Il convegno organizzato venerdì scorso, 18 settembre 2026, al Castello di Introd, in Valle d’Aosta, dal BIM (Bacino imbrifero Montano, l’ente di governo d’ambito del servizio idrico integrato della Valle d’Aosta), ha messo a confronto i diversi livelli della gestione dell’acqua, da quello internazionale a quello alpino a quello locale.
Il tema è importante, perché sono in corso in tutte le Alpi e nei nostri Paesi trasformazioni di medio periodo sulla gestione dell’acqua e perché ci sono sfide urgenti, legate al cambiamento climatico e ai rischi di eccessi e di scarsità. Il punto di osservazione in questo caso è italiano, ed è un tema che Nos Alpes sta seguendo e studiando per tutti e tre i Paesi.
Sono intervenuti, tra gli altri, Nicola Dell’Acqua, presidente di ARERA (Autorità italiana di regolazione per energia, reti e ambiente: in Francia sono funzioni svolte dai Comités de bassin e dalle Agences de l’eau, oltre che dalle prefetture), Luca Mascolo, presidente dell’ANEA (Associazione nazionale degli enti di governo d’ambito per l’idrico), l’assessore regionale della Valle d’Aosta Davide Sapinet, il presidente della Regione Renzo Testolin, l’amministratore unico di SEV (Services des Eaux Valdôtaines) Donato Madaro, il presidente del BIM (Bacino imbrifero Montano Valle d’Aosta) Vittorio Anglesio, che è anche sindaco di Introd, e Paolo Angelini, già capo della delegazione italiana alla Convenzione delle Alpi, che qui intervistiamo.
Erano presenti varie autorità, tra cui alcuni sindaci, insieme all’assessore regionale al turismo Giulio Grojacques e all’assessore all’agricoltura, Speranza Girod.

Come gestire l’acqua in tempi complicati
Uno dei temi riguardava il passaggio dalla frammentazione comunale a una gestione integrata del servizio idrico. In Valle d’Aosta questo processo ha preso forma attraverso SEV, la società in house controllata dagli enti locali tramite il BIM (Bacino imbrifero Montano Valle d’Aosta), e nell’incontro è stato fatto l’elogio del suo modello e del suo funzionamento.
La tendenza è però alpina ed europea: in Francia, nel 2023, il 69 per cento dei servizi di acqua potabile era gestito in régie publique, quindi in modo diretto, e in altri casi con società delegate o concessioni pubblico-private. Le competenze sono sempre più organizzate su scala intercomunale: un esempio alpino è Grenoble-Alpes Métropole, dove un unico servizio pubblico serve i 49 Comuni partecipanti con una tariffa comune.
La grande sfida delle trasformazioni in corso
Nelle Alpi, oltre la scala amministrativa, vi è la grande sfida delle trasformazioni in corso: ghiacciai, corsi d’acqua, acquedotti, agricoltura, produzione idroelettrica appartengono allo stesso sistema. Le trasformazioni del clima, anche con eventi estremi di abbondanza e siccità, e con lo scioglimento delle riserve nei ghiacciai, ne modificano disponibilità ed equilibri, in termini assoluti e su base stagionale. Negli ultimi quindici anni, la Convenzione delle Alpi ha fatto della gestione integrata e sostenibile dell’acqua uno dei propri temi di cooperazione, indicando la necessità di considerare insieme risorsa, usi e territori.
Per questo abbiamo chiesto a Paolo Angelini di riprendere e approfondire alcuni passaggi della giornata. Angelini ha rappresentato il governo nella Conferenza transfrontaliera dell’Espace Mont Blanc, ha guidato la delegazione italiana alla Convenzione delle Alpi e ha lavorato sulla governance delle risorse idriche nelle regioni alpine. Il suo punto di osservazione è un contributo per capire il quadro italiano e il contesto alpino.

L’INTERVISTA
Intanto, dott. Angelini, qual è il quadro normativo e di indirizzo di riferimento per le Alpi sul tema dell’acqua?
Innanzitutto, la Convenzione delle Alpi, firmata a Salisburgo nel 1991 e in vigore dal 1995. Nel 2020 la XVI Conferenza delle Alpi è arrivata ad adottare una dichiarazione sulla gestione integrata e sostenibile dell’acqua nelle Alpi. L’Italia guida la Convenzione nel biennio 2025-2026, con priorità che includono ghiacciai, permafrost e ciclo dell’acqua.
Accanto a questo c’è la Convenzione UNECE (Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite) sulle acque transfrontaliere e, sul piano europeo, la Direttiva quadro 2000/60/CE, con la pianificazione per bacino e l’obiettivo del buono stato ecologico.
