Nelle immediate vicinanze di Ginevra, Carouge sorprende per la sua morfologia urbana che rompe radicalmente con il tradizionale paesaggio del Lemano. Questa città non è stata il risultato di una crescita organica, ma di una fredda e ambiziosa volontà politica del Regno di Sardegna nel XVIII secolo.

Infatti, la Casa Savoia voleva costruire una roccaforte economica in grado di spezzare l’egemonia della Ginevra calvinista. In seguito al Trattato di Torino del 1754, che lasciava ai sardi un territorio paludoso, il re Vittorio Amedeo III progettò di costruire una moderna capitale provinciale per catturare i flussi commerciali europei.

Il genio di Filippo Nicolis di Robilant: la ragione tracciata con il filo a piombo

Se l’impulso fu reale, la realtà architettonica porta la firma dell’élite tecnica piemontese, in prima fila tra cui figura il conte Filippo Nicolis di Robilant. Chiamato negli anni Ottanta del Settecento, questo ingegnere militare e architetto di fama strutturò il piano definitivo della città secondo i rigorosi precetti dell’Illuminismo.

Egli impose una rete di strade ad angolo retto che si contrapponeva frontalmente al disordine medievale dei sobborghi ginevrini. Questo scacchiere non era solo estetico. Rappresentava un’affermazione della Ragione e consentiva una sorveglianza e una circolazione ottimali delle merci e delle truppe.

Carouge, piano urbano, 1760 e 1787, Christian Gottlieb Geissler (c) Bibliothèque de Genève

La coerenza del progetto di Robilant si basava anche su una rigorosa regolamentazione delle dimensioni. Al fine di garantire la massima esposizione al sole e l’armonia visiva, gli edifici furono limitati in altezza e dotati di una modanatura tipicamente torinese.

Inoltre, architetti come Giuseppe Battista Piacenza e Luigi Bagutti completarono quest’opera costruendo la chiesa di Santa Croce nel 1777. Questo dispiegamento di talenti sotto l’Ancien Régime conferì a Carouge una rara unità stilistica, dove le facciate dai colori caldi e le cornici in molassa testimoniano ancora oggi il savoir-faire transalpino.

La “Tolleranza Sarda” come motore di crescita

Marie de Carouge (c) CC BY SA 4_0 Alexey M. Wikimedia Commons

Oltre che per il suo rigore architettonico, Carouge si distinse per un pragmatismo sociale rivoluzionario per l’epoca. Al fine di popolare rapidamente questa “città nuova”, la monarchia sarda decretò misure di tolleranza religiosa del tutto inedite in un’Europa ancora frammentata.

A differenza di Ginevra, allora chiusa ai non protestanti, Carouge aprì le sue porte ai cattolici, ai massoni e, in modo ancora più spettacolare, alla comunità ebraica. L’Editto di Tolleranza del 1780 permise a queste popolazioni di praticare il loro culto e di possedere beni, trasformando la città in un crocevia cosmopolita di capitali e know-how.

L’isolato di Carouge: l’architettura della diversità artigianale

La principale innovazione dell’urbanistica di Carouge risiede nella concezione dei suoi isolati. Dietro la regolarità delle facciate neoclassiche che si affacciano sulla strada si nascondono ampi cortili interni che costituivano il polmone economico della città.

Questa organizzazione spaziale consentiva una mescolanza di funzioni unica: il commercio nelle facciate, l’artigianato nei laboratori dei cortili e l’autosufficienza grazie agli orti.

Ancora oggi, questa struttura preserva l’anima di Carouge, consentendo a mestieri artistici come i liutai o i ceramisti di prosperare in un ambiente protetto e urbano allo stesso tempo.

Carouge, la Place du Temple, del 1882 (c) CC BY SA 3_0 HJPD Wikimedia Commons

Dalla Savoia alla Svizzera: il cambiamento geopolitico del 1816

La storia di Carouge è intrinsecamente legata agli sconvolgimenti della storia europea. Dopo essere stata annessa alla Francia sotto Napoleone, la città conobbe il suo destino definitivo con il secondo Trattato di Torino nel 1816. La cessione di Carouge dal Regno di Sardegna al Cantone di Ginevra fu una decisione strategica fondamentale per la Confederazione Svizzera. Questo atto permise finalmente a Ginevra di possedere un territorio contiguo e di rompere il suo isolamento geografico. Tuttavia, questo annessione provocò un vero e proprio scontro di culture, costringendo l’incontro tra la Ginevra “protestante” e la Carouge “festosa” e cattolica, gettando così le basi dell’attuale pluralismo ginevrino.

Per gli storici, gli Archivi comunali di Carouge rimangono i custodi di un’eccezionale precisione amministrativa. Grazie al rigore dell’amministrazione sarda, documenti come il fondo sardo (1772-1792) o le mappe catastali originali consentono di ricostruire l’evoluzione di ogni appezzamento.

Queste risorse, situate in Place du Marché, non sono semplici depositi di carta, ma la prova tangibile di una pianificazione urbana di successo che continua a influenzare la vita dei cittadini attraverso pubblicazioni come i Dictionnaires carougeois.

La rue du Tir-au-Canon è la strada della società del Tir au Canon, fondata nel 1852, una delle più antiche società insieme a quella dei Carabiniers del 1829. Ogni anno, in occasione della Vogue de Carouge, si svolge una gara di tiro tradizionale.

Un’arte di vivere radicata nella storia

Oggi Carouge riesce a mantenere un delicato equilibrio tra patrimonio storico e dinamismo contemporaneo. Istituzioni come il Cinéma Bio o il Théâtre de Carouge animano un tessuto urbano in cui ogni strada racconta un’epopea transfrontaliera. Il mercato bisettimanale perpetua la funzione commerciale primaria voluta dai re sardi, mentre la gastronomia locale, sostenuta da locali come il Restaurant du Vieux Carouge o la Chocolaterie Philippe Pascoët, incarna quella “dolcezza sarda” così particolare dell’arco alpino.

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Nato a Roma e di nazionalità francese, è cresciuto all'interno di diverse culture, sviluppando nel contempo una passione per le Alpi. Appassionato di innovazione ed esperto in sviluppo territoriale e turistico, attualmente risiede nel Pays de Gex.

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