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    Home » Articoli » Acqua tra Svizzera e Italia: chi decide quando arriva la siccità?
    Ambiente e territorio

    Acqua tra Svizzera e Italia: chi decide quando arriva la siccità?

    Giorgia GambinoGiorgia Gambino17 Agosto 2026
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    Il Lago Maggiore, il bacino di acqua tra Italia e Svizzera; Le Lac Majeur, le bassin d’eau entre l’Italie et la Suisse (c) CC BY-SA 3.0, Ozonski, Wikimedia Commons
    Il Lago Maggiore, il bacino di acqua tra Italia e Svizzera; Le Lac Majeur, le bassin d’eau entre l’Italie et la Suisse (c) CC BY-SA 3.0, Ozonski, Wikimedia Commons

    Il Lago Maggiore svolge un ruolo importante nelle relazioni tra Svizzera e Italia in particolare in questa estate di scarsità, di siccità, con livelli dei bacini inferiori alla media e con una crescente pressione sull’acqua per l’agricoltura e la produzione energetica. Nel luglio scorso la Regione Piemonte aveva rivolto una richiesta al Canton Ticino, di aumentare i rilasci verso il Verbano e sostenere anche la portata del Po.

    Per il bacino transfrontaliero, che si trova ad affrontare condizioni diffiili di approvvigionamento e biodiversità, manca ancora una intesa italo-svizzera che disciplini in modo condiviso la regolazione quantitativa. Diverso il discorso tra Francia e Svizzera, tra le quali, lo scorso 4 settembre 2025 dopo anni di negoziati, sono stati conclusi nuovi accordi riguardanti, in caso di crisi, un coordinamento di gestione del lago Lemano e del Rodano.

    La siccità mette alla prova le regole

    La problematica della gestione transfrontaliera dell’acqua tra Italia e Svizzera non concerne soltanto la quantità complessiva di risorsa disponibile bensì soprattutto la sua distribuzione.

    La Confederazione è spesse volte descritta come il “castello di acqua d’Europa”, dove una parte importante delle risorse idriche del continente è concentrata tra ghiacciai, laghi e corsi di acqua alpini. Eppure, molte di queste acque proseguono poi verso altri Paesi, per esempio l’Italia nel caso del Lago Maggiore in Ticino, la Francia nel caso del Rodano, la Germania e i Paesi Bassi nel caso del Reno.

    In condizioni normali tale interdipendenza, che implica che decisione presa sul territorio elvetico possa avere conseguenze anche oltre il suo stesso territorio, può essere gestita attraverso accordi, commissioni e procedure condivise. Durante una emergenza siccità, invece, la questione diviene più delicata poiché si rende necessario stabilire quali utilizzi abbiano la precedenza e quanto ciascun territorio possa effettivamente disporre della risorsa.

    Chi ha la priorità quando l’acqua diminuisce?

    È dunque dinnanzi all’urgenza dettata dalla siccità che sorge un dilemma: acqua potabile, agricoltura, energia, industria e tutela degli ecosistemi possono trovarsi a competere per la medesima risorsa.

    Christian Bréthaut, esperto di governance idrica dell’Università di Ginevra e co-direttore della Cattedra UNESCO di Idropolitica, individua nella sicurezza il criterio principale per stabilire le priorità. L’approvvigionamento di acqua potabile viene prima di tutto, seguito dalle esigenze legate alla sicurezza alimentare ed energetica, senza dimenticare di vagliare informazioni precise sui consumi reali dei diversi settori.

    Inoltre, la gestione idrica in Svizzera deve inoltre fare i conti con la propria organizzazione federale, in cui i Cantoni hanno un ruolo significativo nell’affrontare le crisi e sono spesse volte i primi interlocutori dei territori confinanti. Quando però una questione locale assume una dimensione internazionale, la Confederazione è chiamata a intervenire poiché una decisione presa a livello cantonale può trasformarsi in un dossier tra due Paesi.

    La richiesta del Piemonte al Ticino

    La situazione vissuta nel luglio scorso ha reso concrete proprio tali dinamiche: il Piemonte, alle prese con le conseguenze della siccità sull’agricoltura, ha chiesto al Ticino di aumentare il rilascio dai bacini della parte settentrionale del territorio. 

