Il 22 giugno del 2013, sulle pendici del Nanga Parbat (Pakistan) un attacco armato trasforma una comune impresa in una tragedia dalle inevitabili ricadute sulla comunità alpinistica internazionale. Un commando di persone in uniforme militare fa irruzione nel campo base sito a circa 4.200 metri di quota e uccide dieci alpinisti stranieri e un membro pakistano del personale della spedizione.
È proprio da tale vicenda che prende spunto “Nous n’étions que des hommes” (“Eravamo soltanto uomini”), il romanzo con cui Alexandre Barthelemy si avvicina al fatto di cronaca attraverso una storia di finzione e dramma della perdita. Il libro, edito nel 2021 e riproposto nel 2026 in edizione tascabile, è parte della collezione “Mont-Blanc Noir” delle Éditions du Mont-Blanc, sul sito delle quali è acquistabile al prezzo di 17,50 euro.
La tragedia del Nanga Parbat
La tragedia dell’estate del 2013 si è consumata sulla parete Diamir, nel versante occidentale del Nanga Parbat, dove è ospitato il campo base dal quale partono le spedizioni dirette ai 8.126 metri di quota della vetta. Nella notte tra il 22 e il 23 giugno, un gruppo di uomini armati raggiunge e prende il controllo dell’accampamento, minacciando e derubando gli alpinisti e il personale locale prima di aprire il fuoco.
La responsabilità dell’azione è poi rivendicata da una formazione legata ai talebani pakistani, che la collega alla morte di un esponente del movimento, Wali Ur-Rehman, ucciso poche settimane prima in un attacco condotto con un drone statunitense. Quell’episodio costa la vita a undici persone di diverse nazionalità – ucraina, cinese, slovacca, lituana e nepalese -, con un impatto significativo sulla percezione della sicurezza nella regione del Gilgit-Baltistan.
Dal fatto di cronaca alla storia di Éric Salvatore
Nel suo “Eravamo soltanto uomini” Alexandre Barthelemy utilizza la tragedia del Nanga Parbat quale punto di partenza per sviluppare la vicenda narrativa di Éric Salvatore dopo la perdita della moglie Marika durante l’attacco al campo base. Dopo che l’esperienza che egli ha voluto condividere con la persona amata è interrotta dalla violenza, egli si trova ad affrontare sia il lutto sia ambienti estremi come le prigioni pakistane e l’alta quota himalayana.
In tale senso la montagna assume un ruolo duplice, da un lato sfondo dell’attività alpinistica, nel quale il pericolo è unicamente ambientale, dall’altro lato spazio nel quale confrontarsi con i propri limiti dopo il dramma generato dalle azioni umane. L’attentato costituisce dunque il punto di partenza di un racconto che sposta progressivamente l’attenzione alle ferite lasciate nella vita di chi sopravvive, interrogandosi sul rapporto tra dolore, memoria e nuovi inizi.
L’autore, Alexandre Barthelemy
Nato a Parigi il 7 ottobre 1975, Alexandre Barthelemy possiede una formazione che unisce studi economici, impronte storiche e una lunga e assidua frequentazione dell’alta montagna. Laureato all’École des Hautes Études Commerciales e titolare di un master in Storia dello sport, sin da giovane egli pratica alpinismo raggiungendo diverse vette superiori ai 5 mila metri.
La sua produzione letteraria, cui le esperienze maturate in vita contribuiscono a dare spessore e concretezza, comprende romanzi storici e contemporanei la cui pubblicazione esordisce nel 2007. Tra i suoi titoli citiamo “Que ton règne vienne” (“Venga il tuo regno”), ambientato durante la caduta di Costantinopoli del 1453, “Colère” (“Collera”), dedicato al sacco di Roma del 1527, e “Les Fils d’Icare” (“I figli di Icaro”), costruito attorno a una più moderna minaccia nucleare.
LEGGI ANCHE: Micheline Rambaud e la prima spedizione al femminile sull’Himalaya







