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    Home » Articoli » Una presidenza in stile italiano per Emmanuel Macron : opzione percorribile ?
    Politica

    Una presidenza in stile italiano per Emmanuel Macron : opzione percorribile ?

    Jean-Pierre DarnisJean-Pierre Darnis23 Dicembre 2024
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    I Presidenti Sergio Mattarella E Emmanuel Macron Nel 2021 (c) Presidenza Della Repubblica
    I presidenti Sergio Mattarella e Emmanuel Macron nel 2021 (c) Presidenza della Repubblica
    Pubblichiamo un’analisi di Jean-Pierre Darnis sul tema delle relazioni italo-francesi e di confronto tra sistemi e pratiche politiche (Nos Alpes).

    In Italia, il ruolo del Presidente è molto meno centrale che in Francia. Ma diventa essenziale quando si tratta di nominare il primo ministro, soprattutto quando le elezioni legislative non hanno prodotto una maggioranza chiara. Questo è il caso della Francia di oggi, e anche se un’idea del genere sembra lontana dalle prerogative di un presidente jupiteriano, Emmanuel Macron potrebbe forse ispirarsi al modello italiano…

    La situazione di stallo politico in cui si trova la Francia dopo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel giugno 2024 e la successiva censura del governo Barnier solleva la questione dei limiti di un sistema che ha difficoltà a gestire la natura non bipolare dell’attuale Parlamento. La logica di un’elezione presidenziale che poi portava o a una maggioranza in Assemblea a favore del Presidente eletto, o alla sua bocciatura attraverso l’elezione di una maggioranza opposta, è entrata in crisi con le elezioni dello scorso luglio. E il sistema multipartitico deve essere affrontato, anche se solo temporaneamente, prima di poter organizzare nuove elezioni. Potrebbe quindi essere saggio guardare ad altre democrazie parlamentari per capire i meccanismi che permettono di creare coalizioni in circostanze analoghe. Il caso italiano fornisce un esempio particolarmente interessante.

    Quali sono le prerogative del Presidente in Italia?

    In Italia, il Presidente della Repubblica viene eletto ogni sette anni, un periodo che ricorda la situazione francese prima della riforma costituzionale del 2000. Il Presidente è eletto a suffragio universale indiretto (dal Parlamento riunito in Congresso), con un calendario che non coincide con quello delle elezioni legislative. In questo caso, quindi, non ci può essere un vero e proprio effetto di trascinamento diretto tra l’elezione del Presidente e le elezioni politiche, tranne nel caso di una rara concomitanza di calendari.

    Ad esempio, le prossime elezioni presidenziali italiane dovrebbero svolgersi nel 2029, mentre le elezioni legislative sono previste per il 2027. Questa non corrispondenza è stata voluta perché nasce da una visione costituzionale improntata alla volontà di evitare gli eccessi che hanno caratterizzato il regime fascista, e quindi di impedire la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona.

    Da queste premesse scaturiscono una serie di caratteristiche. Il Presidente della Repubblica italiana è un garante delle istituzioni che non ha un ruolo esecutivo, anche se ha un certo margine di manovra quando si tratta di emanare leggi (un suo rifiuto può portare a un nuovo dibattito) o un significativo potere di porre limiti in termini di politica internazionale, nell’interpretazione che viene fatta del suo ruolo di garante della Costituzione, esteso ai trattati internazionali, in particolare quelli europei.

    L’attuale Presidente, il democristiano Sergio Mattarella (83 anni, eletto nel 2015 e rieletto nel 2022), è intervenuto per garantire che Roma e Parigi siano in buoni rapporti e ha lavorato per la firma del Trattato del Quirinale nel 2021.

    Gli viene inoltre conferito il comando delle forze armate, un potere che definisce un ruolo supremo in caso di conflitto.

    Un ruolo chiave in caso di parlamento appeso

    L’aspetto interessante, tenendo presente la situazione francese, è il ruolo molto attivo del Presidente della Repubblica italiana nella formazione dei governi dopo le elezioni legislative.

    È in questo contesto che il Presidente si trova al centro del gioco politico. Si assiste a una forma di giurisprudenza istituzionale in cui, una volta costituite le Camere, il Presidente della Repubblica incontra ciascuno dei gruppi politici rappresentati nel Parlamento italiano. A seguito di queste consultazioni, conferisce a una persona un mandato “esplorativo” per formare un governo. Nella maggior parte dei casi, si tratta del leader della coalizione uscita dalle urne. Ma quando i risultati elettorali non producono una chiara maggioranza, il mandato può essere conferito a un terzo soggetto ritenuto in grado di mettere insieme una maggioranza, a un rappresentante politico di minoranza o anche a un esperto riconosciuto come “tecnico”.

