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    Home » Articoli » Dove si trova la Caverna delle Arene Candide?
    Nos Alpes alla scoperta…

    Dove si trova la Caverna delle Arene Candide?

    Enrico MartialEnrico Martial14 Febbraio 2026
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    Caverna delle Arene Candide (c) CC BY SA 4_0 Capricornis crispus Wikimedia Commons
    Caverna delle Arene Candide (c) CC BY SA 4_0 Capricornis crispus Wikimedia Commons

    La Caverna delle Arene Candide, a Finale Ligure nelle Alpi liguri, è uno dei principali siti archeologici del Paleolitico europeo e conserva uno dei complessi funerari meglio documentati del Mediterraneo occidentale.

    Situata sul promontorio della Caprazoppa, a circa novanta metri sul livello del mare, la grotta restituisce una sequenza stratigrafica che va dal Paleolitico superiore all’epoca bizantina, offrendo una lettura continua di oltre venticinquemila anni di frequentazione umana.

    Tutto l’arco del Ponente ligure e della Costa azzurra è ricco di siti archeologici, con una profondità storica antichissima. Tra questi bisogna ricordare quello di Balzi rossi, tra Ventimiglia e Mentone.

    Tuttavia, alla Caverna delle Arene Candide, le ricerche hanno restituito migliaia di reperti e, soprattutto, un patrimonio di dati essenziali per ricostruire l’ambiente antico. Sono emerse le condizioni di salute e di vita delle comunità, il loro sviluppo economico, di quali risorse disponevano e come le utilizzavano, da quelle alimentari agli strumenti utilizzati.

    Dal nome ottocentesco agli scavi del Novecento

    Il toponimo deriva da una duna di sabbia bianca – l’“arena candida” – che fino ai primi anni Venti del Novecento si estendeva ai piedi delle falesie. La cavità, conosciuta localmente anche come Grotta dei Frati o “Armassa”, assunse il nome attuale dopo la visita del geologo Arturo Issel nel giugno 1864, episodio che segna l’avvio di una stagione di studi sistematici.

    La svolta arrivò tra il 1940 e il 1942 e poi tra il 1948 e il 1950, quando Luigi Bernabò Brea, primo soprintendente alle antichità della Liguria, e Luigi Cardini dell’Istituto italiano di paleontologia umana condussero campagne di scavo nella porzione sud-orientale della grotta.

    In anni segnati dalla guerra, le ricerche portarono alla luce una stratigrafia articolata e ben conservata, favorita da condizioni ambientali asciutte e luminose, grazie alle tre ampie aperture rivolte verso il mare.

    Diciannove sepolture e il “Principe”

    Image
    I resti del “Principe”, un ragazzo di circa quindici anni di 25 mila anni fa, ora nel Museo di Pegli (c) CC BY SA 4_0 Lorenzo Donzelli Wikimedia Commons

    Il dato più rilevante è il rinvenimento di diciannove sepolture paleolitiche, un complesso tra i più consistenti e meglio conservati al mondo. La più celebre è quella del cosiddetto “Principe” di Arene Candide, un adolescente di circa quindici anni vissuto nel Gravettiano, circa 26mila anni fa.

    Il corpo fu deposto a sette metri di profondità su uno strato di ocra rossa, orientato verso sud. Indossava un copricapo ornato di conchiglie, monili in ossa e denti, elementi in corno di cervo lavorato; nella mano stringeva una lunga lama di selce. La ferita al mento, probabilmente letale, risultava trattata con ocra gialla prima della sepoltura. Le analisi antropologiche indicano un giovane robusto, con un’alimentazione che comprendeva carne, pesce e molluschi.

    Il nome “Principe” nacque in ambito giornalistico, per sottolineare la ricchezza del corredo. La comunità scientifica ha discusso a lungo il significato di questa abbondanza: più che indicare una gerarchia definita, potrebbe riflettere un ruolo simbolico o rituale all’interno del gruppo. Analoghe cuffie decorate sono state rinvenute in altri contesti del Paleolitico superiore italiano ed europeo, suggerendo una circolazione di modelli culturali lungo l’arco alpino e in Europa.

    L’ipotesi dell’attacco di un orso

    Uno studio pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences ha riaperto la discussione sulle cause della morte del ragazzo, proponendo che sia stato vittima di un attacco da parte di un grande carnivoro, faorse un orso bruno o un orso delle caverne.

    Le ricerche hanno riesaminato le lesioni già note fin dalla scoperta del 1942: danni al cranio e al volto, perdita della metà sinistra della mandibola e di parte della clavicola, traumi alla spalla. A questi si aggiungono fratture da schiacciamento alle vertebre cervicali, compatibili con una compressione violenta del collo, un possibile morso sulla fibula destra e un’incisione lineare sul parietale sinistro, interpretabile come segno di artiglio.

    Tracce di iniziale risposta infiammatoria nelle ossa indicano che l’adolescente potrebbe essere sopravvissuto tra le 48 e le 72 ore dopo l’aggressione. Il Principe presentava anche una frattura al mignolo del piede e una lesione cartilaginea alla caviglia, elementi che avrebbero ridotto la mobilità e aumentato la vulnerabilità in un contesto di vita nomade.

    La ricchezza della deposizione funeraria potrebbe riflettere la necessità di ritualizzare un evento traumatico percepito come eccezionale, più che l’appartenenza a un’élite.

    La morte violenta e la sopravvivenza per alcuni giorni avrebbero avuto un forte impatto sulla comunità di cui era parte, contribuendo alla costruzione di un rito complesso.

    Tra ricerca, tutela e accessibilità

    La grotta si trova sul margine superiore dell’ex cava Ghigliazza e si raggiunge oggi dall’alto con un percorso a piedi di circa trenta minuti lungo via Borgio. Il sito è di proprietà del Ministero della Cultura ed è stato affidato nel 2018 al Comune di Finale Ligure e al Museo archeologico del Finale, che dal luglio 2019 ne promuovono l’apertura regolamentata al pubblico dopo interventi di messa in sicurezza.

    I reperti provenienti dagli scavi sono conservati in diverse istituzioni, tra cui il Museo di archeologia ligure di Genova, il Museo archeologico del Finale a Finalborgo e il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma.

    La scelta di limitare gli accessi risponde alla necessità di preservare una stratigrafia delicata, ancora oggetto di studio.

    LEGGI ANCHE: Cooperazione transfrontaliera per i Balzi Rossi, tra Ventimiglia e Mentone

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    Direttore di Nos Alpes, giornalista. Ha collaborato in tempi diversi con varie riviste e giornali, da Il Mulino a Limes, da Formiche a Start Magazine.

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