“Contiamo di ultimare il nostro progetto entro il mese di maggio del 2027, così da potere rendere l’accesso all’Everest molto più sicuro per gli sherpa che la scalano per mestiere”.
Così Marc Batard, noto alpinista originario della Nuova Aquitania ma trapiantato in Costa Azzurra, commenta il prosieguo del suo ambizioso progetto, la creazione di una nuova e più sicura alternativa al percorso sulla Cascata di ghiaccio del Khumbu per raggiungere il primo campo base attraverso i contrafforti del Nuptse. Tale passaggio, difatti, risulta insidioso per le squadre impegnate nelle spedizioni commerciali, soprattutto a causa della presenza di seracchi e crepacci che espone chi la percorre a rischi oggettivi difficili da prevedere e controllare.
“Non intendiamo portare più persone in quota”
Nella ricostruzione proposta da Marc Batard, il progetto sull’Everest ha preso forma sette anni fa a seguito della constatazione di quanto numerose fossero le vittime registrate nel settore del Khumbu. Tra gli episodi che ne hanno rafforzato la motivazione figura la tragedia verificatasi il 18 aprile del 2014, quando una valanga ha travolto un gruppo di sherpa provocando la morte di 16 di essi.
“Il nostro obiettivo principale era e resta di salvare le vite di tutti quei nepalesi che si assumono grandi rischi per l’economia della montagna – dichiara l’alpinista. – Sotto la spinta di fare business a ogni costo, il Governo nepalese concede troppi permessi per salire in vetta”.
L’itinerario, denominato “Sundare Sherpa – Marc Batard” in memoria del compagno di cordata di Batard scomparso nel 1989, è stato concepito per aggirare la cascata di ghiaccio attraverso un percorso alternativo sul versante nepalese dell’Everest. Il progetto prevede di attrezzare alcuni tratti di terreno montano con corde e altri dispositivi di progressione, in modo da rendere il passaggio più stabile e meno esposto ai pericoli legati alla dinamica del ghiacciaio.
“Questa nuova via non è finalizzata a incrementare la presenza turistica sulle pareti – chiarifica ancora Batard -. L’unico nostro desiderio è di rendere più sicuro e accessibile tale punto sempre più soggetto a rischio per chi lo percorre”.

“Nuovi fondi dal Governo nepalese”
La primavera del 2025 avrebbe dovuto rappresentare una tappa decisiva per il completamento della via di Marc Batard, ma i lavori hanno subito una battuta di arresto e si è resa necessaria la costituzione di una nuova squadra. Per la prossima fase sono coinvolti tecnici di cordata, alpinisti francesi e nepalesi, personale medico e professionisti incaricati delle riprese, in un intervento che richiede al contempo esperienza alpinistica e capacità tecniche.
“Attorno alla metà del mese di marzo torneremo in Nepal per finire di allestire il percorso – anticipa l’alpinista -. Occorrerà stilare un inventario del materiale e monitorare i nostri progressi tramite sorvolo in elicottero”.
La prossima spedizione costituirà quindi un passaggio importante per capire se l’itinerario alternativo possa essere completato e divenire una soluzione concretamente utilizzabile. Si tratta di una valutazione che dovrà essere confrontata con la fruizione concreta da parte degli alpinisti e con il comportamento della via nelle diverse condizioni ambientali.
“Il Governo nepalese ci ha dimostrato il suo sostegno economico con 20 mila euro – prosegue ancora Batard. – Questo mostrando di riconoscere il valore di una iniziativa che mira alla tutela della vita delle persone impegnate nelle spedizioni”.

“Mancano ancora fondi”
Gli sherpa e gli altri lavoratori nepalesi svolgono numerosi passaggi attraverso i settori più delicati dell’Everest, spesse volte trasportando attrezzature, tende, bombole e rifornimenti. Un itinerario alternativo potrebbe ridurre la loro esposizione alla cascata di ghiaccio, a condizione che il nuovo tracciato risulti effettivamente praticabile e sicuro nelle condizioni reali di utilizzo.
“La via è stata al momento attrezzata al 70%, ma per completare a tutti gli effetti il progetto ci serviranno ancora fondi – annuncia Batard. – Puntiamo a una cifra minima pari a 88.100 euro, compresa una parte finalizzata a concludere il film “L’Everest en partage” diretto da Théo Livet”.
L’alpinista ha pertanto lanciato una raccolta fondi gestita dall’associazione Montagne & Humanisme, a sua corla presieduta da Frédéric Thiriez tramite il portale Hello Asso.
“Il documentario di Livet sarà seguito nell’autunno 2027 da un secondo film dedicato al nostro progetto – racconta ancora Batard -. Esso si affianca a un percorso editoriale in progressione che ci condurrà peraltro alla pubblicazione di un terzo volume incentrato sulle nostre avventure”.
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