A Palazzo Madama, nel cuore di Torino, viene dedicata per la prima volta un’intera mostra alle lettere scritte da Primo Levi, con riferimento alla Germania e alla sua comprensione nel dopoguerra, dal titolo “Giro di posta

Fino al 5 maggio sarà possibile addentrarsi negli scambi epistolari intrattenuti dallo scrittore torinese negli anni che seguono la sua esperienza di deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz.

La scrittura interiore di Primo Levi

Primo Levi, scrittore ma anche chimico torinese, non è nuovo a un tipo di scrittura intima e privata, celebre soprattutto in quanto testimone diretto della vita, e della morte, nei campi di concentramento durante il periodo fascista.

Nella mostra, ideata e promossa dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino nell’ambito del progetto ERC Starting Grant LeviNeT di Martina Mengoni e curata da Domenico Scarpa, si presenta nella veste inedita, e ancora più personale, di scrittore di lettere.

Si tratta di missive scritte nell’arco di una ventina d’anni e indirizzate non solo a lettori e lettrici del suo Se questo è un uomo, ad amici e intellettuali, ma anche a uomini che, ad Auschwitz, erano “nemici”. Il libro è tradotto in almeno 41 lingue,

La Germania e l’Europa, divise in due e spezzate internamente dagli orrori con cui avevano dovuto convivere negli anni precedenti, sono al centro delle lettere che percorrono e raccontano la storia e i pensieri degli “anni successivi”, spesso dimenticati ma che risultano ugualmente complessi e intrisi di sofferenza. Si tende a scordare che una guerra non termina con le firme sul trattato di pace, gli strascichi di quello che è stato e le difficoltà che ne conseguono perdurano per anni.

Nelle lettere di Primo Levi vi è una realtà aspra focalizzata sulla riflessione attorno al concetto di memoria, allo stato delle cose in questi anni difficili e a una ricerca di comprensione.

Primo Levi e i tedeschi

La mostra GIRO DI POSTA. Primo Levi, le Germanie, l’Europa raccoglie una ricca rete di carteggi scritti nelle quattro lingue padroneggiate da Primo Levi, ossia italiano, francese, inglese e tedesco, a cui sono accostate immagini inedite, mappe, disegni e molto altro.

È particolarmente interessante sottolineare la relazione intrattenuta da Primo Levi con interlocutori tedeschi, nello specifico, nelle sezioni due e tre della mostra, rispettivamente intitolate Hermann Langbein. Un uomo formidabile e Heinz Riedt. Un tedesco anomalo.

Martina Mengoni ha approfondito, anche grazie allo studio degli scambi epistolari dello scrittore, il suo rapporto con i tedeschi. Infatti, dopo la pubblicazione di Se questo è un uomo nella Germania ovest nel 1961, Levi cominciò a scambiare lettere con corrispondenti tedeschi, in particolare col traduttore Heinz Riedt, a cui è dedicata la sezione 3 della mostra. Mengoni evidenzia quanto da queste missive traspaia non solo il tentativo di Levi di “capire i tedeschi”, ma anche quanto esse portino a un caso di studio impiantato nella storia europea che mette in scena un dialogo tra un ex deportato e persone che, a modo e titolo differenti, facevano parte dei persecutori.

Da queste lettere emerge la forte personalità dello scrittore che non si arresta su sentimenti generalizzati di rabbia e odio, ma anzi che esprime una voglia di comprendere e andare oltre, sempre tramite la scrittura.

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Dopo un percorso di studi nell'ambito delle lingue e delle letterature straniere, concretizzatosi con una laurea triennale in giapponese, una magistrale con lode in francese e un master in inglese, sono diventata professoressa nella scuola secondaria. Sono appassionata di letteratura, di arte a di tutto ciò che riguarda la cultura di Francia e Giappone. Dedico il mio tempo libero ai viaggi, alla lettura e ora anche alla scrittura.

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