LAB – La Carta del Parco del Queyras 2026-2041 definisce la strategia con cui questo territorio delle Alpi francesi intende affrontare il cambiamento climatico, governare il turismo e tutelare acqua, biodiversità e paesaggi. copre il periodo di 15 anni per cui è stato rinnovata la sua condizione di “parco regionale”, secondo una modalità di costruzione delle politiche partecipata in cui sono coinvolti, oltre a diversi soggetti sociali e alla popolazione, tutti i livelli di governo, dai comuni, al dipartimento, alla Regione allo Stato.

Approvato dal governo nazionale dopo un percorso avviato nel 2019, il documento riguarda dieci comuni delle Hautes-Alpes, quasi seimila abitanti e un’area di 618 chilometri quadrati estesa dalle alte valli del Guil fino alle rive della Durance.

È un documento di grande interesse, un buon argomento per i colloqui della Festa delle Alpi, dopo quella di Pontechianale del 25 e 26 luglio 2026. Affronta in dettaglio e dopo vari incontri e discussioni temi di cui si sente parlare spesso in modo generico, per esempio su spopolamento, pressione turistica, cambiamenti climatici, acqua. Tra l’altro, e per esempio, è un territorio che con 6 mila abitanti accoglie nel corso dell’anno 1,5 milioni di turisti.

Un contratto territoriale per i prossimi quindici anni

Un Parco naturale regionale francese non è una riserva integrale né un territorio sottoposto a un unico regime di divieti. È un’area abitata, lavorata e visitata, riconosciuta per la qualità e la fragilità dei suoi patrimoni naturali, culturali e paesaggistici.

Il suo principale strumento è la Charte, un progetto territoriale valido per quindici anni. Il testo impegna i Comuni, le strutture intercomunali come le unioni dei Comuni, il Dipartimento delle Hautes Alpes, la Région Sud e l’amministrazione centrale che lo hanno approvato. Non sostituisce i piani urbanistici, le normative ambientali o le competenze dei diversi enti, ma stabilisce gli obiettivi ai quali le politiche pubbliche e gli strumenti di pianificazione devono essere resi coerenti.

Per il Queyras si tratta del terzo rinnovo dalla classificazione del 1977, dopo quelli del 1997 e del 2009. Il decreto pubblicato sul Journal officiel il 21 aprile 2026 ha confermato il riconoscimento di Parco regionale fino al 2041. Il cinquantesimo anniversario del Parco cadrà nel 2027.

Un perimetro ridisegnato lungo il Guil

Il nuovo perimetro comprende Abriès-Ristolas, Aiguilles, Arvieux, Ceillac, Château-Ville-Vieille, Eygliers, Guillestre, Molines-en-Queyras, Mont-Dauphin e Saint-Véran. Eygliers e Guillestre entrano ora con l’intero territorio comunale, mentre Mont-Dauphin aderisce per la prima volta. Vars, il cui settore del Val d’Escreins apparteneva al precedente perimetro, ha scelto di uscire.

Il numero complessivo dei comuni resta quindi dieci, ma cambia la geografia del Parco. L’estensione verso Guillestre, Eygliers e Mont-Dauphin porta il perimetro fino alla Durance e rafforza la continuità territoriale del bacino del Guil. La Carta considera la valle non solo come un corridoio ecologico, ma come l’asse di un unico bacino di vita, collegato dalla strada dipartimentale e dalla stazione ferroviaria di Mont-Dauphin-Guillestre.

L’ingresso della piazzaforte di Mont-Dauphin, iscritta nel patrimonio mondiale dell’Unesco con le fortificazioni di Vauban, aggiunge inoltre un elemento culturale e paesaggistico al sistema territoriale del Queyras.

I numeri di un territorio piccolo e molto frequentato

Il Parco si estende per 618 chilometri quadrati, tra 870 e 3.385 metri di quota, e conta 5.966 abitanti secondo il dato Insee del 2016 utilizzato nel procedimento. Il confine con il Piemonte misura 53,45 chilometri.

