Il permafrost, il terreno che rimane a una temperatura pari o inferiore a 0 gradi per almeno due anni consecutivi, è uno dei principali indicatori degli effetti del cambiamento climatico sulle Alpi. Secondo uno studio pubblicato su “Communications Earth & Environment”, in Europa il degradamento risulta particolarmente avanzato, con una variazione media di 10,3 centimetri ogni anno.
Ricerca e monitoraggio dell’ALT
Il paper “Long-term monitoring of active layer thickness confirms global permafrost degradation”, curato da una serie di esperti e scienziati, si basa su di una serie di dati raccolta in 156 siti dall’Artico all’Antartide e sino alle regioni montane. Poiché l’evoluzione del permafrost non è direttamente osservabile in superficie, essi hanno analizzato lo spessore dello strato attivo, ovverosia la porzione di terreno sovrastante che durante l’anno è interessata dai cicli di congelamento e disgelo.
Questo, conosciuto in inglese come ALT (Active Layer Thickness), è stato uno degli indicatori utilizzati per descrivere la degradazione di tale strato fondamentale per gli ambienti glaciali. Il fenomeno ha conseguenze anche sui processi geomorfologici e idrologici e può rivelarsi rilevante per la stabilità dei terreni e delle infrastrutture presenti in ambiente montano.
Le Alpi mostrano variazioni molto marcate del permafrost
Nelle Nostre Alpi lo spessore dello strato attivo del permafrost varia notevolmente in funzione della quota, della conformazione del terreno, della presenza di ghiaccio nel suolo, della neve e delle caratteristiche del substrato. I valori medi osservati nelle montagne europee possono andare da circa un metro a oltre cinque metri, mentre in alcuni siti di Francia e Svizzera sono stati superati i sette metri dopo il 2020.
È soprattutto nei terreni rocciosi con contenuto di ghiaccio basso o medio che sono stati osservati gli incrementi più consistenti, mentre la presenza di una maggiore quantità di ghiaccio nel terreno può rallentarne l’aumento. Anche la copertura nevosa ha un ruolo nel determinare l’evoluzione dell’ALT, poiché una parte dell’energia disponibile è utilizzata nel processo di fusione, cosa che rende le dinamiche molto differenti anche tra siti relativamente vicini.
La situazione nelle Alpi italiane e francesi
Le due stazioni italiane comprese nella tabella dello studio sono Cime Bianche (Valle d’Aosta, 3.100 metri) e Stelvio (Lombardia, 2.612 metri), i cui dati indicano un progressivo approfondimento stagionale del disgelo seppure con intensità diversa. Nel primo caso lo spessore medio dello strato attivo nel periodo osservato (17 anni) è stato di 547,59 centimetri, con un incremento di +20,22 centimetri all’anno, mentre nel secondo caso (24 anni) è risultato di 331,12 centimetri, con una crescita di +9,69 centimetri all’anno.
Per le Alpi francesi la ricerca considera tre punti di osservazione sull’Aiguille du Midi, nel Massiccio del Monte Bianco (Alta Savoia e Savoia), tutti quanti caratterizzati da quote superiori ai 3.700 metri. Sul versante sud-est lo spessore medio dell’ALT è stato pari a 661,92 centimetri (+17,61 centimetri all’anno), mentre sui versanti nord-ovest e nord-est esso è stato rispettivamente di 234,13 centimetri (+7,68 centimetri all’anno) e 373,14 centimetri (+13,52 centimetri all’anno).
In Svizzera gli incrementi più elevati
È la rete delle Alpi svizzere, con dieci stazioni considerate tra circa 2.400 e 3.300 metri di quota, a presentare alcuni dei valori più pronunciati di degradazione del permafrost dell’intero gruppo alpino analizzato.
Nel Canton Vallese, a Lapires (2.656 metri) l’ALT presenta una crescita di +12,20 centimetri all’anno, mentre a Les Attelas (2.507 metri) è di +7,08 centimetri all’anno e raggiunge a Gentianes (2.896 metri) i +27,76 centimetri all’anno. A Ritigraben (2.640 metri) l’aumento si assesta a +3,11 centimetri all’anno così come schizza al Matterhorn (3.204 metri) a +10,21 centimetri all’anno.
Altri campionamenti ancora sono stati eseguiti nel Canton Berna con Schafberg (2.731 metri, +0,86 centimetri all’anno), Corvatsch (2.670 metri, +15,49 centimetri all’anno), Stockhorn (3.327 metri, +9,08 centimetri all’anno). È per contro riconducibile allo Schilthorn (2.900 metri), la più alta della catena delle Prealpi Svizzere, il valore più elevato registrato tra le stazioni alpine considerate, pari a +36,21 centimetri all’anno.
Alfine, per ciò che concerne il Cantone dei Grigioni, accanto all’incremento di +10,59 centimetri all’anno registrato a Muot da Barba Peider (2.941 metri), a Flüela (2.413 metri) il trend è addirittura negativo, pari a -0,47 centimetri all’anno.
Un fenomeno alpino non uniforme
La serie svizzera rende evidente che non esiste di fatto un unico ritmo di degradazione del permafrost valido per tutta la catena delle Alpi ma che esso dipende per larga parte dalle condizioni locali. Non a caso la ricerca stessa sottolinea come, in ambiente montano, la relazione tra variabili climatiche e variazione dello strato attivo è più difficile da determinare rispetto alle aree artiche.
Il numero relativamente limitato di stazioni, la forte eterogeneità ambientale e la risoluzione dei dati climatici disponibili non consentono agli autori di identificare con sufficiente certezza il peso relativo dei singoli fattori climatici. Questo però non cambia la realtà delle osservazioni, ovverosia la constatazione che oltre il 90% dei siti analizzati mostra un aumento significativo dello strato attivo, con variazioni talora molto più rapide rispetto alle aree artiche di pianura.
Tuttavia, l’ispessimento stagionale dell’ALT non coincide automaticamente con la completa scomparsa del permafrost, poiché la risposta del terreno dipende anche da quantità di ghiaccio presente, struttura del substrato e condizioni superficiali. In talune casistiche il riscaldamento può inoltre favorire la formazione di uno strato permanentemente non gelato, il cosiddetto talik, tra la zona stagionalmente scongelata e il permafrost sottostante.
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