Terza e ultima parte del racconto di Jacques Martinet su Innocenzo Manzetti, da titolo “Perché non parli”. Domani pubblicheremo un inquadramento storica della vicenda.
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Aosta 1865 casa Manzetti,
Manzetti racconta con grande entusiasmo l’esperimento fatto con il fratello e le altre innumerevoli volte che utilizzavano la comunicazione a distanza per impaurire gli altri ragazzi. I due misteriosi visitatori pendono dalle sue labbra, ogni aneddoto, ogni singola parola viene esaminata e indagata attraverso domande specifiche e spesso molto tecniche.
- È da quell’esperimento con mio fratello che ho avuto la certezza che la parola si può trasmettere, anche a grandi distanze. E finalmente quest’anno ci sono riuscito. Perché ci ho messo tanto? Ci sono due cose che non possiamo fermare signori, il tempo e le idee. Io di idee ne ho di continuo e il tempo è quel che è. Adesso sto lavorando al motore per una carrozza. Una carrozza che, vi assicuro, un giorno andrà in giro per le strade senza essere trainata da nessun animale. E poi finalmente mi dedicherò a ultimare il mio automa.
Il più giovane, mentre Manzetti e il padre conversano, si guarda intorno andando in giro per il grande soggiorno, più ordinato e accogliente della stanza sottostante ma anch’esso colmo di strani oggetti. Dopo aver esaminato alcune carte e preso in mano una clessidra di strana forma, si ferma a osservare l’automa.
- Anche voi siete nel settore scientifico, non è vero? – Chiede Manzetti al padre.
- Sì anche se sono professore di dizione, mi occupo di fonetica acustica da sempre. Ho creato un macchinario, il Visibile Speech, forse ne avrete sentito parlare, aiuta i sordi a migliorare il loro linguaggio. Mia moglie è sorda…- L’uomo lo dice con un tono più basso, cercando il figlio con gli occhi che però sembra giocare con i cavi dell’automa. – Alexander, non toccare! – S’interrompe il padre.
Il giovane si allontana dal robot e continua a vagare per la stanza, come in cerca di qualcosa.
- Non si arrabbi, lo lasci curiosare, è bene che questi giovani siano curiosi. Il futuro è nelle loro mani, che dubitino di esso.
- E questo apparecchio, cos’è? – Chiede il figlio indicando due cornette posate su un tavolino e collegate tra loro da lunghi fili.
- Ne hanno parlato tutti i giornali, persino in America, pensate. Quello è il risultato, non ancora del tutto soddisfacente a mio avviso, dell’esperimento fatto con mio fratello. Il telefono, volete provarlo?
Anche il padre si alza in piedi e si avvicina al marchingegno. Il figlio ha in mano una delle due cornette, la guarda stupefatto.
- Telefono… – Dice guardando l’attrezzo tra le sue mani.
- Guardate signori, datemi l’altra cornetta.
Manzetti distende i fili allontanandosi il più possibile dalla postazione dei due visitatori
- Le onde emesse dalla voce fanno vibrare la lamina posta nella cornetta, vibrando la lamina crea un impulso elettrico che si propaga lungo il filo…
L’inventore è in fondo al grande soggiorno con la cornetta in mano e i cavi tesi, si accovaccia e bisbiglia all’interno della cornetta. I suoi ospiti avrebbero potuto udirlo solo attraverso il suo apparecchio.
- L’impulso viene raccolto dall’altra lamina posta nella cornea ricevente che ritrasforma le onde sonore in parola, ed ecco, che voi potete sentire la mia voce. – Così bisbiglia Manzetti nella cornetta.
Lo stupore dei visitatori è immenso, hanno potuto udire con chiarezza ogni singola parola attraverso l’altro capo.
- Ora ditemi cari ospiti, come vi chiamate?
Il giovane con la cornetta in mano guarda il padre, nessuno dei due ha le parole per rispondere. Il figlio abbassa la testa verso la cornetta, con un filo di voce sussurra.
- Alexander Graham Bell.
Manzetti offre una tazza di tè caldo ai suoi ospiti, ancora increduli da ciò che hanno appena visto e sentito.
- È un peccato che mia moglie stia poco bene, è già a letto ma mi sarebbe piaciuto presentarvela, anzi magari le porterò anche a lei una tazza…
- Lo avete già presentato al pubblico? – Chiede Alexander Graham Bell.
- Cosa? Il mio automa?
- No, il telefono.
- Alexander! Ora andiamo. Grazie per la tazza di tè signore, siete stato molto ospitale. – Il padre parla con voce gentile ma è desideroso di andarsene.
- Ma figuratevi, vostro figlio è una bella mente signore e no… l’ho presentato solo ad amici e giornalisti. Mi hanno proposto di andare nelle università, negli ambienti accademici, ma ci tengo a perfezionarlo. D’altronde, questo telefono mi serve solo per dare voce al mio “amico”. Siamo invecchiati assieme, forse ho paura a terminarlo. D’altronde un essere umano non può mai dirsi completo. – Manzetti guarda il suo “amico” automa seduto sulla sua sedia, con ancora il flauto tra le mani.
- Avete celato con grande astuzia i fili conduttori della corrente elettromagnetica del vostro automa. È così che sperate di infondere in lui la parola, quindi. L’elettricità, come nel vostro telefono. – Dice Bell figlio.
Manzetti si gira verso il padre che è visibilmente in imbarazzo.
– Dovreste essere fiero di vostro figlio.
- Si concentri sul suo automa signore, un giorno parlerà ne sono certo, è una creatura meravigliosa. – Dice il padre provando a sciogliere l’imbarazzo, e prima di congedarsi dalla sua tasca estrae un biglietto da visita che porge all’inventore.
- Alexander Melvin Bell, spero di averlo pronunciato bene. Vi auguro che il vostro viaggio porti a qualcosa, io non ho mai viaggiato molto. Forse i viaggi portano sempre a qualcosa, signori.
Manzetti osserva dalla finestra i due stranieri che lasciano via San Giocondo, stretti uno nell’altro, con le teste basse per ripararsi dal vento.
La visita l’ha stancato. Quell’incontro gli ha lasciato una sensazione che non sa spiegarsi, un dubbio, come se non tutto o troppo fosse stato detto.
Il tempo. Questa è l’unica certezza, conclude tra sé Manzetti guardando l’ora ormai tarda.
A fatica chiude la tenda della cabina di regia, riordina a modo suo alcune carte sopra l’harmonium e si dirige verso il suo automa. Gli sfila con delicatezza il flauto e con un panno lo lucida a dovere. I due si osservano, l’uomo gli accarezza le lunghe dita, con l’aria che ha un padre nei confronti di un figlio che lo ha deluso, ma con il quale non riesce ad avercela fino in fondo, perché lo ama, perché in fondo è una sua creatura.
- Perché non parli? … perché non parli… Se non con altri, ti prego, parla con me.
TUTTO IL RACCONTO SU INNOCENZO MANZETTI, di Jacques Martinet
