Marc Batard, noto alpinista originario della Nuova Aquitania ma trapiantato in Costa Azzurra, sta lavorando da anni a un progetto ambizioso sull’Everest, l’apertura di una nuova via alternativa alla cascata di ghiaccio del Khumbu. L’obiettivo dichiarato è di ridurre l’esposizione al rischio su uno dei tratti più pericolosi dell’intera normale alla vetta, dove colleghi e guide sherpa sono stati a più riprese colpite dagli incidenti in quota.

Le tragedie sul “tetto del mondo”

La spinta iniziale del progetto di Marc Batard di creare una nuova via sull’Everest affonda le radici in una delle pagine più drammatiche della storia recente dell’alpinismo himalayano. Il 18 aprile del 2014, una valanga si abbatté sulla seraccata del Khumbu, travolgendo un gruppo di sherpa impegnati nel trasporto di materiali verso il Campo I.

Con 16 uomini a perdere la vita, questo fu uno degli incidenti più gravi mai registrati sull’Everest, montagna che, dalla prima esplorazione del 1921, avrebbe causato la morte di oltre 300 alpinisti. Il tutto perché la famigerata cascata di ghiaccio, attraversata ogni stagione da centinaia di spedizioni, è caratterizzata da un continuo movimento dei seracchi, dei crepacci e delle scariche di ghiaccio, un fenomeno noto come “collo di bottiglia”.

Marc Batard (c) Marc Batard

Marc Batard e la nuova via sull’Everest

A guidare l’iniziativa è, come accennato, Marc Batard, noto alpinista di 74 anni conosciuto tra i suoi pari come “sprinter dell’Everest” dopo avere stabilito nel 1988 il record di salita più rapida alla vetta senza ossigeno supplementare (22 ore e 29 minuti). Da tempo lontano dalle competizioni estreme, egli ha deciso di mettere la propria esperienza al servizio di un progetto che definisce “umanitario e di sicurezza”, l’apertura della nuova via sull’Everest appunto.

Dopo aver escluso l’accesso dal versante tibetano, l’alpinista francese ha individuato, anche grazie a ricognizioni aeree, un possibile tracciato sui contrafforti rocciosi del Nuptse, sul lato nepalese della montagna. Concepita quale sorta di via ferrata di alta quota, esso si sviluppa tra il Campo base (5.364 metri) e il Campo I (circa 6.065 metri), superando un dislivello di circa 800 metri.

La spedizione

All’ultima fase del progetto partecipa una ventina di alpinisti e tecnici tra cui guide alpine, cordisti specializzati nell’allestimento di vie ferrate e soccorritori di montagna, con competenze maturate sia sulle Alpi sia in spedizioni extraeuropee. La loro missione prevede l’installazione di gradini metallici, cavi e corde fisse lungo tratti di roccia, neve e ghiaccio, con lo scolo di offrire una progressione più stabile e prevedibile rispetto all’icefall.

Secondo Batard, pur restando una ascensione impegnativa, l’itinerario ridurrebbe così sensibilmente l’esposizione ai pericoli oggettivi, soprattutto per gli sherpa incaricati del trasporto di carichi anche superiori ai 30 chili e costretti a numerosi passaggi in una delle zone più instabili del ghiacciaio. Battezzato “Sundare Sherpa – Marc Batard” o in alcune comunicazioni “Teamwork Marc Batard”, esso dovrebbe potere essere completato da una ultima spedizione prevista tra la fine del mese di marzo e la fine del mese di aprile prossimi.

Il percorso (c) Marc Batard

Il dibattito nella comunità alpinistica

L’idea di Marc Batard di dare vita a una nuova via sull’Everest ha ricevuto l’approvazione delle autorità nepalesi all’inizio del 2025 ma non è stato esente da critiche provenienti dal panorama alpinistico internazionale. Alcune guide e alcuni esperti hanno difatti sottolineato i potenziali rischi legati all’esposizione della via alle scariche di pietre e ghiaccio provenienti dalle pareti del Nuptse oltre ai costi elevati dell’intervento stimati in circa 400 mila dollari.

Altri osservatori hanno evidenziato come l’introduzione di tale itinerario potrebbe modificare equilibri consolidati, inclusa l’organizzazione del lavoro delle agenzie commerciali che operano sulla catena. Resta inoltre da verificare se la via verrà effettivamente adottata in modo stabile dalle spedizioni future e se non possa rappresentare un fattore catalizzatore per l’afflusso di principianti e aspiranti alla vetta.

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Classe 1997, ho due lauree in lingue e letterature moderne, un master di primo livello in giornalismo 3.0 e una incrollabile testardaggine, tutti quanti ottenuti con il massimo dei voti. Appassionata di scrittura dall’età di 7 anni e giornalista pubblicista dal 2021, ho contribuito a costruire “Nos Alpes” dalle basi, crescendo giorno dopo giorno e imparando a essere migliore assieme a lui. Nel tempo libero che mi sforzo di ritagliare coltivo alcune delle mie frivole passioni, tra cui il rosa e i dolci, lo shopping e il make up, ma soprattutto i miei racconti.

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