Il 57,27 per cento della superficie ricade nella rete Natura 2000 e il 5,31 per cento è classificato come zona di protezione forte. Il territorio comprende ambienti mediterranei, boschi di larice, praterie da sfalcio, alpeggi, zone umide e habitat di alta quota con specie rare o endemiche.

A una popolazione residente limitata corrisponde un’elevata pressione stagionale: nel 2022 sono state registrate circa 1,5 milioni di presenze turistiche, il 45 per cento in inverno e il 55 per cento in estate. Sugli alpeggi salgono ogni anno circa quarantamila ovini. La Carta parte da questa sproporzione tra residenti, visitatori e usi dello spazio per impostare le politiche dei prossimi quindici anni.

Quattro obiettivi per collegare società ed ecosistemi

La versione approvata organizza il progetto intorno a quattro obiettivi generali, articolati in dieci orientamenti strategici e 31 misure operative. Il primo obiettivo è rispondere ai bisogni degli abitanti, rafforzando solidarietà, servizi, accessibilità e partecipazione. Il secondo riguarda un’economia vitale, ma compatibile con le risorse locali e con la capacità degli ecosistemi.

Il terzo obiettivo punta a controllare il consumo di spazio e le pressioni esercitate su paesaggi, acqua e ambienti naturali. Il quarto attribuisce alla collettività la responsabilità di conservare il patrimonio naturale, culturale e paesaggistico.

Il documento tecnico allegato, elaborato durante il procedimento con l’intestazione 2025-2040, presenta una struttura precedente basata su otto orientamenti e 25 misure. I contenuti sostanziali permettono tuttavia di ricostruire priorità, impegni degli enti e criteri di valutazione poi confluiti nel progetto definitivo 2026-2041.

Abitare nel Queyras, oltre la funzione turistica

La Carta considera la disponibilità di alloggi una condizione essenziale per mantenere in montagna residenti, famiglie, lavoratori e servizi. In un territorio turistico, la questione non riguarda soltanto la costruzione di nuove abitazioni, ma l’uso del patrimonio esistente, la riqualificazione dei centri, l’accessibilità economica e l’equilibrio tra residenze permanenti e ricettività.

A questo tema si collegano il mantenimento dei servizi pubblici e sanitari, l’offerta culturale, la mobilità quotidiana e l’accesso digitale. Guillestre ed Eygliers svolgono una funzione centrale per occupazione, commercio, istruzione e trasporti, mentre le zone in quota presentano maggiori problemi di distanza, stagionalità e continuità dei servizi.

Il Parco assume soprattutto un ruolo di coordinamento, assistenza tecnica e sperimentazione. L’obiettivo dichiarato non è trasformare ogni comune in un centro autosufficiente, ma organizzare una rete territoriale nella quale servizi e infrastrutture siano condivisi.

comunicazione della fase di consultazione.

Energia, mobilità e rifiuti come politiche di sobrietà

La strategia climatica combina riduzione delle emissioni e adattamento agli effetti già osservabili. La Carta indica come prospettiva l’autosufficienza energetica del territorio entro il 2050, da perseguire attraverso efficienza degli edifici, produzione rinnovabile compatibile con il paesaggio e diminuzione dei consumi.

Per gli impianti fotovoltaici e solari, il criterio prioritario è l’utilizzo degli edifici e delle superfici già trasformate. I progetti devono essere valutati anche rispetto a biodiversità, risorse, paesaggi e usi preesistenti, evitando che la transizione energetica produca nuovo consumo di suolo.

Mobilità collettiva, servizi condivisi e collegamenti con la stazione ferroviaria diventano strumenti per ridurre la dipendenza dall’automobile. Nel campo dei rifiuti, la priorità non è soltanto migliorare raccolta e trattamento, ma ridurre la produzione alla fonte, anche nelle attività turistiche e durante le stagioni di maggiore affluenza.