Lei sostiene che queste cornici giuridiche esistono ma che il loro potenziale è ancora sottoutilizzato
La gestione resta frammentata tra normative nazionali, competenze regionali, concessioni idroelettriche, diritti irrigui e piani di bacino, troppo spesso non coordinati tra loro.
La mia esperienza nel progetto Nexus della Water Convention (2013-2015) mi permette di confermare che anche a livello internazionale i settori che usano l’acqua operano quasi sempre in isolamento, quasi non si parlano. Le scelte che massimizzano la sicurezza di un settore finiscono per confliggere e pesare sugli altri come tra idroelettrico e agricoltura, e gli ecosistemi, ultimi nella catena delle priorità, sono i primi a pagare.
E quindi?
Non dobbiamo gestire una somma di controversie separate, ma analizzare un sistema interdipendente in cui la cooperazione produce soluzioni migliori per tutti. Lo strumento deve essere di tipo partecipativo, e il più vicino a questa logica nell’esperienza italiana è oggi il Contratto di fiume, che conosco per esperienza diretta da oltre quindici anni.
In questo senso si legge anche l’esperienza del bacino del Roja. Il Protocollo d’intenti transfrontaliero, firmato nel 2013 da oltre trenta enti italiani e francesi, è costruito sulla fiducia reciproca e sul monitoraggio condiviso della falda. La tempesta Alex dell’ottobre 2020 lo ha messo alla prova: la struttura ha retto sul piano istituzionale, ma il messaggio è che la governance partecipativa è indispensabile e deve avere il tema della resilienza agli eventi estremi già incorporato nella propria architettura. Oggi la gestione condivisa delle risorse idriche del Roia è anche nell’agenda del Comitato di cooperazione frontaliera istituito dal Trattato del Quirinale tra Italia e Francia.

Ci sono poi gli elementi di contesto, quelli concreti del cambiamento climatico.
Il problema non è solo quanta acqua abbiamo a disposizione per i diversi settori di utenza, ma quando questi ne hanno bisogno e quanta ne è disponibile in quel momento: ghiacciai e neve sono serbatoi stagionali naturali, e ora che i ghiacciai alpini (ma anche quelli pirenaici) hanno perso, secondo l’Atlante dell’Acqua 2026, quasi il 40% della loro massa tra il 2000 e il 2023, i surplus invernali e i deficit estivi si accentuano. Le infrastrutture di regolazione (invasi, dighe, accumuli) diventano più strategiche, e con esse la necessità di governarle con criteri adeguati al nuovo clima.
Vi è poi una questione di equità. Al vertice di Rio+20 del 2012 la delegazione italiana alla Convenzione delle Alpi, che guidavo, promosse, con la Mountain Partnership/FAO, l’UNEP di Vienna (United Nations Environment Programme) e il supporto scientifico del Comitato EV-K2-CNR, la Dichiarazione sulla valutazione dei servizi ecosistemici montani: chi produce e conserva l’acqua deve essere riconosciuto per questo servizio, come in parte già fa l’Italia dal 1953 con i BIM, i Bacini imbriferi montani.
A mio avviso restano quindi tre questioni aperte: adattare le infrastrutture al nuovo regime, costruire in modo strutturale la governance intersettoriale, valorizzare il dato locale nel contesto globale.
Nei diversi paesi alpini la gestione del tema, al di là delle mostre e dei convegni sui ghiacciai che si sciolgono, rimane molto diversa e poco conosciuta. Per intanto osserviamo il caso italiano. Come si colloca l’evoluzione dei BIM, i bacini imbriferi montani, tra la cornice internazionale e la realtà italiana?
Il BIM è nato in Italia molto tempo fa, con la legge 959 del 1953 come strumento di compensazione per l’uso idroelettrico delle acque montane. Ha poi ampliato progressivamente il proprio ruolo.
La federazione nazionale dei BIM, cioè la FEDERBIM, lo descrive in tre fasi: redistributore di sovracanoni, finanziatore dello sviluppo locale, poi possibile gestore del capitale naturale montano dell’acqua. In Valle d’Aosta questo passaggio ha una base normativa specifica: il subentro della SEV ai Comuni discende da disposizioni europee e nazionali recepite con le leggi regionali 37/2021 e 7/2022.
E a livello nazionale italiano?
A livello italiano centrale l’impulso principale è venuto dalla crisi idrica del 2022, con il cuneo salino risalito per oltre 40 chilometri lungo il Po, e dalla Cabina di regia per la crisi idrica, istituita dal decreto legge 39/2023, che ha indicato tra le cause strutturali della crisi, oltre ai cambiamenti climatici, la frammentazione delle competenze amministrative e gestionali.
