Tra libri di montagna che descrivono una conquista e altri che sviscerano un fallimento, “La montagna della mia paura” (in originale “The mountain of my fear”) di David Roberts descrive cosa accade quando l’avventura diviene imprevedibile. Esso ripercorre difatti la spedizione compiuta nel 1965 da quattro studenti dell’Università di Harvard verso la parete ovest del Monte Huntington, una delle montagne più ostiche e meno frequentate dell’Alaska.
L’obiettivo del gruppo di giovani è di aprire una nuova via su di una parete all’epoca considerata quasi proibitiva; l’impresa riesce pienamente ma il ritorno verso il campo base segna per sempre la vita dei protagonisti. Uno dei componenti della squadra, Don Jensen, perde la vita durante la discesa e, a decorrere da quel momento, il successo dell’ascensione passa inevitabilmente in secondo piano rispetto alle domande lasciate aperte dalla tragedia.
Il contesto della spedizione
Nel 1965, quando il gruppo di David Roberts sceglie di tentarvi una spedizione, il Monte Huntington è stato conquistato una sola volta da una spedizione francese guidata appena l’anno prima da Lionel Terray. Decisi a scegliere e aprire una via di accesso nuova e differente, però, lui e i suoi compagni scelgono di affrontare la parete ovest, molto più pericolosa in quanto ripida e soggetta a valanghe.
L’ascensione richiede loro oltre un mese tra avvicinamento, installazione dei campi e progressione sulla parete nonché diverse difficoltà tra lunghi tratti di ghiaccio verticale, maltempo e continue scariche di neve. Arrivati in vetta, difatti, essi sono troppo esausti per festeggiare e proprio tale stanchezza accumulata e radicata costa la vita a Don Jensen segnando per sempre i suoi compagni Matt Hale ed Ed Bernd.
Un racconto che evita gli eroi
A rendere ancora attuale il libro di David Roberts non è tanto il valore storico della salita quanto piuttosto il modo in cui essa è raccontata che, lungi dalla narrazione eroica dell’alpinismo, affronta dubbi, paure, senso di colpa e responsabilità. Il lettore segue così un viaggio che alterna la tensione della scalata alle riflessioni nate dopo l’incidente, trasformando il resoconto di una spedizione in una riflessione più ampia sul rischio, sull’amicizia e sul significato stesso della montagna.
È probabilmente tale approccio, più psicologico che celebrativo nonché più sincero che eroico, ad avere spinto la critica a considerare il volume quale uno dei testi più influenti della letteratura alpinistica. Non a caso, esso conserva la forza rara di pagine che invitano il lettore a riflettere sulle motivazioni che spingono alcune persone a cercare luoghi remoti e sfide estreme accettandone però le conseguenze.
Chi era David Roberts
Nato a Denver nel 1943 e scomparso nel 2021, David Roberts studia matematica ad Harvard prima di conseguire un dottorato in letteratura inglese all’Università di Denver. Lungo 13 stagioni egli esplora le montagne dell’Alaska, realizzando numerose prime ascensioni e contribuendo a fare conoscere massicci allora quasi inesplorati, come gli Arrigetch Peaks, le Revelation Mountains e la Ruth Gorge.
Accanto all’attività alpinistica egli sviluppa una prolifica carriera letteraria, pubblicando oltre 30 libri dedicati non soltanto alla montagna bensì anche alla storia e all’esplorazione del Sud-Ovest degli Stati Uniti. Egli ricopre inoltre il ruolo di collaboratore di alpinisti come Jon Krakauer, Conrad Anker, Ed Viesturs e Alex Honnold, rendendosi uno dei riferimenti della narrativa alpinistica americana.
Egli dà vita al suo “La montagna della mia paura” in soli nove giorni e a pochi mesi di distanza dal ritorno dalla spedizione sul Monte Huntington, quasi che per lui la scrittura coincidesse con una esigenza personale di elaborazione della tragedia. Esso è acquistabile sul sito delle Éditions Nevicata con prefazione di Jon Krakauer e traduzione in lingua francese di Eric Vola al prezzo di 19,00 euro per la versione cartacea e di 12,99 euro per la versione digitale.
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