Agricoltura e alpeggi nella transizione climatica

L’agricoltura di montagna è considerata una funzione economica, ecologica e paesaggistica. Le praterie da sfalcio, i pascoli e i canali irrigui contribuiscono alla produzione alimentare, al mantenimento degli ambienti aperti, alla biodiversità e alla prevenzione dell’abbandono.

La Carta prevede la tutela dei terreni agricoli dall’urbanizzazione, soprattutto intorno ai villaggi e nelle superfici irrigate. Propone inoltre sperimentazioni su colture e varietà più resistenti alla siccità e ai nuovi rischi sanitari, un uso più efficiente dell’acqua e il sostegno alle filiere locali.

L’allevamento è trattato come una materia da governare collettivamente. La presenza di circa quarantamila ovini in alpeggio richiede accordi tra allevatori, comuni, gestori delle aree protette e operatori turistici. Occorre conciliare carichi di pascolo, qualità delle praterie, zone umide, grandi predatori, accesso dei visitatori e convivenza con i cani da guardiania.

Un turismo da gestire nello spazio e nelle stagioni

La Carta non propone di ridurre in modo generalizzato il turismo, principale settore economico locale, ma di orientarlo verso una “montagna viva tutto l’anno”. Questo significa diversificare le attività, sostenere le imprese nella transizione e valorizzare patrimoni naturali e culturali senza moltiplicare strutture e infrastrutture.

Il documento individua una crescita delle pratiche diffuse, come trail, mountain bike, scialpinismo e pernottamento in veicoli attrezzati. Diversamente dallo sci alpino, queste attività possono distribuire i frequentatori in ambienti più estesi e sensibili. Aumentano così il disturbo alla fauna, l’erosione, gli incendi, i conflitti con l’allevamento e la pressione sui sentieri.

Tra i siti più esposti sono citati la valle di Bouchouse, i laghi Miroir e Sainte-Anne, il lago di Souliers, il lago di Roue e la valle de la Blanche. La risposta prevista combina monitoraggio, informazione, regolazione degli accessi, parcheggi, mediazione sul terreno e interventi temporanei di protezione.

Le stazioni sciistiche davanti alla riduzione della neve

Il futuro dello sci è inserito nel quadro dell’adattamento climatico. Le stazioni e gli operatori dovranno valutare l’evoluzione dell’innevamento naturale sulla base delle proiezioni climatiche regionali, prima di programmare nuovi investimenti.

Il principio è evitare che decisioni di breve periodo aumentino dipendenza energetica, prelievi idrici e costi pubblici. La Carta non decreta la fine dello sci, ma chiede che l’offerta invernale sia collocata dentro una strategia economica annuale e che gli impianti siano valutati rispetto alla sostenibilità tecnica e finanziaria nel lungo periodo.

La diversificazione non coincide però con l’aggiunta indiscriminata di nuove attività. Ogni pratica deve essere confrontata con la capacità degli ambienti, con i rischi naturali e con gli altri usi della montagna.

Acqua: una risorsa da condividere, non da moltiplicare

La gestione dell’acqua è una delle misure centrali della Carta. Comuni e gestori devono migliorare il rendimento delle reti, ridurre le perdite, proteggere captazioni e sorgenti, aggiornare i bilanci tra disponibilità e fabbisogni e integrare questi dati nei piani urbanistici.

Il testo collega acqua potabile, agricoltura, innevamento, ecosistemi e turismo. Nei periodi di scarsità, l’aumento della domanda stagionale può coincidere con una minore disponibilità. Per questa ragione ogni progetto deve dimostrare la compatibilità tra nuovi consumi e risorsa effettivamente accessibile.

Tra gli impegni più netti compare la scelta di non creare nuove riserve collinari o grandi depositi d’acqua superiori a 10 mila metri cubi. La priorità è intervenire sui consumi, sulle reti e sulla protezione delle aree di alimentazione, non aumentare automaticamente la capacità di stoccaggio.