    Il margine di intervento, però, era limitato dato che il Lago Maggiore si trovava circa un metro al di sotto della media stagionale e vicino ai valori minimi storici, soglia che ha toccato poi nel mese di agosto. A ciò si somma il fatto che i bacini alpini ticinesi destinati alla produzione idroelettrica risultavano riempiti per circa il 40%, un dato particolarmente basso se confrontato con l’88% registrato nel 2024 e con valori compresi tra il 55% e il 66% degli anni 2023 e 2025.

    Il Consiglio di Stato ticinese ha quindi espresso un accordo di principio sulla necessità di collaborare con la Regione Piemonte, ma ha chiarito che le condizioni idriche cantonali non consentivano di garantire rilasci significativi. Una disponibilità piena è stata invece assicurata nel caso di una emergenza relativa all’acqua potabile, anche attraverso l’impiego di una unità mobile per il trattamento della risorsa.

    Il nodo del lago Maggiore

    Il nodo principale della gestione transfrontaliera dell’acqua tra Italia e Svizzera in generale nonché tra Piemonte e Ticino in particolare risiede proprio nel Lago Maggiore.

    Tra i due Paesi esistono difatti strumenti di cooperazione sulle acque, compresa la Convenzione del 1972 contro l’inquinamento delle acque comuni e la Commissione internazionale per la protezione delle acque italo-svizzere (CIPAIS). Differente è però la tematica della regolazione quantitativa del livello del lago, non dispone di una convenzione bilaterale analoga a quella che dal 1955 disciplina la regolazione del Lago di Lugano.

    La questione è divenuta ancora più sensibile dopo le sperimentazioni avviate negli ultimi anni per aumentare il livello massimo del Verbano, che permetterebbero di accumulare tra i 20 e i 30 milioni di metri cubi di acqua in più nei periodi favorevoli. Se per l’Italia, una maggiore riserva potrebbe rappresentare un vantaggio soprattutto per l’agricoltura della Pianura Padana, per il Ticino l’innalzamento comporterebbe interrogativi sul rischio di esondazioni nel Locarnese.

    La richiesta di una nuova convenzione

    È in tale contesto che si inserisce la mozione, presentata dal consigliere nazionale ticinese Bruno Storni e sostenuta da 28 cofirmatari, che chiede al Consiglio federale di avviare negoziati per una convenzione sulla gestione del Lago Maggiore. L’obiettivo sarebbe di creare un quadro condiviso nel quale stabilire criteri e limitazioni per la regolazione del bacino, tenendo conto di sicurezza, disponibilità per l’agricoltura, navigazione, tutela delle aree naturali e gestione delle riserve.

    La posizione di Berna resta però prudente. Albert Rösti, consigliere federale (cioè ministro) a capo del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni, ha ribadito che una regolamentazione definitiva richiederebbe un accordo tra i due Paesi ma anche che il Consiglio federale non sottoscriverebbe nulla contro la volontà del Canton Ticino.

    Nel frattempo l’Ufficio federale dell’ambiente segue la fase sperimentale di quest’anno, verificando che l’aumento del livello previsto non superi i livelli considerati sicuri per il territorio svizzero.

    LEGGI ANCHE: La crisi climatica può aumentare i prezzi dei beni di uso quotidiano

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    Giorgia gambino
    Giorgia Gambino
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    Classe 1997, ho due lauree in lingue e letterature moderne, un master di primo livello in giornalismo 3.0 e una incrollabile testardaggine, tutti quanti ottenuti con il massimo dei voti. Appassionata di scrittura dall’età di 7 anni e giornalista pubblicista dal 2021, ho contribuito a costruire “Nos Alpes” dalle basi, crescendo giorno dopo giorno e imparando a essere migliore assieme a lui. Nel tempo libero che mi sforzo di ritagliare coltivo alcune delle mie frivole passioni, tra cui il rosa e i dolci, lo shopping e il make up, ma soprattutto i miei racconti.

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