FEDERBIM [l’organismo che riunisce i BIM] è stata tra i soggetti auditi in Senato nel maggio 2023, a segnare che i consorzi di bacino non sono più solo enti di compensazione.
Al convegno di Introd si è parlato del collegamento tra livello europeo e comuni alpini
Un esempio concreto è il Manuale di Budoia. Nasce per dare attuazione alla Carta di Budoia, con cui i Comuni alpini si impegnano a pianificare l’adattamento ai cambiamenti climatici a livello locale, sulla scia delle Linee Guida accolte dalla Conferenza delle Alpi di Torino nel 2014, durante la presidenza italiana.
Elaborato dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente e pubblicato nel febbraio 2025 con il contributo di FEDERBIM e dei consorzi BIM, tra cui quello valdostano della Dora Baltea, offre a Comuni e gruppi di Comuni un metodo standardizzato per individuare azioni di adattamento adatte al proprio territorio, coinvolgendo esperti e cittadini.
È il passaggio dagli impegni internazionali a uno strumento che un Comune di montagna può davvero usare.
Per questo nell’incontro avete presentato l’esperienza valdostana come una buona pratica, non solo nazionale, ma alpina
Il punto interessante è l’integrazione tra BIM e SEV. La SEV è stata costituita dal BIM con atto dell’8 agosto 2022 come società in house, con il BIM socio unico e tutti i 74 Comuni valdostani a parteciparvi, nel rispetto del controllo analogo. Dal 1° gennaio 2026 è l’unico gestore del servizio idrico integrato per tutti i Comuni della Valle. Il percorso indicato dal BIM prevede la convergenza verso un’unica tariffa regionale entro il 2031.
La soluzione tiene insieme due funzioni che spesso restano separate: un ente pubblico d’ambito che programma e controlla, espressione dei sindaci, e un gestore industriale che opera sul territorio, senza uscire dal perimetro pubblico.
Luca Mascolo, presidente dell’ANEA (Associazione nazionale degli enti di governo d’ambito per l’idrico), ha indicato proprio nell’accentramento delle competenze in un unico ente di governo territoriale la condizione per garantire resilienza e interconnessione del sistema. L’assessore regionale valdostano Davide Sapinet ha parlato di equità tra territori, sinergie operative e servizio efficiente. Mascolo ha aggiunto che la governance d’ambito non è nemica dei piccoli Comuni, perché li fa partecipare e li tiene dentro un sistema in grado di reggere gli shock climatici.
C’è poi la base conoscitiva. Vittorio Anglesio, sindaco di Introd e presidente del BIM ha presentato il progetto europeo FESR 2021-2027 per un sistema di conoscenza delle fonti idropotabili valdostane: mappare le sorgenti e costruire una base informativa comune è il presupposto di ogni politica di adattamento.

Occorre quindi una base di dati condivisa …
Senza un dataset condiviso nessuna pianificazione o negoziato tra usi regge, è la stessa logica guida il Manuale di Budoia, che parte da studi e questionari sul territorio. Il dato locale, dal monitoraggio delle sorgenti alla misura dei deflussi, è il contributo che i territori alpini possono offrire alla comunità nazionale, a quella alpina e a quella internazionale.
Comunque, «Laboratorio» resta per ora un’etichetta. Lo ricordava lo stesso Dell’Acqua, presidente di ARERA: servono investimenti continui sulle infrastrutture, e soprattutto sull’approvvigionamento primario dell’acqua. La convergenza tariffaria dovrà superare il test dell’equità tra valli.
Il nodo più politico riguarda inoltre le grandi derivazioni idroelettriche. Tra l’altro, in Italia, il 4 agosto 2026, il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva la norma di attuazione dello Statuto speciale della Valle d’Aosta sulle concessioni di derivazione d’acqua e sulle grandi derivazioni a uso idroelettrico. Il decreto attribuisce alla Regione la disciplina delle modalità di assegnazione, e lo schema esaminato in maggio prevedeva, tra le forme possibili, anche le società miste e quelle interamente pubbliche in house.
Ci sono poi le questioni più ampie: i BIM italiani alpini saranno solo destinatari dei sovracanoni, o soggetti attivi e riconosciuti? Dalle parole ascoltate a Introd viene una risposta di metodo, a cui manca ancora l’esito: l’acqua alpina si governa collegando i livelli di governance, dalla Water Convention globale al rubinetto del singolo Comune.
Come ha detto Luca Mascolo, che osserva le diverse situazioni territoriali italiane di gestione dell’acqua, le istituzioni devono cambiare alla velocità dei cambiamenti strutturali e climatici che osserviamo, tra crisi, siccità, e forti variazioni stagionali.
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