 per cento dell’occupazione del cantone e circa quattro quinti delle esportazioni.

La consigliera di Stato Isabelle Moret, responsabile dell’economia del Cantone, ha discusso il tema a Losanna il 25 agosto 2026 con rappresentanti dell’economia cantonale. Nell’occasione, ha dato il suo sostegno alle iniziative a livello federale che chiedono di rivedere la nuova prassi dell’IPI e dunque l’estensione dell’impiego della croce svizzera.

D’altra parte, il confronto è ormai federale, ed è stata una sequenza si da primavera. A maggio la Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio degli Stati (cioè il parlamento dei cantoni) ha ascoltato l’IPI e deciso di approfondire il dossier.

A giugno la consigliera nazionale Daniela Schneeberger, PLR di Basilea Campagna, e il consigliere agli Stati Fabio Regazzi, del Centro, rappresentante del Ticino e presidente dell’USAM (le PMI), hanno presentato atti parlamentari contrari alla nuova prassi, chiamando il Consiglio federale, cioè il governo della Confederazione, a pronunciarsi.

L’accelerazione di agosto 2026

Poi ad agosto, c’è stata una accelerazione. Il 17 agosto la commissione competente del Consiglio degli Stati (il parlamento dei cantoni) ha ascoltato imprese, associazioni di categoria ed esperti di marchi, con un dibattito che coinvolge quindi anche rappresentanti della Svizzera tedesca, del Ticino e della Svizzera romanda.

Due giorni dopo la presa di posizione, del Vaud, il 27 agosto, e dopo averlo annunciato già l’11 agosto, l’Unione svizzera delle arti e mestieri, USAM, ha lanciato una petizione nazionale per chiedere al Consiglio federale di far revocare la nota dell’IPI.

Fabio Regazzi, consigliere agli Stati e presidente dell’USAM (c) USAM

L’organizzazione, presieduta dal 2020 da Fabio Regazzi, rappresenta circa 230 associazioni e più di 600mila piccole e medie imprese. Sostiene che la croce svizzera debba restare riservata ai prodotti fabbricati nel Paese e teme che la nuova prassi indebolisca lo “Swiss made”, penalizzi la produzione nazionale e favorisca trasferimenti all’estero.

Va detto che il mondo economico esprime posizioni diverse. Economiesuisse, principale organizzazione mantello delle imprese svizzere (equivalente a Confindustria in Italia e al MEDEF in Francia) era d’accordo con la nuova interpretazione dell’IPI. Ci sarebbe maggiore flessibilità per le aziende senza cancellare i requisiti dello “Swiss made”.

Le diverse posizioni delle organizzazioni delle imprese lasciano intravvedere quindi una diversità di letture anche politiche, tra grandi imprese e piccole e medie, ma anche tra cantoni e specializzazioni produttive. La controversia tocca inoltre temi sensibili : tutela della produzione nazionale, valore economico dello “Swiss made” e protezione della croce svizzera come simbolo identitario.

Il caso Kybun

Tra gli esempi citati dai critici (tra cui l’Usam, associazione delle PMI svizzere), c’è Kybun, produttore di calzature, anche ortopediche e per la salute, con stabilimento a Sennwald, nel Canton San Gallo. L’azienda aveva previsto di ampliare la produzione nella stessa zona del Rheintal, e ha deciso di creare in Italia, Montebelluna, vicino a Venezia, parte dei posti di lavoro, che sono peraltro una quarantina, sui 200 impieghi totali.

Tuttavia anche il co-direttore Claudio Minder è su posizioni critiche rispetto alla nota dell’IPI e alla cosiddetta Lex On. Chi produce in Svizzera sostiene costi maggiori ma rischia di perdere parte del vantaggio legato alla Swissness (al Made in Switzerland) se concorrenti che fabbricano all’estero possono valorizzare comunque ricerca o ingegnerizzazione svizzere.

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Direttore di Nos Alpes, giornalista. Ha collaborato in tempi diversi con varie riviste e giornali, da Il Mulino a Limes, da Formiche a Start Magazine.

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