Provare a intervenire sulle nuvole per influenzare ciò che accade al suolo può parere una idea astrusa e irrealistica se non addirittura fantascientifica ma è ciò che la Svizzera ha fatto nel Novecento applicando il cosiddetto “cloud seeding”. Conosciuta anche come “inseminazione delle nuvole”, tale tecnica ha alle spalle una lunga storia, che dalle prime sperimentazioni dell’Ottocento la vede evolvere sino a metodiche più moderne datate di pochi anni or sono.
Che cosa è il “cloud seeding”?
Il “cloud seeding” prende le mosse dalla natura stessa delle nubi, che altro non sono se non idrometeore costituite da goccioline di acqua e cristalli di ghiaccio sospesi nell’atmosfera grazie a correnti ascensionali. Da queste hanno poi origine le precipitazioni vere e proprie, tra cui pioggia, neve e grandine, questa ultima oggetto delle maggiori sperimentazioni in Svizzera finalizzate ad arginare i danni da essa provocati.
La tecnica consiste in buona sostanza nell’introdurre all’interno delle nubi particelle capaci di favorire determinati processi di formazione del ghiaccio o delle gocce di acqua. In tale modo si tenta di modificare la microfisica della stessa e, in condizioni favorevoli e in presenza delle condizioni atmosferiche necessarie, la precipitazione che ne deriva.

La Svizzera inizia a giocare con le nuvole
La storia della Svizzera come pioniera della “inseminazione delle nuvole” esordisce alla fine dell’Ottocento con i cosiddetti “cannoni antigrandine”, dispositivi che producono onde di urto dirette verso gli agglomerati temporaleschi. La nozione di fondo era che queste potessero impedire a monte la formazione della grandine, ecco perché spiegati i circa 6 mila spari effettuati nel solo 1901.
Il passaggio successivo coincide, a decorrere dagli Anni Cinquanta, con l’avvio di ricerche ed esperimenti su larga scala sulla fisica delle nubi e sulla nucleazione del ghiaccio basati sull’utilizzo dello ioduro di argento. Tali particelle sono disperse nell’atmosfera tramite generatori terrestri, razzi o mediante aeromobili e permettono di fornire alle goccioline di acqua sopraffusa elementi attorno ai quali può formarsi il ghiaccio.
Nel caso della lotta alla grandine, l’ipotesi è che un numero maggiore di nuclei producesse più embrioni di grandine, aumentando la competizione per l’acqua disponibile e limitando così la crescita dei singoli chicchi.
I quattro grandi esperimenti svizzeri
Tra la fine degli Anni Quaranta e i primi Anni Ottanta sono realizzati in Svizzera quattro grandi esperimenti sulla modificazione delle nuvole e sulla prevenzione della grandine al fine di avallare le ipotesi inizialmente avanzate.
Dopo i primi test datati tra il 1948 e il 1952 e riguardanti i razzi utilizzati all’epoca, il secondo risale al 1953 mentre il terzo al periodo compreso tra il 1957 e il 1963. Nello specifico, in tali due campagne è utilizzata una rete di generatori al suolo per disperdere ioduro di argento nelle aree interessate dai temporali, prettamente il Canton Ticino con sconfinamento in alcune aree della vicina Lombardia.
Al quarto, programmato tra il 1977 e il 1982 sui circa 1.300 chilometri quadrati dell’Altopiano svizzero, prendono parte anche gruppi di ricerca stranieri ed è testato un sistema sviluppato nell’allora Unione Sovietica.
Il risultato complessivo non conferma però le aspettative poiché le quattro prove non mostrano un effetto significativo sulla dimensione dei chicchi di grandine e, anzi, alcuni risultati lasciano persino aperta l’idea di un effetto opposto.

Una verifica difficile
La problematica principale del “cloud seeding” risiede quasi paradossalmente nella natura stessa del temporale, sistema variabile in termini di temperatura, umidità, correnti ascensionali e caratteristiche delle particelle atmosferiche. Per stabilire se una determinata nube abbia prodotto meno grandine grazie all’inseminazione, bisognerebbe sapere con sufficiente precisione che cosa sarebbe accaduto alla stessa senza l’intervento umano.
Di qui dunque la difficoltà nel misurare gli effetti ottenuti tramite le sperimentazioni ma anche la loro importanza nell’avere individuato una metodologia per distinguere un eventuale risultato dalla normale variabilità atmosferica. In sintesi, tali prime ricerche non avranno prodotto risultati sufficienti a giustificarne la prosecuzione per la lotta alla grandine ma hanno dato il là a ulteriori filoni sulla fisica delle nubi.
All’interno di una nuvola fredda contenente acqua sopraffusa, lo ioduro di argento può funzionare come nucleo di formazione del ghiaccio, i cui cristalli possono poi crescere a spese delle goccioline liquide circostanti. L’ETH di Zurigo continua difatti a utilizzare tale composto nell’ambito del progetto scientifico “CloudLab”, nel quale sono studiati i processi microscopici che regolano le interazioni tra aerosol, goccioline e cristalli di ghiaccio nelle nubi.
L’ultimo tentativo: l’aereo antigrandine
La storia del rapporto tra Svizzera e interventi artificiali sulle nuvole non si è affatto conclusa negli Anni Ottanta bensì è proseguita sino al 2023, anno di una campagna nella Svizzera tedesca voluta dalla compagnia assicurativa Baloise. Regolarmente e in collaborazione con l’ETH di Zurigo, un aereo appositamente equipaggiato con un sistema Cessna parte dall’aerodromo di Birrfeld, nel Canton Argovia, durante la stagione della grandine tra maggio e settembre.
Il velivolo raggiunge le nubi temporalesche e vi disperde particelle di ioduro di argento, con circa una quarantina di voli per stagione sin dal 2018 a seconda delle condizioni meteorologiche. L’obiettivo è di verificare se sia possibile ridurre i danni provocati dalla grandine in particolare alle automobili, ma tale esperienza è abbandonata nell’ottobre del 2024 poiché i risultati non erano dimostrabili.

Dalla grandine alla pioggia artificiale
In molti altri Paesi del mondo l’”inseminazione delle nuvole” è stata sperimentata per cercare di incrementare pioggia e neve, soprattutto in aree caratterizzate da scarsità idrica e siccità. In tale caso, le modalità operative di tale tecnica possono subire alcune lievi modificazioni, attraverso particelle disperse da aerei, generatori installati al suolo oppure altri sistemi di immissione nell’atmosfera.
Tuttavia l’efficacia resta difficile da determinare poiché una nube già predisposta a produrre precipitazioni può reagire all’intervento ma stabilire quante di esse le siano effettivamente attribuibili rimane un problema scientifico aperto. Per tale ragione la tecnica non equivale a una forma di controllo del tempo atmosferico e di certo non permette di fare piovere a comando né di produrre acqua in assenza delle condizioni meteorologiche appropriate.
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