Viù, nelle Valli di Lanzo, custodisce e fa vivere la Viuleta, il canto spontaneo e di tradizione orale che si associa alla musica strumentale popolare, radicata nelle Alpi. È un momento e un luogo da scoprire, poco conosciuto, vissuto dagli abitanti delle vallate alpine, e con grande partecipazione.

Il calendario della Viuleta va da agosto a dicembre, ma un evento importante si è tenuto a settembre, incentrato sul canto e un altro l’8 e il 9 novembre, sulla musica di tradizione orale. La scena è passata alla musica strumentale con Viuleta-Soun: un’occasione per incontrare pratiche musicali vive e radicate nei territori alpini.

Viuleta Soun è un concerto diffuso per le vie del paese, in cui, formazioni musicali non strutturate, accompagnano le danze popolari. La manifestazione si svolge in concomitanza con la festa patronale di San Martino, una delle date più significative del calendario agricolo alpino.

Flavio Giacchero, ideatore della rassegna, ha spiegato, con l’occasione che “si crea un paesaggio sonoro vivo e partecipato, dove la musica attraversa le strade, i corpi e la memoria collettiva”. Una modalità raccontata anche nel documentario Lou soun amis – Il suono amico. Il termine soun, che richiama per assonanza i corrispettivi francese e inglese, nella parlata francoprovenzale locale significa appunto “suono”.

I gruppi spontanei di musica strumentale

Diamo spazio ai gruppi spontanei, tradizionalmente polifonici e strumentali», aggiunge Giacchero. Talvolta chiamati fanfare, a volte confusi con le bande, si tratta in realtà di tradizioni differenti: i primi appartengono al mondo civico e al ballo; le bande, invece, derivano da contesti militari, con marce e uniformi.

Queste formazioni sono state studiate da Amerigo Vigliermo, fondatore del Coro Bajolese e del Centro Etnologico Canavesano, e dallo stesso Giacchero. Alcuni risultati sono stati raccolti nel 2015 nel saggio La tradizione musicale nelle Valli di Lanzo: il suono amico, pubblicato dalla Società Storica delle Valli di Lanzo.

Si tratta di gruppi composti da ottoni, clarinetti, fisarmoniche, che eseguono musiche da ballo: una tradizione presente, con varianti locali, in diverse valli alpine.

Viù trasformata nella via dei canti e dei musicisti

Durante la rassegna Viù si trasforma in un “villaggio sonoro” con un palcoscenico diffuso. I gruppi provenienti da varie regioni italiane, e talvolta dall’estero, si distribuiscono nelle osterie del borgo durante la rassegna canora di settembre e nelle strade del paese durante la Viuleta Soun. Il pubblico, munito di una mappa con le diverse postazioni, si muove liberamente da un locale all’altro o da un punto all’altro, ascoltando repertori differenti e incontrando tradizioni varie, in un’esperienza di ascolto immersivo e partecipato.

Il repertorio della Viuleta Soun, incentrato sulle musiche da ballo, cambia per ogni formazione. Fra questi stili figurano le “courente”, balli tradizionali della cultura francoprovenzale, eseguiti in coppia o in gruppo, e il “bal musette”. Quest’ultimo è un genere che raccoglie diversi balli, all’origine del ballo liscio, caratterizzato da tempi più lenti e dalla tipica polifonia alpina.

La Viuleta

La Viuleta è nata nel 2019 da un’idea dell’attuale direttore artistico, l’etnomusicologo Flavio Giacchero, su iniziativa del Comune e della Pro Loco di Viù. Si svolge con il patrocinio della Società Storica delle Valli di Lanzo, della Chambra d’Oc e del CREO, Centro Ricerca Etnomusica e Oralità, con il sostegno della Regione Piemonte.

“L’obiettivo è esplorare la relazione fra gesto musicale, territorio e comunità”. La musica è polifonica: un intreccio di voci e strumenti in cui ogni esecutore ha un ruolo preciso.
Il nome “La Viuleta” richiama un’antica ballata diffusa nell’arco alpino, “La Lionetta”, ma è anche un gioco di parole fra il nome del paese, Viù, e “laeta”, lieta in latino.

Un patrimonio culturale vivo

Il canto spontaneo di tradizione orale è una delle espressioni più antiche della cultura alpina, con radici che risalgono a epoche premedievali. Si è sviluppato come linguaggio comunitario, strumento di coesione e di elaborazione emotiva. “Non è un repertorio folkloristico nel senso superficiale del termine, ma una tradizione viva, in continua trasformazione, che veicola società, memoria storica e regole estetiche precise” spiega Giacchero “Cantare insieme è un’esperienza emotiva e persino terapeutica che richiede una vera presenza”.

Questo tipo di canto si differenzia sia dal canto d’osteria che dai cori alpini. Il primo è un genere relativamente recente, legato alla canzonetta e alla tradizione cantautorale. I cori alpini, invece, sono stati strutturati dopo la Seconda guerra mondiale in Trentino dalla SAT (Società Alpinisti Tridentini) come forma di rappresentazione del canto popolare.