Urbanistica sobria e tutela delle forme insediative

La Carta chiede di limitare l’artificializzazione e di concentrare gli interventi all’interno o in continuità con gli abitati. Sono scoraggiate l’urbanizzazione lineare lungo le strade e la dispersione degli edifici, mentre vengono favoriti il recupero, la densificazione compatibile e forme ispirate alla struttura tradizionale dei villaggi e dei nuclei frazionali.

Non si tratta di riprodurre un’architettura storica in modo artificiale. L’obiettivo è conservare volumi, materiali, rapporti con il terreno e profili degli insediamenti, permettendo al tempo stesso edifici efficienti, adattati alle condizioni contemporanee e al clima di alta montagna.

Il paesaggio diventa così un criterio operativo per valutare lottizzazioni, aree produttive, impianti energetici, parcheggi e spazi pubblici. Il documento prevede che tutti gli strumenti urbanistici integrino gli obiettivi di qualità paesaggistica e punta a eliminare, entro la fine della Carta, venti situazioni definite come criticità paesaggistiche, come nella riqualificazione degli ingressi dei paesi, cave o aree di estrazione, depositi di inerti.

Una delle mappe del documento del Parco.

Biodiversità misurata attraverso interventi verificabili

La protezione della biodiversità e il sistema di valutazione comprendono superfici restaurate o sottratte temporaneamente alle pressioni, zone umide, boschi senescenti, habitat di riproduzione e corsi d’acqua recuperati.

La superficie complessiva di ambienti naturali o habitat di specie protetti e restaurati parte da circa 387 ettari e dovrebbe crescere di 146 ettari entro la fine del periodo. Il documento punta inoltre a portare da dieci a venticinque chilometri i corsi d’acqua restaurati e da 2.175 a quattromila metri gli interventi sugli adoux, piccoli corsi e rami laterali importanti per la funzionalità fluviale.

Le zone umide devono essere identificate con zonizzazioni specifiche nei piani urbanistici. Sono previste la conservazione delle fasce ripariali, la rimozione degli ostacoli alla continuità ecologica e la limitazione degli effetti cumulativi provocati da opere e infrastrutture.

Una Carta da valutare durante l’attuazione

Il progetto assegna compiti distinti al Sindacato misto del Parco, ai Comuni, alla Communauté des communes Guillestrois-Queyras, al Dipartimento delle Hautes-Alpes, alla Regione Sud e allo Stato. Il Parco coordina, produce conoscenze, accompagna i progetti e organizza il monitoraggio; gli enti firmatari devono tradurre gli impegni nelle rispettive politiche.

Le misure sono associate a indicatori iniziali, intermedi e finali. Tra gli esempi figurano il numero di piani urbanistici coerenti con gli obiettivi paesaggistici, gli habitat restaurati, le azioni forestali, il rendimento delle reti idriche, le iniziative di partecipazione e gli interventi di gestione dei flussi turistici.

La Carta, con un sistema di verifiche e monitoraggio, si distingue in questo modo da un tradizionale documento di programmazione. La sua efficacia dipenderà tuttavia dalle risorse finanziarie, dalla capacità tecnica dei piccoli Comuni e dalla continuità politica per i quindici anni della Charte.

Il significato politico della Charte

La nuova Carta cerca di superare la separazione tra protezione della natura e sviluppo locale. Nel Queyras, la conservazione di prati, alpeggi, boschi, corsi d’acqua e architetture dipende anche dalla presenza di abitanti, agricoltori, imprese e servizi. Allo stesso tempo, l’economia non può ignorare i limiti posti dal clima, dalla scarsità d’acqua e dalla fragilità degli ambienti alpini.

Il risultato è un progetto fondato su equilibri da negoziare: tra residenti e visitatori, turismo e allevamento, produzione energetica e paesaggio, accesso alla montagna e tranquillità della fauna, sviluppo edilizio e terreni agricoli.

La Carta 2026-2041 non risolve in partenza questi conflitti. ma individua criteri, responsabilità e indicatori con cui affrontarli.

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Direttore di Nos Alpes, giornalista. Ha collaborato in tempi diversi con varie riviste e giornali, da Il Mulino a Limes, da Formiche a Start Magazine.

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