    Questo presunto capo del governo avrà un ufficio e una segreteria al Senato per condurre i negoziati con i vari partiti. Al termine di queste trattative, si ripresenta al Presidente della Repubblica per eventualmente terminare questo periodo esplorativo e accettare il mandato di Presidente del Consiglio dei Ministri, sottoponendosi a un voto di fiducia in Parlamento. In alternativa, il Primo Ministro può raggiungere un’impasse e rinunciare al suo mandato, nel qual caso il Presidente della Repubblica subentra nuovamente.

    Nel caso italiano, quindi, il Presidente della Repubblica svolge un ruolo cruciale. Ma questo ruolo è inquadrato da margini di manovra abbastanza precisi. Se alle elezioni legislative c’è una chiara maggioranza, il Presidente si limita a registrare i risultati delle urne e a sostenere la nomina della coalizione vincente. Se non c’è una maggioranza, guiderà la formazione del governo scegliendo una determinata persona come potenziale capo del governo. Ma lo fa ascoltando sistematicamente tutti i raggruppamenti politici e raccogliendo le espressioni di convergenza.

    In secondo luogo, il mandato esplorativo affidato a una personalità consente un secondo compito politico, quello di un accordo programmatico e partitico che deve essere incarnato dal potenziale capo del governo (il Presidente del Consiglio dei Ministri). Questo secondo livello di negoziazione, diverso da quello esercitato da un Presidente della Repubblica che si limita a “consultare”, ha il vantaggio di preservare quest’ultimo e di conservare tutta la sua legittimità in caso di fallimento dell’operazione. L’esposizione del candidato alla carica di Capo del Governo e la contestuale protezione del Presidente della Repubblica che ne deriva offrono una garanzia di durata al sistema, che può così affrontare ripetute situazioni di crisi senza che questo sembri mettere in discussione le istituzioni nel loro complesso.

    Un recente ciclo politico, ad esempio, ha visto lo stesso Parlamento decidere nel 2018 un accordo M5S-Lega a sostegno del governo Conte 1, poi nel 2019 un governo Conte 2 basato su un accordo Partito Democratico-M5S, mentre nel 2021 il governo Draghi ha potuto contare sul sostegno di una coalizione trasversale.

    Questo sistema è quindi particolarmente flessibile e resiliente, anche in caso di geometrie variabili all’interno del Parlamento. Da notare, il Presidente della Repubblica a prende la decisione di sciogliere il Parlamento e indice nuove elezioni in caso di stallo. L’attuale Presidente, Sergio Mattarella, sembra restio a ricorrere allo scioglimento, preferendo mettere i partiti politici di fronte alle loro responsabilità nell’ambito dell’attuale legislatura. Si tratta di un’indicazione politica importante, inoltre, di un Presidente che rifiuta di usare lo scioglimento come un ripetuto pulsante di “reset”.

    Come si vede, nel caso italiano il ruolo presidenziale è fondamentale, pur rimanendo lontano da logiche di parte.

    È su questo punto, inoltre, che può risiedere la principale lezione che il caso italiano offre alla crisi francese. In un contesto parlamentare, caratterizzato dalla necessità di ricercare coalizioni, appare molto utile l’esistenza di due figure distinte: quella del Presidente della Repubblica, che guida la procedura che porta alla formazione del governo, e quella del Capo del Governo, che si assume il rischio politico insito nella formazione dell’esecutivo. Questo, a sua volta, porta a una concezione non esecutiva del ruolo del Presidente della Repubblica che, in tempi “normali”, è relativamente discreto, mentre è centrale nei momenti di formazione del governo e di crisi parlamentare.

    La scelta di Bayrou: Macron è sulla strada dell’italianizzazione?

    Questa interpretazione del ruolo presidenziale, attenta a non invadere le prerogative dell’esecutivo, può certamente apparire controintuitiva per un caso francese segnato nel suo recente ciclo dall’iperpresidenzialismo. Tuttavia, rappresenta un paradigma interessante che consentirebbe di assicurare un modus vivendi praticabile per il secondo mandato di Emmanuel Macron, che potrebbe, assumendo un ruolo “all’italiana”, gestire l’assenza di una coalizione parlamentare uscita dalle urne.

    Le condizioni della nomina di François Bayrou a capo del governo francese potrebbero quindi apparire come un paradigma enunciativo, con un primo ministro che sarebbe riuscito a far valere l’equazione politica di cui è potenzialmente portatore a fronte di un Presidente della Repubblica che sarebbe stato tentato di dare una forma di priorità alla fedeltà partitica.


    The Conversation

    Questo articolo è ripubblicato da The Conversation con licenza Creative Commons. Lire l’articolo originale (in FR).

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    LEGGI ANCHE: Grande bisticciata italo-francese al tunnel di Tenda

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    Jean-Pierre Darnis

    Professore universitario, Direttore del Master in Relazioni italo-francesi, Université Côte d’Azur, Ricercatore associato presso la Fondation pour la Recherche Stratégique (FRS, Parigi), Professore e membro del CISS presso l'Università LUISS di Roma, Université Côte d’Azur

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