Nel canto spontaneo si usa una voce profonda e viscerale, diversa dal parlato, dal canto corale e dal “bel canto” italiano. È una pratica polifonica e polivocale, guidata da due voci che si intrecciano, sostenute da un “bordone”, un suono continuo e grave che funge da base armonica.

Come suggerisce il nome, il canto spontaneo nasce in modo informale, nei bar, nelle stalle, nei locali e negli spazi pubblici. Anche per questo, in modo improprio, è stato associato al consumo di alcol.

In un’epoca in cui le occasioni di incontro si riducono, questa pratica rischiava di scomparire: la trasmissione intergenerazionale è oggi una sfida culturale.

Canti in molte lingue

Le melodie e le ballate raccontano storie, luoghi e dinamiche sociali delle comunità montane. Per secoli sono state eseguite nello spazio intimo dei villaggi o durante fiere e incontri pubblici. Poiché riunivano persone provenienti da territori diversi, spesso venivano cantate in una lingua mista, combinando idiomi minoritari, dialetti regionali e lingue nazionali. Molti brani sono stati spontaneamente tradotti in italiano quando, dopo la Prima guerra mondiale, la lingua iniziò a diffondersi.

Alla tradizione più antica si sono via via aggiunti canti più recenti. Un esempio emblematico è “Vola Colomba Bianca”, che dopo la vittoria al Festival di Sanremo negli anni ’50 venne reinterpretata dalle Mondine in forma polifonica.

L’esperienza è tanto musicale quanto sociale: il canto ha una funzione taumaturgica e apotropaica, nel suo mettere in risonanza corpo ed emozioni” spiega Giacchero. “Questa pratica fa bene all’anima. Il canto spontaneo nasce dal bisogno umano di stare insieme e di esprimersi, e conserva una forza arcaica che sorprende chi vi si avvicina per la prima volta. Come molte modalità ancestrali, permette la costruzione di comunità, l’elaborazione emozionale, l’ascolto collettivo, la condivisione“.

Nell’arco alpino resistono alcune isole in cui la tradizione è ancora viva, come nelle Valli di Lanzo, in Val Varaita, in Val Vermenagna (aree di minoranza francoprovenzale e occitana), in alcune zone della Val di Susa, in Val di Cogne, a Ceriana nelle Alpi Marittime, in alcune regioni montane di Lombardia, Trentino e Friuli, in alcune aree appenniniche, come nel Piacentino.

La Viuleta laboratorio di musica orale alpina

La rassegna prosegue con un laboratorio dedicato al canto spontaneo di tradizione orale, condotto da Patrizia Rotonda, cantante, performer ed esperta di canto tradizionale e tecnica vocale.

La sua formazione nasce anche dalla collaborazione con Giovanna Marini, musicista, etnomusicologa e cantautrice romana, tra le prime in Italia a riconoscere l’unicità del canto popolare. Durante il laboratorio residenziale saranno analizzati e reinterpretati diversi repertori. L’obiettivo, nei prossimi tre anni, è, lavorando sul territorio, costruire uno spettacolo in cui la musica popolare si intrecci con altri linguaggi e generi.

Un progetto per le giovani generazioni, tra tradizione e innovazione

La cultura del canto tradizionale viene trasmessa anche ai più piccoli. Ne sarà testimonianza il concerto natalizio con i “Giovani Cantori Salesi”, provenienti dal Canavese, insieme al Gruppo Spontaneo dei Bambini di Viù. In occasione dell’accensione dell’albero nel centro del paese. Il 7 dicembre prossimo i bambini eseguiranno canti legati alla tradizione natalizia italiana, con particolare attenzione a quella piemontese.

Altre rassegne hanno preso ispirazione dalla formula del concerto diffuso, che restituisce al pubblico la possibilità di vivere la musica in un’esperienza collettiva autentica.
“Il canto e la musica strumentale, nella cultura alpina, rappresentano due forme dello stesso linguaggio, due espressioni che condividono estetica, etica, stili e socialità, sonorità che contribuiscono a mantenere le comunità. Sono etiche perché richiedono ascolto e rispetto reciproco: nessuno deve emergere sugli altri, conta l’insieme. Sono estetiche perché seguono regole precise, in cui la spontaneità non è sinonimo di impreparazione musicale, ma di conoscenza di un linguaggio peculiare” conclude Giacchero.

La Viuleta restituisce un paesaggio fatto di suoni: i paesi risuonano di voci tra le strade e i locali, come accadeva un tempo durante fiere e feste. Un’esperienza naturale e condivisa che, oltre la musica, unisce comunità e memoria.

La rassegna è nata per mantenere viva e  per rendere visibile una tradizione che rischia di scomparire. Dando dignità a canti e musiche spesso relegati a un ruolo marginale, permette agli abitanti di riconoscere quanto la propria cultura sia ancora vitale, ma anche quanto necessiti di tutela e riconoscimento per sopravvivere. È anche un invito alle amministrazioni e alle associazioni culturali e a tutti gli abitanti delle zone alpine a investire sui territori, coltivarne l’unicità e la specificità.

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